UN GIORNO DA VOLONTARIA ALLA GIGI GHIROTTI

La mia cara amica Simonetta Bocchi, ha raccolto l’invito a raccontarmi la sua esperienza come volontaria presso l’associazione Gigi Ghirotti.
Spero di farlo nel migliore dei modi perché l’argomento è delicato e merita di essere trattato con tatto.

In Italia le persone che svolgono attività di volontariato sono 6,63 milioni di cui più di 4 milioni in organizzazioni (dati Istat).
Una di queste è l’Associazione Gigi Ghirotti, nata nel 1984 per aiutare i malati di tumore, inizialmente solo a domicilio, adesso anche presso due Hospice: uno a Bolzaneto, l’altro ad Albaro per un totale di  30 posti letto. L’assistenza, in ogni caso, è assolutamente gratuita.

Esistono sul nostro territorio diversi presidi: Corso Europa, Prà, Bogliasco, Sori, Recco, Camogli Pieve Ligure, dove ci si può recare per farmaci, assistenza medica e supporto psicologico.

Dal 1994 l’Associazione  assiste anche malati di AIDS e dal 2008  i malati di SLA e si sostiene in parte con contribuzione ASL, ma anche con donazioni, lasciti, eventi di beneficenza e manifestazioni.

I volontari sono fondamentali per l’associazione e ricoprono diverse cariche da amministrative a gestionali.
Simonetta si reca nell’ Hospice di Albaro una volta a settimana per tre ore, nel momento della cena per portare aiuto e sollievo ai malati e alle loro famiglie.

“NON ABBIATE PAURA DI DISTURBARE” è la frase che si può leggere sulla parete dell’Hospice.

Perché raccontare questa cosa, in un blog che parla di positività e cose belle?
Purtroppo lo possiamo immaginare che chi occuperà quei letti potrebbe non tornare a casa, che attorno a quei letti ci sono mariti, mogli, figli,o chissà fratelli o genitori, con lo sguardo di chi sa che la persona amata potrebbe affrontare il suo ultimo viaggio.

Non sempre è così perché possono anche essere effettuati ricoveri di sollievo, per, appunto, sollevare la famiglia del malato dalla cura continua, spesso frustrante e stancante. Inoltre le strutture sono fornite di adeguati  sussidi per poter stare anche all’aria aperta e muoversi con maggior libertà, rispetto ad abitazioni di residenza in cui le barriere architettoniche non permettono libertà di movimento.
In ogni caso il volontario può fare la differenza, tra l’asettico ospedale e la struttura dove puoi sentirti come a casa.
Ognuna di queste persone ha una storia da raccontare e, quando sono in grado di farlo, avere qualcuno che li ascolti può essere una cosa bellissima sia per chi la narra, sia per chi la ascolta. Simonetta si sente arricchita da questi racconti, queste vite consegnate a lei come tesori. E come potrebbe non esserlo?
A volte si crea un rapporto di contatto tra il malato e il volontario e quando volano baci e sorrisi per la richiesta di un tovagliolo soddisfatta, significa che non c’è solo riconoscenza ma anche un filo sottile, invisibile, labile che si è instaurato.
Ovvio che non è una cosa facile; il compito del volontario è fornire una cortese assistenza, con empatia, ma dovrebbe non affezionarsi; l’animo umano vuole, però, che in alcuni casi l’affinità prevalga e allora anche quando il letto di quella persona che, tra i tanti volontari, ricordava proprio il suo nome rimarrà vuoto, ci sarà il momento di sconforto, la presa di coscienza dell’ineluttabile ma anche la consapevolezza di aver donato qualcosa. Ma non solo. Anche quella di portarsi a casa qualcosa, in fondo al cuore, dove cerchiamo di mettere le cose belle che riusciamo a trovare, anche quando sono nascoste e fragili come fiori tra le rocce.

Concludo dicendo che si è appena conclusa la mostra fotografica “Passione, Cura e Amore” che si è tenuta presso il Palazzo Ducale di Genova e quello che vorrei sottolineare è proprio lo spirito con cui il fotografo ha  voluto rappresentare il lavoro ‘sul campo’: foto comunque serene, rappresentanti momenti di conforto, persone in cura ma sorridenti. Non è mostrata una malattia cruenta e triste, ma anche se in tutta la sua fragilità, in un ambiente familiare.

Questo è il motivo per cui anche questo articolo può entrare a pieno titolo nelle mie cose belle: la sintesi delle cure palliative, così come scritto sulla loro pagina Facebook è “C’è ancora molto da fare quando non c’è più niente da fare” e a ben pensarci si può adattare a qualsiasi situazione di vita.

Ci tengo a dire che questa è semplicemente una testimonianza di una persona che presta il suo tempo per fare del bene e portare sollievo. Simonetta ha un senso di riconoscimento personale verso l’Associazione e la fa stare bene svolgere la sua attività di volontariato, la fa sentire in famiglia.

Qualsiasi omissione o imprecisione spero mi verrà perdonata.

Per info:

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