Il presepe di Manarola

Benvenuti in Paradiso

La gita

Era tanto tempo che volevo portare mio figlio a vedere le Cinque Terre, così ho unito l’occasione di poter vedere il Presepe di Manarola, unico nel suo genere, con una gita in una meta a lui ancora sconosciuta.

Posso però dire che non sarà l’ultima perché le Cinque Terre meritano di essere viste tutte e noi in questa giornata ci siamo concentrati solo su Manarola, a un solo chilometro da Riomaggiore, l’ultima venendo da Genova. Le altre sono: Monterosso, Vernazza e Corniglia.

Per raggiungerla ho deciso di lasciare l’auto a Sesti Levante e proseguire con il treno. Ognuna delle Cinque Terre ha la sua stazione e ci sposta velocemente da una all’altra. Noi siamo scesi alla stazione di Manarola e un lungo tunnel ci ha portato nel centro del paese. Ci siamo diretti subito verso il Presepe. Avevo letto che è il più grande presepe al mondo ma non sapevo bene cosa aspettarmi. Non ho voluto vedere foto o descrizioni. Così quando ho iniziato a scorgere le prime grandi sagome bianche tra i filari di vite, nella collina di fronte, sono rimasta un pochino delusa. Però era già l’ora di pranzo e Marco reclamava da mangiare, così mi sono soffermata nel primo posto che ho incontrato e per mia fortuna si è rivelato eccezionale!

Il pranzo

In via Riccobaldi 1, poco prima della piazza della Chiesa di San Lorenzo (stile gotico, 1338, uno dei monumenti del terriotorio)  ho visto un’insegna allettante ‘Cappun Magro’ che si presenta come Vini&Cucina Artigianale Ligure, all’esterno una lavagna con alcuni piatti tra cui ovviamente il Cappon Magro. Io adoro questo piatto. E’ tipico della cucina ligure delle feste ed è un misto di pesce, verdure e crema di prezzemolo. Una mattonella sapientemente impilata, una fusioni di sapori unica.

Se volete leggere la ricetta o cimentarvi nella preparazione vi metto il LINK della ricetta della mia amica Luisa, dal suo blog Allacciate il grembiule.

Intanto vi mostro l’aspetto del mio meraviglioso piatto, decorato con cozze e ostrica al vapore, giardiniera fatta in casa e acciughe sotto sale, altro must della cucina ligure.

Cappun magro

La ragazza che mi ha servito al tavolo è stata molto cordiale e mi ha anche dato indicazioni sulla composizione del piatto. Trovo che quando si servono piatti della tradizione sia bello illustrarli e poter dire che i prodotti sono locali, come il pane posto alla base, preparato appositamente da un forno del luogo.

Il locale serve anche ‘panini marini’, per chi cerca qualcosa di meno impegnativo, anche take away.

panino marino

Ovviamente abbiamo gradito anche il dolce e non ho potuto non assaggiare una focaccia fatta con sciacchetrà, pinoli e uvetta.

focaccia con sciacchetrà, pinoli e uvetta

Lo Sciacchetrà

Lo Sciacchetrà è un nobile vino passito tipico delle Cinque Terre. Nel tempo ha avuto diversi nomi: vernaccia, amabile, roccese, rinforzato, ma solo verso la fine dell’ottocento ha assunto questo nome.

Il termine deriva da verbo «sciacàa» (schiacciare), utilizzato per indicare l’operazione di pigiatura dell’uva.

Si ottiene da uve a bacca bianca vermentino,bosco e albarola, sovra-maturate, con un metodo di produzione che ne determina l’alta gradazione alcolica, l’inconfondibile profumo e il bel colore ambrato. A causa del territorio scosceso e terrazzato tutte le lavorazioni devono essere fatte a mano e il futuro delle Cinque Terre è anche nella cura del territorio e della difesa dei suoi prodotti unici.

Vini e terrazze

Le Terrazze

Le terrazze su cui sono coltivate le vigne e tra cui sono sparse le sagome del Presepe sono frutto di un lavoro millenario.

Fin dal medioevo, con una lavoro costante e assiduo, il manto boschivo originario è stato sostituito dalle terrazze.

Le rocce furono frantumate in loco, con strumenti modesti e fornirono la base per la conseguente costruzione di muretti a secco che potessero contenere la terra per la coltivazione delle viti. La costruzione dei muretti a secco con arenaria e pietrisco, senza materiali di coesione, è alla base della buona riuscita delle coltivazioni e della tenuta del territorio che è costantemente controllato e mantenuto. La costruzione dei muretti è un arte antica e sapiente e va salvaguardata e tramandata.

Terrazze, viti e presepe di giorno

In questa immagine si può vedere il terrazzamento della Collina delle Tre Croci e la disposizione delle sagome del Presepe.

Il Presepe di Manarola

Quando sono arrivata non sapevo cosa aspettarmi, dalla collina opposta ho visto le grandi sagome bianche e alcune persone vi camminavano in mezzo. Le sagome sono a grandezza d’uomo e rappresentano persone e animali, imbarcazioni e case. Di giorno se ne coglie la grandiosità ma nulla di più.

Ogni 8 dicembre viene inaugurato e dura fino all’incirca alla fine di gennaio, perciò se dopo aver letto l’articolo vi venisse voglia di visitarlo sareste ancora in tempo e forse anche fuori dal maggior afflusso di turisti del periodo natalizio.

L’ideatore del presepe è Mario Andreoli, oggi pensionato, e vi si dedicava dal 1976. In trent’anni ha coperto tutta la collina e nel 2007 è stato inaugurato e subito inserito nel Guinnes dei Primati.

Il presepe è composto da trecento forme, costruite con materiale di riciclo, 8 km di cavi elettrici e 17.000 lampadine alimentate da un impianto fotovoltaico.

Vi rimando alla fine dell’articolo per il presepe illuminato. Inutile dire che è uno spettacolo mozzafiato. Quello che di giorno mi era parso solo grande alla sera, dopo il tramonto, al buio, l’ho trovato stupefacente e anche emozionante. Peccato io non disponga di una buona macchina da fotografare. In mancanza di una buona immagine seguite il mio consiglio: andate a vederlo.

Passeggiando per il paese

Manarola come tutte le cinque terre è aggrappata su una roccia e parte delle sue vie si snodano lungo una montagna.

Manarola, le sue vie

Il borgo si sviluppa lungo un torrente oggi ricoperto, ma prestando attenzione lo si sente scrosciare ovunque e in alcuni punti lo si può scorgere.

Manarola e il suo torrente

Un’altra parte di borgo si posa in un terreno come fosse un anfiteatro naturale che porta fino al mare e le colline sembrano abbracciarlo.

Manarola e il mare

Proseguendo oltre il locale dove abbiamo mangiato si possono imboccare le vie che attraversano tutto il paese in salite, discese e scalette. Ogni tanto la vista sarà sorpresa da una piazzetta, un arco o da un elemento inaspettato.

Manarola e i suoi segreti
Rosa dei venti, piazza Montale

Camminando per le vie scopro targhe dedicate a pittori e scrittori che hanno amato Manarola e le Cinque Terre.

Dicono di lei…

Il pittore Antonio Discovolo, toscano di nascita approda nel 1905 a Manarola e ne dipinge la luce e i colori del mare. Trova a Manarola l’amore e finirà la sua vita a Bonassola.

Dipinto di Discovolo Antonio

Eugenio Montale, poeta e scrittore, Nobel per la letteratura nel 1975 dedica questi versi alle cinque terre:

Riviere

Da: Ossi di seppia, 1925

Riviere,
bastano pochi stocchi d’erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare…

Giovanni Pascoli, XX secolo, poeta

ho nell’anima una gran sementa ideale che non aspetta se non la rugiada delle Cinque Terre per germogliare e poi fruttificare. Sii dunque benefico a questa ricchezza latente. La rugiada puoi mandarla per ferrovia a Borgo a Mozzano per Barga. Io l’aspetto a bocca aperta,

Gerolamo Guidoni, XIX secolo, studioso naturalista

per quanto sterile e incolta sembra questa contrada all’occhio indifferente del viaggiatore, s’egli vorrà però più da vicino considerarla, non mancherà di vedere con maraviglia, quanto l’industria dell’uomo sino da’ più antichi tempi, abbia reso fruttifero di un’immensa quantità di viti e ulivi, quel terreno che abbandonato alla sola natura, non presenterebbe ora che rupi inaccessibili e disabitate.

da’ Nuovo dizionario universale e ragionato di agricoltura, economia’ 

Renato Birolli, XX secolo, pittore, Compie lunghi soggiorni in provincia della Spezia, alle Cinque Terre, località tutte che ispireranno precisi esiti alla sua produzione artistica (Gli incendi)

L’uva è ovunque e pare una faccenda antica

che male venir via quando poi sarà il vino,

fresco e aromatico. giovane come il nostro spirito.

La donna dell’uva, scultura di Antonio Puja, a Punta Bonfiglio

Giacomo Bracelli, XV secolo, storico, diplomatico, intellettuale umanista.

E’ uno spettacolo davvero veder monti non solo scoscesi, ma veri dirupi faticano a passarli a volo, sassosi da non trattenere alcuna umidità, ricoperti da viti così assetate a gracili, da apparire più simili all’edera che non alla vite. Da cui si trae un vino che imbandisce le mense dei re.

Corrado Alvaro, XX secolo, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore.

La stessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico, e la strettezza a un armonia addirittura formale. Così è nelle Cinque Terre. Soin diversi i vini che vi si producono, uno famoso si chiama Sciacchetrà, un nome dritto come uno sparo; è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vita di questa contrada

Il mare

Dal cibo, al presepe, allo Sciacchetrà, alla passeggiata e alle citazioni la protagonista assoluta si direbbe sia la vite e la sua produzione, ma non dimentichiamo che Manarola è terra di mare. Scendiamo così verso la marina e ci avviciniamo al mare che oggi non è uno specchio e spumeggia nel suo infrangersi contro le onde; nel frattempo il cielo si è aperto, il sole ha fatto capolino e ci scalda, ci sta anche un gelato e ci godiamo i tiepidi raggi.

Manarola, onde
Manarola, la marina
Manarola, gozzi

Dalla piazzetta della Marina partono due sentieri, uno si dirige verso Punta Bonfiglio, da dove potrete godere di una bellissima vista su Manarola,

Manarola, panorama

osservare attrezzatura destinata all’uso delle barche

Argano

e il volo dei gabbiani

gabbiano a Manarola

Il sole è ancora alto, ma so dove andare ad aspettare il tramonto. In piazzetta Montale c’è una vista bellissima.

Marco non fa che chiedermi se sono felice perché secondo lui si vede e io davvero mi rendo conto di stare davvero bene. Sì, sono felice.

Tramonto a Manarola, Piazzetta Montale

E quando cala la sera…

Poi alle 17 cala il sole. Si inabissa nel mare in tripudio di colori, in parte mascherati dalle nubi all’orizzonte ma l’emozione è grande. Lo spettacolo della natura mi fa sempre quest’effetto. Il cielo si scurisce e ci dirigiamo verso le terrazzine poste di fronte alla collina Tre Croci per aspettare il buio e vedere finalmente il presepe illuminarsi.

Marco è un po’impaziente, inizia ad essere stanco e si lamenta del fatto che perderemo il treno delle 17.30, ma io come sempre cerco di farlo pazientare e alla fine mi da’ ragione; ne vale la pena. Nono si aspettava che fosse così bello.

Il presepe si accende un po’ per volta a partire dal basso, le sagome sono tutte colorate e si distinguono bene. Brillano nel buio, contro il nero della notte circostante. Finalmente, eccolo, in tutto il suo splendore.

Manarola, presepe

Lo so, così non rende,ma ho voluto mettere la foto solo per dirvi di guardare bene in basso, a destra. Il grande Andreoli ha voluto aggiungere una parola e un simbolo per ricordare la grande tragedia che ha colpito quest’anno la mia città: Genova e un cuore.

Mi sono commossa e tutta la felicità che ho provato durante la giornata si è sciolta in una lacrima.

Vi saluto con un dipinto di Renato Birolli, Incendio alle Cinque Terre, che ricorda le luci del presepe più grande del Mondo.

Incendio alle cinque terre, Birolli

 

LA COLLINA DI SPOON RIVER E LE CANZONI DI ANDRE’

Alcune settimane fa ho avuto la fortuna e il piacere di assistere ad un’intima rappresentazione di un bellissimo spettacolo: La collina di Spoon River e le canzoni di De André.

In un teatro che è un salotto gli attori e la band ci hanno stregato e ammaliato con la loro interpretazione e la loro musica.

Sotto la regia e con l’adattamento di Lazzaro Calcagno lo spettacolo nasce dalla collaborazione del Teatro Il Sipario Strappato di Arenzano e dell’Antico Teatro Sacco di Savona.

Lo spettacolo sarà infatti messo in scena il 12 gennaio alle ore 17.30 e alle 21 all’Antico Teatro Sacco e il Venerdì 18 e sabato 19 gennaio alle ore 21 al Teatro Grande Il Sipario Strappato.

Quando ho deciso di assistere a questa rappresentazione non conoscevo l’Antologia di Spoon River, ma all’epoca di Google basta una ricerca per avere almeno una base di informazione.

L’antologia di Spoon River è una raccolta di poesie in forma libera e ognuna di esse è l’epitaffio di un defunto abitante di un’immaginaria cittadina- Spoon River appunto- che racconta sé stesso; pubblicata tra il 1914 e il 1915 da Edgar Lee Masters è in realtà ispirata ad alcuni dei veri abitanti dei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield nell’Illinois che si offesero tantissimo nel leggere le loro vicende e i loro inconfessabili segreti. Difatti nell’antologia i defunti parlano liberamente in prima persona delle loro vite, dei loro peccati e debolezze non avendo più nulla da perdere, poiché giacciono ormai nel cimitero locale.

Nell’edizione finale l’Antologia raccoglie ben 248 personaggi che descrive quasi tutte le categorie e le professioni umane.

Nell’epoca fascista Fernanda Pivano tradusse l’Antologia, innamorandosi dei versi di quel libro all’epoca proibito, pubblicato poi da Einaudi con l’improbabile titolo di Antologia di S.River; la Pivano pagò comunque con la prigione questa audacia, non rinnegandolo mai.

Nel 1970 un giovane Fabrizio De André lesse i versi dell’Antologia e riconoscendosi in alcuni dei personaggi scelse nove poesie e riadattandone il testo, le musicò, con la collaborazione di Giuseppe Bentivoglio e Nicola Piovani. Nacque così il suo quinto album di inediti : “Non al denaro non all’amore né al cielo” . (cliccando sul titolo riproduzione dell’album con Youtube).

Queste le sue parole, sul retro di copertina : «Avrò avuto diciott’anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.»

Nella rappresentazione le anime che parlano si alternano con la riproduzione dal vero dei brani del disco. Le anime sono interpretate dai bravissimi attori Antonio Carlucci, Sara Damonte, Antonella Margapoti e Manuela Salviati  che si avvicendano sul palco, passandosi come testimone un oggetto di uso comune, che si trova sulla scena in un baule. Le anime, gli attori, indossano uno scarno abito bianco, una testimonianza del loro essere ‘fantasmi’, ‘defunti’ e recitano con dolore e passione la loro testimonianza.  Le canzoni di  De Andrè sono riprodotte dal bravissimo Matteo Troilo e dal gruppo London Valour Tribute Band. L’insieme dà vita a uno spettacolo di forte impatto emotivo. I personaggi sono vividi e sinceri e quando l’esternazione del dolore di ognuno di loro diventa musica è quasi impossibile rimanere impassibili. I brani del disco vengono riprodotti tutti e nove, a partire da ‘La collina’, con il refrain ‘dormono, dormono sulla collina’ ripetuto più volte come filo conduttore passando per ‘Il suonatore Jones’ ( libertà, l’ho vista dormire nei campi coltivati… libertà, l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato) e ‘Un Giudice’  (cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente..) fino a finire con ‘Un ottico’ (non più ottico, ma spacciatore di lenti per improvvisare occhi contenti)  mentre i personaggi parlanti sono in numero maggiore, anche per dare voce ai personaggi femminili che nel disco non avevano avuto spazio. Incontriamo così Aner Clute, la prostituta, Sonia la russa, Minerva Jones, la poetessa e tante altre. Le loro voci ci raccontano la vita in una piccola cittadina rurale, mettendo a nudo le meschinità e la realtà, demistificandola.

attori, regista e band

Lo spettacolo è stato messo in scena per la prima volta per il 70° anniversario della traduzione dell’Antologia e riproposto arricchito e ampliato per commemorare il ventennale della scomparsa di Fabrizio De André, che ricorrerà il giorno 11 gennaio 2019.

Non posso quindi che consigliarvi caldamente questo spettacolo, sia per l’intensità degli attori che per la bravura della Tribute band, di cui ho apprezzato tantissimo voce e violino. In omaggio al giorno del ventennale della morte di Fabrizio De Andrè, la band London Valour (nome che prende spunto da una canzone di Andrè dedicata a una nave affondata davanti a Genova il 9/4/1970)  darà vita alle sue canzoni più belle presso il teatro Bloser venerdì 11 gennaio alle ore 21.

Per vedere lo spettacolo invece:

Sabato 12 gennaio ore 17.30 e ore 21 Teatro Sacco

INFO E PRENOTAZIONI

TEL: 331.77.39.633 – 328.65.75.729 EMAIL: [email protected] 

Venerdì 18 e sabato 19 gennaio (ore 21) – Teatro Grande Il Sipario Strappato

La biglietteria del Teatro Il Sipario Strappato è sempre aperta grazie a  Happyticket

La prevendita è possibile allo Iat di Arenzano

Inutile dirvi che ho scritto l’articolo ascoltando la bella voce di Faber e riscoprendo questo bellissimo album, che fa da colonna sonora a tutto lo spettacolo.

(…e il cuore impazzì e non ricordo da quale orizzonte sfumasse la luce…)

copertina del disco

 

 

CASTAGNATA DI BENEFICENZA A PRA’

Sabato 27 ottobre si terrà a Pra’ l’ottava castagnata di beneficenza.

Pra’ è il mio quartiere, il luogo dove abito e spesso ho scritto di manifestazioni che vi si tengono o di alcune particolarità, come le sue saracinesche dipinte e i suoi murales.

Mi piace scrivere del mio quartiere perché credo che in nessun altro posto di Genova ci sia un così grande e continuo impegno dei commercianti e dei comitati e le occasioni per gli abitanti, di tutte le età, per incontrarsi e fare qualcosa di diverso sono davvero molte. La partecipazione è sempre molto ampia e questo rende giustizia al grande lavoro degli organizzatori.

Il costante impegno dei Civ Pra’ Insieme, del Comitato Valorizzazione Ponente e dell’Associazione Borgo Palmaro, oltre che di tutti i volontari e associazioni sportive, ha infatti regalato per ben sette anni di seguito una lavagna interattiva multimediale  (LIM) alla scuola I.C. Pra’ grazie alle varie edizioni della castagnata autunnale e quest’anno si prefiggono di regalare l’ottava.

Mauro Rossi dona l’assegno del ricavato della castagnata 2017

La giornata sarà piena e ricca di iniziative e vedrà banchetti, esposizioni e dimostrazioni su tutto il territorio che va da Piazza Sciesa fino a Piazza Laura.

Se non siete di Pra’ potete raggiungerci facilmente con il treno, la cui stazione è comodissima e vi permette di arrivare nel cuore della festa o con l’autobus n. 1. Se volete arrivare in auto il parcheggio della stazione è ampio e troverete un posto sicuramente.

Con i recenti lavori di riqualificazione del quartiere possiamo usufruire di  molto spazio pedonale, larghi marciapiedi e comode piazzette dove poter assistere a quanto organizzato nel corso della giornata.

La principale protagonista sarà la caldarrosta! Saranno disponibili due punti cottura, uno sulla piazzetta della Vecchia Stazione, gestito dagli immancabili alpini, l’altro in Piazza Laura, gestito dal Comitato Palmaro. Per un totale di ben 300 kg di castagne!

Se le caldarroste vi mettono sete, potrete contare su un caldo e confortante vin brulé, anche se confidiamo in una giornata frizzante ma soleggiata.

Per chi avesse ancora fame troverete anche le meravigliose Focaccine preparate dal Comitato Valorizzazione Ponente, in Piazza Sciesa.

Castagnata 2017: i tavoli sono pronti!
Castagnata 2017: alpini alla preparazione delle caldarroste

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per tutta la giornata saranno presenti le bancarelle mercato e gli stand creativi, da via Pra’ fino a Piazza Bignami, la piazza del Comune, ora dotata di un nuovo sbocco a mezzo scalinata con la sottostante Via Pra’.

Dal pomeriggio invece sarà un susseguirsi di dimostrazioni. Le associazioni sono tante e diverse e operano tutte sul territorio. Daranno così dimostrazione delle loro attività e proposte.

A partire dalle 16, in Piazza Sciesa, le seguenti società faranno provare ai bambini le loro attività sportive:

Volare Volley ( pallavolo),  GSD Olimpic 1971 (calcio),  Pattinaggio HP Voltri Mele e Artistic Roller Team. 

Quest’anno sarà presente anche il Club Rebels di Genova che mostrerà e farà provare il gioco del Subbuteo. Chi se lo ricorda? Quel famoso campo da pallone, del formato di un tavolo, di panno verde su cui i piccoli calciatori giocano sospinti da una ‘baccicolata’, ossia una piccola spinta data dal dito indice.

Il Gsd Regina Margherita farà esibire le sue atlete e atleti in ginnastica ritmica e artistica e alle 17.30 la scuola di danza Obiettivo Danza asd Genova mostrerà alcune coreografie di diversi stili.

Si esibiranno anche gli atleti della nuova scuola  #365Martial Arts, specializzata in arti marziali.

Cliccando sui nomi delle singole società vi si apriranno le pagine Facebook delle stesse e potrete avere un anticipo delle loro attività o trovare indirizzo e recapiti.

Lungo tutta la via pedonale, Via Fusinato, si potranno ammirare i quadri prodotti dal Circolo Arci Prisma, che ha sede in Piazza Bignami, circolo culturale che si occupa di pittura e della sua diffusione.

Ammetto che è la prima volta che vedo le loro creazioni e questa manifestazioni servono anche a scoprire possibilità che abbiamo sul territorio e di cui ignoriamo la conoscenza. Se hai una vena artistica perché non informarti?

Inoltre in Via Fusinato si terrà il Concerto della Big Band Colombi, la banda musicale di Pra’, e sarà presente la Giostra della Fantasia per intrattenere i bambini. Loro lo sanno fare bene, da anni sono sul territorio con asilo nido, centri estivi e corsi di ginnastica.

Via Fusinato quando incrocia Via Cordanieri si conclude a ponente con Piazzetta De Cristoforis, e qui potremo ammirare gli allievi della Scuola di restauro che rappresenteranno i laboratori di Restauro del Mobile, Impagliatura, Doratura, Tornitura.

Nella piazza della Stazione vecchia per i bimbi ci saranno zucchero filato e pop corn della Fabbrica dello Show, da gustare mentre guarderanno lo spettacolo itinerante di magia e meraviglia di Jack Bubble.  Bolle di sapone e non solo. I bambini lo adoreranno, ma anche i grandi!

In piazza Bignami potrete assistere alle esibizioni di Zumba della frizzante Babi Fabbri e Silvia della Torre della Palestra i Delfini , potrete guardare ma anche partecipare! Come per ogni Zumba party che si rispetti siete invitati a portare scarpe da ginnastica e shakerare tutto il vostro corpo. La Zumba è davvero molto divertente, facile ed efficace.

Si daranno il cambio con la scuola di ballo Your swing, che tiene corsi a Voltri, Pegli, Arenzano e Genova e insegna a ballare il Lindy hop con simpatia e professionalità. Sulle musiche degli anni ’30 vedrete i ballerini ballare, ridere e divertirsi. Ovviamente potete ballare anche voi!

I bambini troveranno ancora da divertirsi nel parco Dapelo, con la gimkana in bicicletta organizzata dalla Polisportiva Palmarese. Per i migliori sono previsti anche piccoli premi.

Se avete attraversato il parco Dapelo ora vi trovate nella zona di Palmaro e oltre al punto di caldarroste, come già detto in precedenza, in piazza Laura, troverete il truccabimbi di La Fabbrica dello Show e l’esibizione canora di una cantante ‘nostrana’: Elena Lazzari.

Durante tutto il giorno i negozi saranno aperti, ci sono negozi storici e nuove aperture.

I quartieri vanno mantenuti vivi, dobbiamo ricordarci di sostenere le piccole attività del quartiere perché non si parla solo di commercio, ma del mantenimento di un tessuto sociale. Tutto quello che vi ho descritto è possibile solo grazie all’impegno di tutti i negozianti e delle associazioni del territorio; loro vivono grazie ai nostri acquisti, ma rendono il posto in cui viviamo più vivo e piacevole, oltre che sicuro. Senza dimenticare che spesso le manifestazioni in cui si impegnano sono senza scopo di lucro e con fine benefico.

Allora vogliamo contribuire all’acquisto della LIM per la scuola dei nostri ragazzi?

Vi aspettiamo sabato 27 ottobre dalla mattina e per tutto il giorno.

L’articolo verrà completato, in seguito,  con alcune foto che sarà mia cura scattare durante l’intera giornata a testimonianza dei vari eventi e dimostrazioni che si svolgeranno.

Ah, dimenticavo se piove ci si vede il sabato successivo, il 3 novembre!

Per una consultazione veloce ecco il programma:

Programma della castagnata

 

I macchiaioli, mostra a Genova

I macchiaioli, mostra a Genova
Atrio palazzo della Meridiana

Lungi da me volermi spacciare per intenditrice o critica d’arte, ma in questo campo ho le mie preferenze e una sana curiosità. Penso che la curiosità sia il sano motore della conoscenza e cerco di non perdere occasione per imparare qualcosa.
A volte le nostre città, Genova nel mio caso, offrono piccole mostre facilmente visitabili meno impegnative di un museo o di una pinacoteca. Si può godere di una mostra o di un’esposizione senza essere necessariamente degli esperti. Basta avvicinarsi con lo spirito giusto e magari ci si prende anche gusto. A me è successo così. Ho iniziato molto tardi ad andare per mostre e come spesso capita poi una tira l’altra.
Questa volta ho voluto approfittare della mostra ‘I macchiaioli’ presso Palazzo della Meridiana. La mostra è iniziata il 14 settembre e terminerà il 9 dicembre. Un consiglio che vi posso dare, se fosse la prima volta che vi avvicinate ad una mostra, è di farvi accompagnare da qualcuno di appassionato all’arte o che comunque ne sappia qualcosa. Io ero in compagnia di due amiche più esperte di me e questo è sempre un valore aggiunto. Inoltre non mi vergogno di chiedere, perciò faccio domande senza ritegno. Sappiate che chi sa le cose spesso è ben contento di condividerle.
In questo mio articolo vi esporrò maggiormente come è sviluppata la mostra e darò davvero pochi cenni sul movimento perché potrei togliervi il piacere di andare a visitarla. Pubblico alcune foto, fatte con il cellulare e dove a volte si vedono anche le luci del soffitto riflesse solo per dare un esempio dello svolgimento. A me è piaciuta molto, i quadri non sono moltissimi, circa una cinquantina, ma molto significativi per capire l’evoluzione, le caratteristiche e le varie fasi del movimento.
Innanzitutto si entra nel meraviglioso atrio del Palazzo della Meridiana, posto nell’omonima piazza tra Via Cairoli e Via Garibaldi, e ingresso sito in salita di San Francesco al civico 4. L’atrio è ampiamente decorato e nella parte centrale è ornato da una vetrata a soffitto molto colorata. Il pavimento è in marmo bianco e nero.

I macchiaioli, mostra a Genova
pavimento dell’atrio di Palazzo della Meridiana
I macchiaioli, mostra a Genova
vetrata del soffitto dell’atrio di Palazzo della Meridiana

Si accede alla mostra dall’atrio direttamente e nella prima sala si può vedere un breve video, con la voce narrante di un presunto Telemaco Signorini che espone brevemente nascita e momenti del movimento dei Macchiaioli, così sarcasticamente chiamati nell’ambiente accademico. La culla è Firenze e l’epoca è la meta dell’ottocento. Per motivi storici ben descritti dai tabelloni esposti nelle sale il movimento durò solo fino alla fine degli sessanta. Un ventennio, quindi, nel complesso.
Gli stessi autori mantennero la definizione di Macchiaioli, usata inizialmente con senso dispregiativo, per autodefinirsi in quanto incarnava il loro lavoro in maniera precisa.
La prima sala con il video è anche esposizione delle caricature e ritratti che loro stessi si facevano all’interno del Bar Michelangiolo, loro ritrovo abituale per un decennio, prendendo spunto da quelli che sulle sue mura avevano trovato collocazione. Nel 1893 Telemaco Signorini ne pubblicò una collezione a ricordo degli anni d’oro del Caffè Michelangelo, dove si riunivano tutti gli artiisti e gli intellettuali dell’epoca e da dove partì un certo fermento innovativo. Questo è il contenuto del primo cartellone espositivo, accanto ad una gigantografia di una foto di gruppo con diversi esponenti del movimento dei Macchiaioli.

Dopodiché si accede alla prima vera e propria saletta.

Il cartellone spiega Cos’è la macchia e racconta delle influenze della pittura francese e di artisti come Manet. Si spiega cosa è la scuola di Barbizon, da cui i macchiaioli prenderanno spunto per le loro rappresentazioni en plain air.

Il primo dipinto che ci appare in questa sala è quello sotto riprodotto ed è esempio dell’inizio della pittura macchiaiola.

I macchiaioli, mostra a Genova
Villa Salviati, 1856
Serafino da Tivoli

Le origini della ricerca macchiaiola è il secondo cartellone esplicativo. ‘La macchia è un mezzo per catturare il vero nelle sue più immediate impressioni’. La macchia diventa quindi il fine, non il mezzo. Il dipinto apparirà come un insieme di macchie e differenze di chiari scuro, con poche definizioni. Per gli accademici dell’epoca i loro dipinti erano appunto definiti come ‘appena abbozzati’.

Uno dei fondatori del movimento è Telemaco Signorini, di cui sono esposte diverse opere. Sue furono le opere rifiutate dalla Giuria di un’esposizione nel 1856 per eccesso di chiaroscuro. Il movimento era quindi nato.

Altro esponente importante è Vincenzo Casabianca. Suo è l’ombrellino qui sotto riportato ed utilizzato come immagine del depliant della mostra.

I macchiaioli, mostra a Genova
L’ombrellino
Vincenzo Cabianca 1859

La macchia nasce come strumento per ritrarre la realtà. Non si vuole appositamente descrivere i dettagli che ad occhio nudo non si colgono e si utilizza direttamente il pennello su tela, senza il disegno. Questo dipinto ne è la prova. Si vedono le macchie che determinano le due figure, l’ambiente circostante, vediamo la luce che arriva come un raggio da dietro il dipinto, ma non possiamo vedere i volti ben definiti, o le dita delle mani, le stecche dell’ombrellino.

Gli artisti si trovavano a dipingere insieme e si emozionavano alla vista di macchie di colore visibili ad occhio nudo nell’ambiente circostante.

“Bell’epoca! Bastava la vista di un bucato steso perché il bianco dei panni sul fondo grigio o verde gli facesse andare in frenesia”.

Il soggetto storico e letterario è il pannello che ci aiuta a collocare l’utilizzo dei temi storici all’interno del movimento.

In questa scena romantica di Banti per esempio, l’utilizzo di un tema medioevale in costume  è uno strumento per lo studio della macchia, degli effetti della luce e dei contrasti luminosi.

I macchiaioli, mostra a Genova
Scena romantica
Cristiano Banti

Diversamente invece Silvestro Lega, in questa  sua tela giovanile, mostra la sua vicinanza alla scuola purista , che si rifà al 1300, ma nello stesso tempo inizia a contaminare la sua pittura con il naturalismo europeo. Lega comunque non si allontanerà mai completamente dalla scuola purista e dalle regole della pittura quattrocentesca.

I macchiaioli, mostra a Genova
Tiziano e Irene di Spilimbergo
Silvestro Lega

Tutto ciò viene bel spiegato nel cartellone Il rapporto con l’Accademia e il Purismo: si capisce l’eterogeneità del panorama pittorico dell’epoca e la necessità di rivolgersi ad altri modelli, non volendo considerare i classici come unica fonte di ispirazione, pur rispettandoli.

Altro esempio di rappresentazione realistica di una scena ambientata nel passato è la tavola sotto riportata.

I macchiaioli, mostra a Genova
Dante nel Casentino, 1865
Vincenzo Casabianca

Con L’epopea risorgimentale si spiega cosa avviene durante le guerre di indipendenza e come ciò modifica la pittura. I pittori si buttarono anima  e corpo nelle battaglie e alcuni, come il giovane ventottenne Raffaello Sernesi  vi perirono. Le varie esperienza di battaglia e di incontro con altre realtà fornirono loro spunti per i loro dipinti, dove la guerra però venne rappresentata con temi non eroici o epici, bensì nei suoi momenti di accampamento, riposo, senza ovazione alcuna ad eroi o gesta memorabili. Fattori è uno dei maggiori esponenti di questo tipo di soggetti e il seguente ne è un esempio, nonostante lui fosse tra i pochi mai arruolatosi.

I macchiaioli, mostra a Genova
La lettera al campo
Giovanni Fattori
1873-1875

La sala e il tema successivo approfondiscono i Paesaggi.

Dopo un breve excursus storico del tema del paesaggio nella pittura italiana, il cartellone ci racconta come i macchiaioli si avvinarono ad esso per cogliere frammenti di realtà secondo le istanze della pittura dal vero, facendolo divenire campo di sperimentazione. Ci introduce inoltre l’inizio dell’utlizzo della fotografia, approfondito più avanti.

Alcuni esempi di paesaggi esposti:

I macchiaioli, mostra a Genova
Paesaggio con alberi
Eugenio Cecconi
I macchiaioli, mostra a Genova
Marina con barche e pescatori, 1861
Vincenzo Casabianca

Probabilmente, nonostante il titolo, vi è rappresentato il Lago di Massaciuccoli.

I macchiaioli, mostra a Genova
Strada solitaria
Giovanni Fattori

Dipinta sul coperchio di una scatola di sigari la tavoletta è un bell’esempio di paesaggio dei macchiaioli.  Purtroppo dalla foto non si possono apprezzare le diverse tonalità di verde di cui è ricco il dipinto, motivo per cui vi invito ad andare a vedere la mostra e a cogliere dal vero quanto sto provando a descrivervi.

Il prossimo dipinto, uno dei miei preferiti, può ben essere significativo per capire la connessione tra I macchiaioli e la fotografia.

I macchiaioli, mostra a Genova
Mercato del bestiame 1864 Telemaco Signorini

Agli inizi del 1860, dopo le guerre del Risorgimento, i pittori si ritrovano con rinnovato vigore e dal 1861 si riuniscono in una base comune:  I soggiorni a Castiglioncello. Qui infatti Diego Martelli eredita una casa che diviene quartier generale. Il luogo è di particolare ispirazione agli artisti e vengono prodotte alcune delle opere più importanti.

I macchiaioli, mostra a Genova
Punta Righini- Castiglioncello
Raffaello Sernesi

Anche questo dipinto dal vero è splendido, la foto non rende giustizia.

I macchiaioli, mostra a Genova
I fidanzati
Silvestro Lega

Questo dipinto di Silvestro Lega è nella parte finale della mostra e mai come in questo caso una semplice raffiguarazione non serve  a capire cosa si provi guardandolo. Io ho come avuto l’impressione che le figure fossero sospese nel dipinto. La bambina accucciata sembra venire fuori dal quadro stesso. Quello che dovrebbe essere il soggetto è in realtà defilato, raffigurato di spalle ma non per questo meno importante. L’aria è romantica. Il cielo è rosa. Si avverte una certa languida quiete, ma anche malinconia. Questo mi è piaciuto tanto!

La mostra si conclude con Dopo la macchia.

Firenze entra in crisi economica ed artistica. Verso la fine degli anni 60 il gruppo si disgrega e pur mantenendo buoni rapporti ognuno segue una propria strada, ma alcuni di loro,come Fattori avranno comunque aperto la strada alla ricerca del secolo seguente e ad artisti come Modigliani.

La mostra merita. Non so se la mia stringata descrizione vi ha fatto venire voglia di andare a vederla, ma io me lo auguro. Pur leggendo tutte le didascalie ci vuole solo un’oretta. Il costo è 10 euro  e l’orario dal martedì al venerdì dalle 12 alle 19, sabato e domenica dalle 11 alle 19. Lunedì chiuso.

Per info e prenotazioni gruppi: tel. 0102451996

Per concludere la mia bella giornata, arrivata a Pra’ e scesa dal treno mi hanno regalato un tramonto con i fiocchi, dopo la pioggia…

I macchiaioli, mostra a Genova
Pra’ dopo la pioggia

GOURDON, IL NIDO D’AQUILA IN PROVENZA

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA

Era da parecchio tempo che studiavo i cataloghi della Pesci Viaggi per le gite in giornata, ma non mi decidevo mai. Mi sono salvata la loro pagina Facebook sullo schermo dello smartphone e ogni tanto sbirciavo tra le proposte, finché alla fine  mi sono decisa e ho fatto la mia scelta:  Gourdon e Cannes.

Tutto in giornata, a soli 45 euro, guida inclusa, pranzo escluso.

Ho aspettato il pullman alle 7,30 dall’uscita del casello di Pra’. Più comodo di così!

Io amo viaggiare, scoprire cose nuove, imparare, ma a volte questo desiderio si scontra con un po’ di pigrizia e con il fatto che non adoro guidare troppo a lungo. Mi sono dovuta obbligare ad alzarmi alle 6 anche di sabato! Ma ne è valsa la pena.

II viaggio è andato bene, abbiamo fatto una pausa  ad Arma di Taggia, dove poi è salita anche Raffaella, la nostra accompagnatrice molto brava e loquace. In realtà non avevo intenzione di scrivere un articolo di questa gita ma in men che non si dica mi sono trovata a prendere appunti su tutte le cose interessanti che ci raccontava Raffaela. E così ecco qua.

Abbiamo oltrepassato la costa di Sanremo, caratterizzata da ville e serre, per dirigerci verso il confine e oltrepassare la val Roja, divenuta in buona parte francese con i trattati del 1947, dopo la fine della seconda guerra. Poiché nel 1941 le truppe italiane avevano utilizzato proprio quella valle per entrare in Francia nei trattati insistettero per averne il controllo.

Appena dopo una galleria, dopo il confine, compare Mentone, il cui simbolo sono i limoni. Questo agrume è protagonista del bel carnevale di Mentone, detto anche Fête du Citron®, secondo solo a quello della vicina Nizza ed esistente da ben 75 anni. Un tempo i limoni venivano coltivati e inviati nel Nord Europa, grazie al clima mite, dovuto all’assenza di venti di tramontana e maestrale per le caratteristiche del territorio; ora il commercio degli agrumi non esiste più. Le piante tuttora esistenti, producono un frutto con i semi, con la buccia spessa anche se molto profumato e ricco di oli essenziali, ma che non può competere con quelli commercializzati nelle retine, con buccia sottile, senza semi e molto succosi. Quest’anno il tema del Carnevale era Bollywood e sono state utilizzate ben 135 tonnellate di limoni, acquistati per l’evenienza, per i carri e per le sculture.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA

I carri sono visibili, oltre che nelle giornate di sfilata, in apposite aree a pagamento durante tutto il periodo. Il prossimo anno si svolgerà dal 16 febbraio al 3 marzo 2019 e io ci sto già facendo un pensierino. Pare che sia uno spettacolo imperdibile e non vorrei perdermelo, proprio ora che l’ho scoperto!

Ah, dimenticavo, i francesi amano raccontare che fu Eva, cacciata dal Paradiso Terrestre,a  portare con sé il limone. Ella aveva affermato che avrebbe lasciato il prezioso frutto solo in un luogo che le avrebbe ricordato l’Eden. Lo trovò in Mentone e lì lasciò l’agrume.

Poco dopo passiamo sotto la roccia detta Testa di Cane,  che domina il passaggio sopra il Principato di Monaco per dirigerci verso Nizza ed uscire così dall’autostrada.

Gourdon

Affrontiamo così la salita nell’entroterra che ci porterà a 760 mt sul livello del mare, nelle Prealpi francesi, nella Valle del Loup che è il fiume che vi scorre dentro. La valle è ampia e nelle belle giornate, una volta in cima si può scorrere la vista per 80 km da Nizza a Cap D’Antibes a Cap Roux. Oggi siamo abbastanza fortunati, la giornata è serena.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, la vista fino ad Antibes

Gourdon è un’antica cittadina fortificata saracena, chiamata il nido d’aquila per la sua caratteristica posizione arroccata, una delle tradizione architettoniche più suggestive in Provenza. Da qui , avamposto dei pirati, partivano le scorribande. La posizione inespugnabile, le mura e la fortezza, sui cui resti fu costruito il Castello ne facevano un luogo perfetto per ritirarsi e difendersi.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon , il nido d’aquila

E’ ad oggi considerato tra i più bei villaggi di Francia.

La visita si snoda in un dedalo di stradine e vicoli stretti, è tutto molto raccolto e in breve tempo ci si ritrova sempre nello stesso punto. La conservazione degli edifici è mirabile e nonostante in alcuni momenti possa sembrare quasi artificioso la caratteristica aria provenzale viene integralmente rispettata,anche grazie ai bei negozietti e alla colorata merce esposta.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, vicoli
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, vicoli
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
tipica finestra provenzale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
girasole, sullo sfondo ceramiche
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
tutte diverse e variopinte, le borse di paglia

 

Ho cercato di non farmi tentare da un acquisto impulsivo ma non ci sono riuscita e nel negozio di ceramiche ho comprato una rana per la mia collezione (ne ho più di 50!) benché tra i souvenir quello che va per la maggior è la cicala, simbolo della Provenza. Di sicuro la presenza di quest’insetto, bruttino a dire il vero, è molto rilevante nel Sud della Francia e lo rivela l’assordante rumore che esse producono d’estate. Un detto svela che esse esistono in così gran quantità per tenere svegli i francesi, intorpiditi dal caldo e dal relax.

L’altro acquisto l’ho fatto presso il bel negozio ‘La fabrique de Pain d’Epice’ , forno che produce dolci artigianali, appunto. Il mio pan d’epice era con noci e fichi. La produttrice mi aveva garantito un mese di durata dall’apertura: l’ho mangiato in quattro giorni! Era eccezionale.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, la fabrique de pan d’epice

La visita a Gourdon è davvero gradevole ma finisce in fretta, la cittadina è molto piccola e pur apprezzando tutti gli scorci e i negozietti in un’ora si è visto tutto.

Route Napoleon

Riprendiamo così il pullman per scendere verso Cannes. Passiamo in mezzo a Grasse e Raffaella ne approfitta per raccontarci alcune cose molte interessanti. Prima di tutto ci svela che quella che stiamo percorrendo si chiama Route Napoleon, ossia la strada di crinale, di torre in torre che scelse Napoleone nel 1815 per tornare a Parigi dopo essere scappato dall’Elba. L’imperatore aveva soggiornato da giovane in queste zone ed era certo che avrebbe trovato collaborazione e assistenza durante la sua ascesa verso la capitale. I francesi del Sud erano ancora memori della difesa di Tolone nel 1793 e delle eroiche gesta del Buonaparte. Oggi la Route Napoleon è un percorso turistico che si può scegliere di affrontare, tutta o in parte, in diversi modi: in bicicletta, a piedi, in moto. Inaugurata nel 1932 conta all’incirca poco più di 300 km.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Targa su una fiancata di Notre dame de Bon Voyage a Cannes

Grasse è una cittadina sulla Route Napoleon e fu soggiorno obbligato di Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore, e anche della regina Vittoria. Famosa per la produzione di essenze, caratterizzata dalla presenza di due antiche torri, ma anche nota per la presenza di un supercarcere.

Cannes

Giunti a Cannes decido di seguire Raffaella verso la parte più antica di Cannes per arrivare al punto panoramico. In passato c’ero già stata e avevo camminato lungo la Croisette, che ho scoperto chiamarsi così per l’originaria presenza di una croce posta alla base della collina del Suquet, a simboleggiare l’inizio del  territorio dell’ordine religioso dei monaci di Lerino. Difatti l’antico nome della Promenade de La Croisette è Chemin de la petite croix. La Croisette, lunga 2 km, è caratterizzata dalla presenza di un litorale sabbioso da una parte e da alberghi e negozi di lusso dall’altra.

A Cannes si svolge il famoso Festival del Cinema, a maggio di ogni anno, e la cittadina per sostenere le spese del Palazzetto del Festival e dei congressi ospita perennemente esposizioni e congressi internazionali. Gira attorno alla cittadina una clientela ricca ed esigente attirata anche da queste expo molto importanti, come quelle immobiliari destinate alle grandi magioni e residenze di lusso.

Camminiamo attraverso la via centrale, la Rue Meynadier, caotica e caratteristica, ricca di piccole attività commerciali non costose. Giungiamo così sulla fortificazione, che domina la baia di Cannes, rara testimonianza del Medioevo con il suo castello a base quadrangolare, inizialmente nato come monastero.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, Le Castre

Dalla fortificazione possiamo ammirare la vista, fino alle isole Lerins.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, panorama
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, le isole Lerins

Raffaella si diverte a incuriosirci con la storia della maschera di ferro, famoso prigioniero di Luigi XIV dall’identità sconosciuta detenuto inizialmente proprio nella fortezza sull’isola di Santa Margherita.

Ci dice scherzando e ridendo che, scappato si fosse nascosto in un’abitazione, poi catturato nuovamente, poiché in seguito fu giustiziato, dopo successive detenzioni.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
testimonianza della fuga del prigioniero, chiamato maschera di ferro

Sulla fortificazione si trova anche il Museo de la Castre, mostra eterogenea di pezzi d’arte regalati da facoltosi donatori.

A questo punto torniamo verso la base della collina e ognuno è libero di andare a curiosare tra i negozietti e le vie antiche del Suquet, oppure nel mercatino sulla piazza centrale.

Riesco addirittura a trovare la statua dedicata a Lord Brougham, un inglese che voleva andare a Nizza ma fu fermato per via del colera e rimase a Cannes alcuni giorni. Fu colpito dal clima e dal paesaggio e fu quindi artefice del suo sviluppo come meta turistica.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Lord Brougham

La mia gita termina nella meravigliosa pasticceria di Jean Luc Pelé, dove mi tocca scegliere tra innumerevoli gusti di macaron, uno dei miei dolci preferiti, che qui sono a dir poco deliziosi.

Il viaggio di ritorno è stato allietato dal consolidarsi di un’amicizia nata per caso, su un pullman per la Francia, tra chiacchiere e risate e innocenti confessioni. Anna ed io ci rivedremo di sicuro.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
casa dipinta con personaggi del cinema

Segue galleria fotografica di altri scorci di Gourdon.

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GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, scorci
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
fortificazione

 

STORIE DI [email protected], flirtare 2.0

Prima di iniziare a leggere vi chiedo di farvi una domanda. “Sono dotato/a di ironia?”.Perché altrimenti vi prego di NON leggere!! Il post vuole essere appositamente leggero, divertente, scherzoso ed esagerato senza particolare acrimonia.

Avete presente quando vedete due ragazze a un tavolino ridere quasi con le lacrime agli occhi e vi state chiedendo cosa si stiano dicendo? Ecco, forse  si stanno raccontando una cosa come questa.

Donna1 :”Allora, con quello che ti ha contattato come è andata?” e ti aspetti, come sempre,  la risposta fiume e molto dettagliata…

Donna2: “Ora ti racconto. Dopo i primi convenevoli su nome, zona di abitazione, tipo di lavoro è partita a tradimento la domanda: ‘Ti posso chiamare?’, che poi è già tanto che lo abbia chiesto, ma la risposta è sempre e comunque :’NO’. Lo sai che non amo sentire al telefono persone che non conosco dal vivo. Che poi invece c’è sempre quello che ti inonda di vocali e tu rispondi imperterrita con messaggi scritti, finché la volpe di turno non insiste con ‘Ma tu un vocale non me lo fai?’ Eh no, caro, se non l’ho fatto finora un perché ci sarà. Alcuni insistono e a quel punto chiudo la trasmissione. Che ne so, mi urta, cosa ci posso fare?”

Donna 1: “Niente, che ci vuoi fare? Se ti urta, ti urta…”

Donna2 : Ma vabbè, andiamo oltre. Io questo lo piazzo nella categoria numero uno, che è quella del : ‘non perdiamo tempo’. Che già tutta questa fretta un minimo di sospetto me lo dovrebbe far venire, assieme alla foto del profilo fatta da lontano, con occhiali a specchio e palesemente del millennio scorso. Quello che in foto ti pareva un bel Tom Cruise stile Top Gun immancabilmente ti si rivelerà canuto o calvo, dall’aspetto trasandato, col fascino di un sedano appassito. Fin qui niente di male se non che nella loro presentazione si proclamano come : ‘un bell’uomo’. A detta degli altri. Ma gli altri chi? I cecati?

Comunque, dicevo, categoria numero uno: ‘Ci sentiamo, ci scriviamo, ci sei, sei connessa, ehi che stai facendo??’

Donna 1: Mamma…che ansia!!

Donna 2: Appunto!! E tu, ‘Eh, un attimo, sono ancora al lavoro,devo ancora fare la spesa, una commissione, fare la lettiera del gatto,andare in palestra, fare una doccia…’
Ah, no!! La doccia no!! Mai dire via chat ad un uomo che devi fare una doccia, perché a quel punto la sua libidinosa fantasia si è già scatenata.
Infatti scatta immediata la domanda con allegato emoticon con linguetta vogliosa di lato: ‘Sotto la doccia??’.
Con un sospiro e una maledizione a te stessa per aver beccato il solito sfigato lo seghi con un ‘Doccia finita’.
Che poi lo sai che non puoi trovare su Tinder un fulmine di guerra e allora pazienti e conti fino a 10. Cioè gli passi almeno 10 cazzate dopodiché ti senti autorizzata a cancellarlo e a non dargli nemmeno la possibilità dell’incontro.
Per il mio metro di giudizio qui siamo già al secondo passo falso.
Andiamo avanti.
Il tipo ‘presto, presto’ propone già un pizza, bontà sua! Non un caffè, un aperitivo, una passeggiata, ma una pizza, in locale tipico napoleteno. E qui forse guadagna mezzo punto, ma subito dopo, sbababam!! Ti butta lì una frase tipo ‘Così si TRAE GODIMENTO dalla degustazione’ con chiara allusione sessuale che sei indecisa se cancellare il mezzo punto o asseverare la sparata come terza cazzata. Propendo per la seconda ipotesi, però faccio finta di niente e commento con un ‘Ah, ah’ che vuol dire tutto e vuol dire niente, ma fa chic e non impegna.
Donna 1: “Ma davvero ha scritto così? Sul serio? Con questa confidenza?”
Donna 2: “Ma non ci credi? Aspetta che prendo il telefono e ti faccio vedere.”
Armeggia con i tasti e il display mostra impietoso la chat incriminata, fornendo la prova nero su bianco e doppio baffo blu dello scambio di messaggi.
Donna 2: Sì, ma non è finita. Dopo gli accordi sulla pizza, luogo, data, ora, etc ‘tipo presto, presto’ si lancia sulle domande imbarazzanti. Secondo lui. Per me sono inutili, ma se vuole rispondo. Spara, gli scrivo, e lui: ‘Come mai separata? ‘ E poi si risponde da solo: ‘Marito incompetente, immagino’. E se lo sai perché me lo chiedi? Mannaggia a te! Ma si vede che ci tiene a conoscere il mio passato. Io in realtà no, ma lui invece mi confessa di essere stato con una schizofrenica e una ipercalittica.
Una che?? Ipercosa?? Che malattia è? E mentre mi faccio dieci film strani su cosa diavolo sia, inforco l’occhiale e leggo meglio, ipercattolica. Ah!  Una che vedeva il sesso come una maledizione. Uh! Sempre in chiesa. Tutte le messe. Per dieci anni. Senza prenderla. Oh, poverino, che sfiga. Tra le righe leggo, ‘e ora mi devo rifare’.
Donna 1: ride… per forza…​
Donna 2: “Ma non è finita. Purtroppo.Tra una chiacchiera amena e l’altra arriva la fatidica domanda, che possiamo annoverare come cazzata sgradita numero quattro.
‘A fisico come sei messa?’
‘Ma che domanda è?’
Al che pensando che sono tonta mi specifica: ‘Alta/bassa/intermedia?’. Se poi mi quantificate l’intermedia mi serve anche per il futuro, grazie. Sia mai, in un curriculum di lavoro… statura intermedia, inglese da medie…
Gli rispondo che avevo compreso, ma che secondo me la domanda non è proprio carina. Insomma, noi donne sul nostro fisico siamo un po’ permalose, ecco. Ci devi prendere come siamo, sennò puoi anche andare affanculo.”
Donna 1: “Ok -ridendo- ma poi gli hai risposto?”
Donna 2: “Sì, arrivo al punto che voglio vedere dove vanno a parare, così gli ho detto la mia altezza. Ma non faccio in tempo a riprendermi da questa che mi arriva la quinta cazzata. ‘Come ti vesti? Casual, elegante, sexy?’ , gli lascio il beneficio del dubbio e continuo come se non avessi colto e rispondo vaga che ancora non so, ma lui no! Deve affondare il coltello nella piaga! ‘Certo che sexy e raffinata, ma non puttanesca saresti apprezzatissima’. Miiiii, ma che cazzz….non sono mica una pastasciutta!! Conto fino a sei. La mia pazienza si sta esaurendo, ma respiro profondo tipo yoga, prendo prana e  dò prana,  e ribatto. ‘Anche tu’. Proviamo a rilanciare. Lui risponde che farebbe ridere e non riesco ad evitare la presa per il culo: ‘Perché sei un clown?’
Donna 1: Certo che ne hai di pazienza, ma perché non lo hai mandato a stendere?
Donna 2: “Te l’ho detto, conto fino a dieci…Ma ascolta, la mattina dopo, quella che lui chiama gloriosamente ‘il giorno della pizza’, finalmente se ne esce con il suo peggio. Cito verbalmente, anzi guarda qui: ‘Comunicazione di servizio: io sono 1.91 m, tu 1.65 m … se stasera ti mettessi delle splendide calzature tacco 12?-Emoticon sbavante-.’
Io allibita. Lo so, lo so, avrei dovuto chiudere lì, sul momento, anche se eravamo solo alla cazzata numero sette, ma la mia anima polemica ribatte e digito veloce ‘Normalmente dici alle donne come si devono vestire, che scarpe mettere e magari anche cosa dire?’
Punto sul vivo. ‘Assolutamente no, ma era una considerazione pratica, poi ovviamente fai quello che ti pare’, Ha istigato la bestia che c’è in me! E così parto all’attacco:  ‘Potrei invece chiederti di arrivare in ginocchio per farmi sentire a mio agio, per praticità’!!!
Il suo spirito di conservazione lo fa per fortuna desistere da ulteriori considerazioni
suicide e gli concedo quindi ‘sta pizza, pur titubante.
A fine serata la sua frase conclusiva è stata: ‘Stasera pago io perché ti ho invitato, poi semmai dalla prossima volta paghiamo a metà’. Numero ottooooooo!!!
Peccato, sei ottimista, ma questa dote stasera non ti serve.
Per fortuna era brutto, ma così brutto che non ho nemmeno avuto il dubbio di dover far finta di dimenticare tutte ‘ste cazzate in un colpo solo.
Ah. La singletudine… che male che fa.
P.s. Nessun uomo è stato maltrattato per la stesura di questo post
P.p.s Nessuna donna è stata maltrattata per la stesura di questo post.
Si certifica che non è stato violato alcun articolo delle Convenzioni di Ginevra.
Ogni riferimento a persone o cose realmente esistito o esistente è puramente casuale.

TRANSGENDER, UNA STORIA DA VICINO

TRANSGENDER, UNA STORIA DA VICINO

QUANDO QUALCOSA CAPITA PROPRIO A TE

So benissimo che l’argomento che sto per affrontare non va giù a molte persone. Ci possono essere motivazioni morali o religiosi dietro al fatto che non si vogliano accettare tutte le argomentazioni a sfondo sessuale, ma io con quello che scriverò non voglio convincere nessuno, né tantomeno insegnare nulla. Racconto semplicemente un’esperienza, che mi è stata raccontata, come potrebbe accadere a chiunque e su questo non c’è dubbio. Poi è ovvio che le conseguenze possono essere differenti in base al proprio modo di vedere il mondo. Ma io vi chiedo solo di immedesimarvi per un attimo nella mamma di cui vi parlerò.

Come ogni anno Marco fa una vacanza con suo papà; per me è un buon momento in cui mettere in calendario una telefonata ad alcuni vecchi amici e poterli rivedere senza l’ansia dell’orologio.
Ho così contattato una cara amica che non vedevo da tempo.
Mi capita con poche persone, però esiste quel tipo di amicizia che va oltre il tempo. Io e F. potremmo anche non vederci 2 anni ma nel momento in cui ci ritroviamo parliamo come se ci fossimo lasciate il giorno prima.
Ho con lei infatti un’affinità molto grande e l’ho sentita a pelle sin dal primo giorno in cui l’ho incontrata. Poi per le solite questioni della vita ci siamo allontanate, ma solo fisicamente.
Ci siamo così incontrate per un aperitivo in centro e abbiamo iniziato a parlare fitto fitto di tutte le ultime novità.
A un certo punto mi fa capire di avere una cosa importante da dirmi ed esordisce con: “Vedo quello che scrivi, ti conosco e so come la pensi per cui mi sento di dirti questa cosa”.
Devo ammettere che queste parole mi rendono molto orgogliosa : essere riconosciuta come una persona a cui poter raccontare argomenti molto delicati mi fa sentire felice.
La mia amica F. ha due figli: un maschio e una femmina. La più grande è la femmina e oggi ha 16 anni.
Ebbene lei mi racconterà che la sua primogenita non è più una ragazza, ma sta facendo un percorso per diventare maschio. Ovviamente sono rimasta senza parole, più che altro perché mi sono immedesimata nel suo ruolo di madre e non sapevo davvero che parole usare.
Quello che vi andrò a raccontare è semplicemente il resoconto di un’esperienza diretta; non vuole essere una guida, anche se mi sono informata e ho inserito i riferimenti di legge corrispondenti.
Ovviamente l’argomento è delicato: parliamo di transgender.
Perché ho deciso di raccontare questa storia? Perché secondo me se ne sa troppo poco; anche io che sono di natura molto curiosa e che spesso mi capita di leggere articoli ho scoperto tante cose nuove. Ho soprattutto affrontato l’argomento con gli occhi di una persona che conosco e che stimo. Mi sono immedesimata in lei donna, come madre e come persona. Ho capito che ha dovuto affrontare una cosa immensa, una cosa forse più grande di lei e mi sono stupita della forza di sua figlia che appena dodicenne ha capito che quello non era il suo corpo.

TRANSGENDER, UNA STORIA DA VICINO

Maria, chiamiamo così la figlia, ha avuto la forza e la capacità di capire e di elaborare da sola che stava vivendo un enorme conflitto. Ovviamente quando Maria ha esposto questa cosa a sua madre per lei è stato uno shock e non è stato semplice. F. ha pensato ad un momento, ad uno stato di confusione adolescenziale. F. ha fatto la scelta più giusta e si è rivolta a uno specialista, ha fatto seguire una terapia a sua figlia. La ragazza per tutto il tempo non ha più affrontato l’argomento con la mamma e lei stessa credeva ormai che il capitolo fosse chiuso.

La figlia aveva sempre avuto un atteggiamento di chiusura e isolamento, talvolta di autolesionismo e F. pensava che con la terapia  stesse finalmente combattendo le sue ansie, di qualunque origine esse fossero. Invece alla fine di questo percorso la stessa terapista ha confermato a F. che sua figlia in realtà è suo figlio e che quindi doveva prenderne atto. Questo fenomeno è anche chiamato ‘disforia di genere’.

È questo il momento nel quale possono quindi partire le procedure burocratiche per entrare in quella fase che si chiama transizione. Ho infatti scoperto che la parola trans deriva proprio da questo e transgender significa trasformazione, transizione da un genere all’altro.

Mentre F. mi raccontava di questi momenti vissuti, forse ho fatto anch’io la domanda sbagliata e le ho chiesto:”Ma è sicura di questa scelta?”, pensando soprattutto alla sua giovane età; F. mi ha confessato che si è sentita rivolgere la stessa domanda altre volte. In realtà non si tratta di una scelta. È così. Punto.

Mio figlio è nato con una malformazione a un arto, come si può nascere biondi oppure alti oppure molto intelligenti o dotati di orecchio assoluto, così qualcuno nasce uomo in corpo di donna e qualcuno nasce donna in corpo di uomo.

Provate solo ad immaginare la sofferenza che un individuo può provare nel guardarsi allo specchio e nel non riconoscersi. Io ho provato a immedesimarmi, ma non ci posso riuscire, penso che nessuno ci possa riuscire a meno che non lo provi sulla propria pelle. Però posso provare ad immaginare quanto potrei odiare il mio corpo se con la testa mi sentissi uomo. Ecco io questo sforzo ho provato a farlo. Più che altro ho capito che non lo possono scegliere e che arriva il punto che bisogna prenderne atto.

La mia amica mi ha così ragguagliato sulle possibilità di legge che esistono per le persone transgender.

Cosa dice la legge.

Esiste una legge dell’82, la 164 che stabilisce le norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso e norma i vari i passaggi che devono essere fatti tramite sentenza passata in giudicato per poter ottenere la modifica del genere, rispetto a quello di nascita.
In questo caso  trattandosi di minorenne occorreva la firma di entrambi i genitori al fine di poter iniziare quello che è un percorso medico, ulteriore a quello già svolto personalmente, per verificare che sia veramente un caso di transizione e non per esempio uno stato di psicosi o di alterazioni endocrinologiche.

Ci sono quindi delle perizie effettuate da psichiatra, sessuologo e psicologo e viene stilata una relazione che certifica lo stato di necessità di questo cambiamento. Terminato questo iter si può iniziare ad assumere le cure ormonali che vorrei sottolineare sono a pagamento ( come gran parte degli interventi, peraltro). Questa è solo la prima parte e serve a modificare i caratteri sessuali secondari. In seguito si deve fare richiesta al Tribunale della zona di residenza e ottenere sentenza che permetta il cambio di genere. La legge del 1982 prevedeva che per poter ottenere il cambio di genere all’anagrafe e quindi su tutti i documenti fosse necessario sottoporsi prima a tutti gli interventi chirurgici demolitivi  di rimozione dei genitali e dei caratteri distintivi del sesso di nascita. Di fatto un obbligo a passare comunque da sesso maschile a femminile e viceversa. Solo dopo essersi sottoposti agli interventi demolitivi bisogna nuovamente rivolgersi al Tribunale per il cambiamento di stato anagrafico attraverso il quale i documenti d’identità (patente di guida, titoli di studio, licenze, certificati di proprietà) vengono modificati per sesso e per nome, con l’eccezione del casellario giudiziario e l’estratto integrale di nascita, documenti che possono essere richiesti esclusivamente dallo Stato o da Enti pubblici.

Questo tipo di tipo di approccio parrebbe però non essere in linea con i diritti generali dell’uomo. E’ difficile sostenere che si possa obbligare qualcuno a  uno o più  interventi chirurgici. In alcuni casi in Europa vi è addirittura  l’obbligo di sterilizzazione.

La legislatura europa  in questo caso è parecchio differente, in alcune nazioni, soprattutto dell’est non è nemmeno consentito poterlo fare.

Quello che sarebbe importante recepire è che anche all’interno delle varie possibilità di transizione l’individuo possa non sentire come fondamentale e non immediata l’esigenza di cambiare, eliminare, modificare i propri genitali. Quello che mi ha spiegato F. rispetto a suo figlio è la ricerca di un proprio equilibrio e pace interiore che sicuramente coincide con ciò che lo specchio e gli atteggiamenti rimandano, ma che non necessariamente si identificano con il genitale, come tutti saremmo portati a credere. Anche rispetto all’amore e al sesso, vista anche la giovane età non pare esserci tutta quell’urgenza e devo ammettere che, rispetto alla talvolta fin troppo precoce vita sessuale degli adolescenti, questa mi sembra più una conquista che una sconfitta. Prima scopro chi sono, poi semmai penso al resto. A me sembra saggio.

Una sentenza del 2012 del Tribunale di Roma però recita cosi’:

il trattamento medico-chirurgico previsto dalla legge n. 164/82 è necessario nel solo caso in cui occorre assicurare al soggetto transessuale uno stabile equilibrio psicofisico, ossia nel solo caso in cui la discrepanza tra il sesso anatomico e la psicosessualità determini un atteggiamento conflittuale di rifiuto dei propri organi sessuali. Pertanto deve ritenersi che, nei casi in cui non sussista tale conflittualità, non è necessario l’intervento chirurgico per consentire la rettifica dell’atto di nascita

Ricordo peraltro che nel caso di ricostruzione di un fallo si parla di un membro estetico, non funzionale, dal punto di vista sessuale.

Ad oggi, a parte questa sentenza esiste il disegno di legge 405 che chiede l’autodeterminazione e il superamento dell’obbligo, che di fatto tuttora sussiste, degli interventi chirurgici.

Difatti la legge ad oggi esistente non tiene conto né delle tempistiche enormi necessarie per arrivare  a fine percorso (anche dieci anni), né come dicevo prima di tutta quella serie di passaggi intermedi in cui l’individuo si possa voler accettare, o sentire di essere, anche senza ricorrere all’intervento.

Per tutto il periodo di transizione infatti la persona transgender avrà da affrontare tutte le volte il confronto tra i propri documenti e il proprio aspetto. F. mi raccontava per esempio che è riuscita ad ottenere di avere sul registro elettronico scolastico il nome maschile di suo figlio, e non è cosa da poco.

TRANSGENDER, UNA STORIA DA VICINO

COSA SIGNIFICA ESSERLO E COME VENGONO PERCEPITI I TRANSGENDER

Leggendo alcuni articoli su internet ho scoperto che le persone transgender in tutta Europa superano il milione e mezzo, veramente una cifra notevole! Non si può parlare quindi di un fenomeno così piccolo. Purtroppo mi ha detto la mia amica che  esiste tuttora anche un alto tasso di depressione e suicidi perché come potete immaginare non sempre la persona è messa nella possibilità di parlare dall’argomento, di essere capito, di affrontare tutto il percorso psicologico e di essere sostenuto soprattutto a partire dalla famiglia. Ho infatti detto alla mia amica che sicuramente il  figlio è stato molto fortunato ad avere una madre  come lei.

Mi pare evidente che per una madre mettere al mondo una figlia e sentirsi dire dopo 12 anni dalla stessa che vuol cambiare genere e che non si sente a suo agio nel suo corpo è effettivamente un qualcosa di molto grande emotivamente e io posso immaginare di una difficoltà incredibile da affrontare. E’ anche vero che io penso sempre che i nostri figli non sono effettivamente nostri, nel senso del possesso.
Noi li mettiamo al mondo, poi la vita appartiene a loro. Non accettare una cosa di questo genere sarebbe una grandissima forma di egoismo. Poi è ovvio che da madre abbiamo una forma di trasposizione di noi stessi nei nostri figli ( ci identifichiamo un po’ in loro) e quindi può risultare molto difficile talvolta accettare le loro strade e le loro scelte, ma la più grande forma di amore è sicuramente il rispetto e l’accettazione per quello che loro dimostrano di essere.

Devo anche aggiungere che ho trovato di grandissima maturità la scelta di condividere con la madre il proprio disagio e anche il coraggio di affrontare il percorso. La ricerca di se stessi è qualcosa che talvolta non completiamo neanche da adulti. Sapere chi siamo, sapere cosa vogliamo e sentirci sereni con noi stessi. La  consapevolezza in una persona così giovane mi ha stupito e meravigliato. La mia amica ha detto che ora suo figlio è sereno, sta bene, finalmente. Il suo corpo sta cambiando lentamente, sta assumendo sembianze maschili, cambierà la voce, crescerà la barba, si allargheranno le spalle. Gioca e scherza con il fratello più piccolo, che ha preso atto del tutto senza particolari traumi. Forse una mente giovane non ancora inquinata riesce a non fare differenza tra un fratello e una sorella, basta che ci sia.Anzi in un certo senso l’ha ritrovato, perché per diversi anni la sorella aveva vissuto isolata e chiusa in se stessa. Certo fa strano, lo capisco. Però io credo che non debba esistere alcun diritto di nessuno su altre persone.

Per questa particolare situazione esiste una legge, anche se è comunque migliorabile, che  tutela il diritto di modificare il genere e lo regolamenta, ma sono indubbiamente maggiori le resistenze culturali  e religiose e gli stereotipi, che non i veri e propri divieti.

Ovviamente, questa confessione l’ha fatta anche F., tutti noi, e spero di sbagliarmi, quando sentiamo la parola trans la abbiniamo a qualcosa di, diciamo, poco carino, forse più legato al mondo della prostituzione, purtroppo. Non è così. Nascere trans è una condizione e come tale va accettata. I tempi stanno cambiando e la medicina e la ricerca stanno prendendo atto della quantità di persone che vivono questa trasformazione.

Secondo il mio punto di vista più tutti ne sanno qualcosa e possono capire cosa significhi, più è alta la possibilità che tale condizione divenga più sostenibile socialmente in futuro e anche meno faticoso e difficile viverlo.

Se siete quindi un po’ curiosi digitate trans, trransgender in google e cercatevi un po’ di notizie.

oppure iniziate leggendo qua sotto:

https://www.wikihow.it/Effettuare-la-Transizione-da-Donna-a-Uomo-(Transgender)

https://www.wired.it/scienza/medicina/2014/11/03/cambio-sesso-italia/

https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/07/22/quei-bimbi-che-si-sentono-trans-terapie-che-italia-non-ci-sono-

e se cercate un libro:

https://www.ibs.it/viaggio-di-arnold-storia-di-libro-davide-tolu/e/9788860220042

Buona lettura.

 

TRANSGENDER, UNA STORIA DA VICINO

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire

Nello scorso articolo vi ho parlato della rassegna letteraria che si è svolta a Velva il 17 agosto a cui ho assistito e partecipato.

Di nome conoscevo già il paese e c’ero anche stata parecchio tempo fa quando un mio amico mi aveva mostrato il rustico e il terreno su cui sarebbe sorto il suo b&b, oggi in piena attività. Si chiama ‘La Casa di Nonna Carlotta e può essere una piacevole base per escursioni nelle Cinque terre o nell’appennino ligure, se prima non arrivano tedeschi che hanno preceduto anche me!

Devo però ammettere che rivedere il paesino è stata una piacevole sorpresa. Velva è un borgo medievale tra le colline di Liguria a 15 km da Sestri Levante, sito nel comune di Castiglione Chiavarese, a 432 mt s.l.m e conta poco più di 100 abitanti.

Se ci passate con l’auto rischiate di perdervi il meglio, perché la statale passa tra case relativamente nuove, ma la vera bellezza è nel suo centro storico. Dovrete perciò abbandonare l’auto e intrufolarvi nei suoi vicoli e viuzze. Ogni scorcio è una poesia. Ogni casa, pietra sconnessa, arco, discesa impervia o rampicante vi riporta indietro in un tempo antico.

Gli stranieri hanno iniziato ad apprezzare la bellezza antica dei nostri borghi, ritengo perciò che sia giusto portare anche all’attenzione di tutti i tesori che il nostro territorio nasconde e custodisce. Da Genova è solo un’ora e mezza di autostrada e una gita fuori porta di domenica può portarvi a scoprire posti mai visti.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
scorci di Velva

L’uscita autostradale è Sestri  Levante poi si prosegue per Castiglione Chiavarese, da lì sono solo 2 km e mezzo, ma l’importante è fermarsi quando si legge il cartello ‘Centro storico’, si possono percorrere ancora qualche centinaio di metri con l’auto poi si posteggia e ci si dirige verso la Chiesa di San Martino di Tours, situata al centro del paese e con un piazzale antistante decorato di bellissime pietre di fiume o di mare, bianche e nere. Quelle che chiamano anche risseu, ciottoli, e spesso decorano le piazzette in Liguria.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Campanile di Chiesa San Martino di Tours

Il campanile ha la particolarità di avere ben cinque campane intonate sulle prime cinque note della scala maggiore di MI bemolle e suonano anche tanto! Hanno infatti spesso simpaticamente interrotto la rappresentazione letteraria a cui stavo assistendo.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
piazzale antistante la Chiesa San Martino di tours
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Antico cancello
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Casa sul piazzale della Chiesa

Per stupirsi bisogna lasciarsi guidare dalla curiosità e addentrarsi nella pancia del paese, passare sotto i Volti e non temere la penombra.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Antichi passaggi

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire

Fino ad arrivare ad antichi sentieri. Ho così trovato un cartello che indica la strada di Vasca. Infatti proprio in quel punto aveva inizio la mulattiera che collegava Velva con Moneglia, unica strada per lo scambio di genti e di merci, oppure per pellegrinaggio e recarsi al Santuario della N.S. della Guardia di Velva. Vi si spostavano anche i contadini che andavano a lavorare nei castagneti.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
cartello informativo
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
da qui parte il sentiero di Vasca

Sempre curiosando tra le case e le piazzette si trovano scorci che sarebbero perfetti per i pittori

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
porta azzurra
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
alla tavernetta
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
tetti e boschi

All’interno del paese, nei locali dell’antico oratorio dei Bianchi, è stato creato il Museo Diffuso della Civiltà Contadina, al cui interno sono visibili reperti e testimonianze della vita contadina del secolo scorso. L’intera zona ha vissuto di solo lavoro della terra per parecchio tempo ed essendo un territorio impervio e difficile il Museo dà valore ad un lavoro difficile e spesso ai limite dell’impossibile, facendo dell’intera Velva testimonianza e parte integrante.

Spostandosi di pochi chilometri verso Varese Ligure, sulla linea di valico della strada provinciale passo Centocroci troverete il Santuario di N.S. della Guardia di Velva: costruito nel 1895. Ammetto, mea culpa, di non aver visitato il Santuario al suo interno benché vi siano oggetti sacri mirabili ma di essermi fermata sul suo piazzale solo per mangiare a pranzo presso l’albergo ristorante omonimo, di cui avevo letto ottime recensioni. Ed è infatti stato all’altezza. Come dire, va bene la cultura, ma quando è l’ora di mangiare ci fermiamo e assaporiamo i cibi locali.

Restando sull’argomento e con una piccola digressione vi parlerò di un altro posto particolare in cui ero stata qualche anno fa e dove ho voluto portare mio figlio Marco, che è un’ottima forchetta nonché buongustaio.

Dopo aver superato Velva c’è un bella curva a gomito che vi porta a Carro, poco prima del paese stesso c’è una deviazione sulla destra per Pavareto. Percorrete 2,2 km ed eccovi in un posto speciale: Il Filo di Paglia.

Perché è speciale? Ve lo spiego. La casa che ospita il ristorante e le stanze, alcune, del b&b è stata costruita con la paglia, mentre le altre stanze sono in una Villa Coloniale , ristrutturata in bioedilizia.

La proprietaria ha fortemente voluto questo tipo di costruzione e si impegna quotidianamente in questa sua ricerca di biologico e naturale. Le stanze sono belle e curate, di charme, ognuna con un arredamento curato e ingresso indipendente e il pilastro portante dell’Agriturismo è la cucina. La produzione propria di verdure e l’allevamento di una rara razza bovina, tipica della Liguria, la ricerca costante di ingredienti biologi e naturali, nonché la romantica terrazza con vista boschi e cielo stellato faranno della vostra cena un’esperienza indimenticabile.

Appena arrivata Francesca mi saluta con affetto e mi invita ad andare a vedere l’ultimo nato nella stalla: un vitellino di razza bovina cabannina.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
vitellino di razza Cabannina

Questa razza stava per estinguersi ma grazie anche al loro allevamento i capi sono nuovamente in aumento. È una razza rustica, di taglia medio-piccola , produce poco latte ma di altissima qualità, da qui la produzione in proprio di formaggi unici a latte crudo. Inutile dire che ne ho preso un piatto intero di degustazione, serviti con miele, noci e mostarda di frutta. Marco invece ha potuto degustare ragù di carne e brasato e mi ha dato ragione, ne valeva la pena!

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
A lume di candela, con vista Appennino

Ah, per amanti del vino e del buon bere la carta dei vini è ricca e speciale: vini naturali del territorio. Insomma se vi trovate da queste parti io una visita la farei.

Per proseguire invece nella scoperta del territorio sabato 18 ho voluto portare Marco a vedere Varese Ligure. Il borgo è situato nella Alta Val di Vara, nota come ‘Valle del Biologico’.

 Varese Ligure è stato il primo comune italiano ad ottenere le certificazioni ambientali (ISO 14001 e EMAS) e nel 2004 è stato premiato dall’Unione Europea come migliore comunità rurale.

Io conosco molto bene le bellezze del territorio e la qualità del cibo di questa valle perché per anni sono andata in un agriturismo che faceva allevamento del bufalo, a Suvero, Rocchetta di Vara. La mia frequentazione era così assidua da stringere amicizia con i proprietari. Purtroppo poi hanno ceduto e io non ho mai avuto il coraggio di provare la gestione dei  nuovi proprietari.

Pertanto vi consiglio di prendervi un weekend, soggiornare in uno dei tanti b&b e girare per i borghi medioevali, concedendovi soste per ottimo cibo e vini autoctoni.

Varese Ligure è anche chiamato il paese tondo per la caratteristica forma ellittica con al centro la piazza adibita a mercato, la forma tonda fungeva da fortificazione.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
foto dal web, Varese Ligure dall’alto
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
descrizione del borgo

Il nome Varese deriva appunto dal fiume Vara, che lo attraversa e la sua storia di feudo dei Fieschi è testimoniata dal bellissimo castello medioevale.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Castello dei Fieschi

Ancora funzionante e intatto nella sua forma il bellissimo ponte romanico che porta al quartiere Guercino che si sviluppa sulla collina e  degrada verso il fiume Vara.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
ponte romanico di Varese Ligure

Il ponte è a una sola fornice e risale 1515, costruito dopo una forte pioggia che  spazzò via la passerella e che trascinò con sé anche un giovane ragazzo che si salvò e raggiunse la giovane moglie.

Sulla sponda destra del ponte notiamo  questo bassorilievo quattrocentesco,

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
La Nascita, la Morte la Resurrezione di Cristo

esempio di devozione popolare.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Varese Ligure, scorcio

Lasciatevi portare dalle sue vie, dai suoi portici, a volte dalle note di un pianoforte, scappate da una finestra aperta, che vi porteranno a seguirle ipnotizzati, come se fosse il pifferaio magico.

Per ora il mio giro è terminato, non ho potuto fermarmi di più perché mi sarei trovata a tornare il sabato di ferragosto, ma devo ammettere che dopo questa gita mi è rimasta una gran voglia di tornare a scoprire altri territori stupendi, a volte un po’ sottovalutati, ma ricchi di storia, testimonianze umane, duro lavoro della terra e dominio su terreni aspri e impervi ma che sano dare frutti ricchi,saporiti e dolci, cullati dal sole e dall’aria salmastra di Liguria.

Val di Vara, la valle dei borghi rotondi del biologico e dello sport.

 

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO

    IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLOVista di Velva

Si è svolta venerdì 17 agosto  la rassegna letteraria ‘In Velva Litterae: ai margini’, nome dovuto al luogo in cui si è svolta: l’incantevole paesino medioevale Velva, entroterra di Castiglione Chiavarese. Vi rimanderò ad un articolo seguente per i cenni sul luogo e su alcune eccellenze dei suoi dintorni.

Dopo il tragico evento del 14 agosto, giorno in cui è crollato il ponte Morandi e in cui hanno perso la vita 39 persone e la vita di molte famiglie si è interrotta o spezzata ero molto in dubbio sulla partecipazione. Sono rimasta molto colpita e sconvolta da quanto accaduto e tuttora e per molto ancora il mio pensiero andrà lì e alla fatalità per cui ‘non ero io’. La stessa organizzatrice ha rischiato di essere sopra il ponte se un paio di inconvenienti non l’avessero fatta tardare. Per cui l’animo con cui abbiamo affrontato la rassegna non è stato festoso, ma semmai di riflessione. La letteratura e la poesia da sempre affrontano temi come la vita, la morte e il loro significato, e quasi per caso il titolo della rassegna quest’anno era : al limite.

La rassegna è stata organizzata dall’associazione culturale LIBRIDA, patrocinata dal Comune di Castiglione Chiavarese e organizzata da Alessandra Giordano, in arte anche Rosa Johanna Pintus, scrittrice e poetessa, istrionica e vitale.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Rosa Johanna Pintus

Le presentazioni in programma erano diverse e varie, tutte molto interessanti e intorno alle 20 era previsto un break per cena buffet.

Velva non è un paese molto conosciuto, almeno da noi liguri, perché vi assicuro che tra gli stranieri va per la maggiore. Interessata ad andare a sentire ho dovuto ripiegare per una stanza in un paese vicino perché tutti i bed&breakfast erano pieni, compreso quello di un mio caro amico di vecchia data che ha comunque partecipato con la sua presenza.

E’ un piccolo borgo antico, molto adatto ad una rappresentazione culturale, anche scenografica.

La prima presentazione si è tenuta in una stanza del museo contadino e il professor Fausto Figone ha presentato il suo libro ‘La Fabbrica dei Tubi’, raccontando storia, crescita e declino di una delle più importanti aziende del Tigullio dai primi del ‘900 fino alla sua chiusura negli anni ’80. Localmente la fabbrica era chiamata Tubifera ed è stata tra le prime in Italia a produrre tubi senza saldature.

La presentazione è stata accompagnata dalla visione di belle fotografie d’epoca che ci hanno mostrato i cambiamenti di Sestri levante, le nuove costruzioni dovute all’adeguamento della città alla nuova realtà e soprattutto ci hanno mostrato il lato umano, aspetto su cui il libro stesso punta molto. Difatti benché sia consistente la parte meramente tecnica del racconto è altrettanto importante il tessuto sociale in cui si inserì la fabbrica. Nel momento di massimo impiego la fabbrica occupava circa 2.500 persone ed erano per lo più tutti uomini della valle. Il libro perciò lascia ampio spazio alle storie umane, raccogliendo testimonianze e frammenti di vita vissuta. Lo stesso Prof. Figone ha lavorato per diversi anni nella F.I.T, dopo essere uscito dalla scuola professionale che preparava i giovani all’impiego in tale ambito.

Fausto Figone, nato a Varese Ligure, ha al suo attivo diversi titoli che trattano le stesse tematiche sociali storiche, ambientate nel Comune di Castiglione Chiavarese, di cui è stato anche  Assessore alla Cultura e Sindaco.

Per proseguire nelle presentazioni ci siamo quindi spostati di locali dove ci attendevano le scrittrici, Sergia Monleone e Isabella Nicora che si sono presentate a vicenda.

Sergia Monleone e Isabella Nicora

Sergia Monleone presentava il suo noir, ‘Palaseomnost, le inchieste del commissario Primo Miraggio’, lasciandoci con molta curiosità sulla doppia inchiesta del commissario su traffico di organi e una strana agenzia matrimoniale. Tutto raccontato anche  attraverso riflessioni personali tratte dalla movimentata vita famigliare del protagonista. Edizioni Liberodiscrivere. Questo è il secondo libro dell’autrice, seguito di ‘Primo Miraggio’, nel quale possiamo conoscere il protagonista e la sua storia.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Copertina di Paleseomnost

Durante la presentazione sono state lette alcune pagine rappresentative del romanzo, quelle cosiddette della svolta dell’indagine. Ma è chiaro che non che resti che leggerlo per sapere cosa accadrà!

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Anna Scelzo legge i brani scelti dai libri presentati

Ugualmente abbiamo ascoltato la lettura di pagine scelte da ‘Il cavallo a dondolo’ di Isabella Nicora, storia di amore e di ludopatia. Un tema purtroppo scottante  e di tragica attualità di questi tempi. La protagonista è una donna, che ha già alle sue spalle diverse sofferenze e che si trova ad affrontare questo dramma proprio nella sua famiglia. Le pagine lette erano molto toccanti e ci lasciavano intendere l’enorme peso e tragedia nella vita della ragazza.

Isabella Nicora nasce come pittrice, ha infatti curato e creato la copertina del suo libro con una creazione originale, e ha iniziato a dedicarsi alla scrittura dalla nascita del nipotino, iniziando con le favole per poi spostarsi su un pubblico adulto.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Il cavallo a dondolo, copertina

Terminate queste presentazioni ci siamo diretti sullo spiazzo antistante il Museo Contadino, per assistere ad una drammatica rappresentazione.

Il romanzo ‘Semi di Guerriglia’ di Camilla Ferroni, è una distopia, ossia una storia di fantascienza ambientata in un (non così tanto) ipotetico futuro, dove una milizia dittatoriale ha preso il potere nell’emisfero boreale, dopo una guerra tra i due emisferi. Un brano iniziale del suo romanzo è stato letto da Alessandra Giordano e messo in scena d Danilo Mantegna e una sua allieva, con una battaglia ju-jitsu con la katana.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Semi di Guerriglia, rappresentazione di brano con lotta ju jitsu

Siamo così catapultati nel romanzo, in un futuro apocalittico, quando il protagonista, facente parte della milizia incontra una ribelle e c’è uno scontro. La battaglia con le  spade, la musica di sottofondo, la voce di Alessandra e lo spazio esterno, con tutti i boschi come cornice ci hanno trasportato in un’altra dimensione. Geniale Alessandra che ha collocato questa scena in una piazzetta con la vista sui monti e sul verde in quanto il mondo vegetale, manipolato geneticamente, è parte fondamentale di questo romanzo.

Camilla si presenta come una persona timida e riservata ma quando parla del suo romanzo, delle motivazioni che l’hanno spinta a scriverlo e dei suoi significati si accende e si anima. Lo trovate in versione digitale.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Camilla Ferroni

Una menzione speciale a Danilo Mantegna e alla sua giovane allieva che ci hanno mostrato un esempio dell’attività che l’associazione DAS- Difesa Arte Spirito, svolge in quartieri più disagiati per dare ai ragazzi uno sbocco sportivo e l’insegnamento della disciplina.

A seguire i bambini di Velva ci hanno allietato con la rappresentazione di un laboratorio teatrale, mettendo in scena una favola scritta da Alida Maria Olivetta. La fiaba racconta di una fabbrica di giocattoli che utilizza gli stessi per scopi bellici, ma sono gli stessi giochi, interpretati dai bravissimi bambini a ribellarsi a questo loro destino, togliendosi le bombe di cui erano imbottiti  e a cercare invece bambini bisognosi di un gioco per svago.

A questo punto è stata offerta una cena, preparata sul luogo, che ci ha dato modo di riposare e rinfrancarci senza doverci spostare da Velva.

Accanto alla zona buffet la pittrice Francesca Bellati ha messo in mostra le sue opere, delicati acquarelli di paesaggi e ritratti. Ho approfittato della sua postazione temporanea per far fare un ritratto a Marco, che contro le mie aspettative si è reso disponibile, e Francesca ne ha colto sguardo ed espressione. Francesca è di Genova ed è pittrice, potete contattarla dal suo profilo fb e dare un’occhiata al suo blog e alle foto di alcuni  suoi lavori che ho scattato ieri.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
opere di Francesca Bellati

Dopo il break ci siamo diretti sulla piazza della Chiesa, di fronte all’oratorio dove era allestito un palco. La prima presentazione era quella del mio romanzo, ‘Viola e i tempi del verbo essere’, storia che ho scritto per convogliare le emozioni che mi hanno sopraffatta dopo la nascita di mio figlio, nato gravemente malformato e che ha combattuto tra la vita e la morte. E’ nata così la storia di una donna moderna, forte ma fragile. Ho tratteggiato attraverso diversi flashback temporali, i tempi del verbo essere, la sua storia difficile fino all’interrogativo: la nostra vita è destino o il frutto delle nostre scelte? Nel romanzo sono trattati anche temi forti come la violenza famigliare e le relazioni sentimentali vissute fino al limite. Ringrazio Alessandra per l’opportunità che mi ha dato in questo importante contesto.

A seguire Alessandra  ha presentato il suo libro ‘Brandelli Blu Mare’, edito con lo pseudonimo Rosa Johanna Pintus, con la collaborazione di Ibrahima Diallo, rifugiato della Guinea. Il libro nasce come una raccolta di testimonianze dirette raccolte da ragazzi che hanno sfidato le prigioni libiche e il mare per trovare una vita più dignitosa, tra cui lo stesso Ibrahima. Alessandra ci ha spiegato come in Guinea non esista democrazia e vi sia un forte assoggettamento alla Francia e alle sue politiche economiche.

Presente alla manifestazione e  invitato a portare la sua testimonianza c’era invece un’altro ragazzo della Guinea , Oumar Barry che ha cantato una canzone rap nella sua lingua natìa e ci ha fatto emozionare per la sua bella voce e la musicalità della stessa.

Alessandra Giordano, insegnante, ha scritto diversi libri le cui tematiche  principali sono le persone e i quartieri disagiati in cui vivono. Infatti in ‘Frammenti in Fiore’ ci racconta l’età dell’adolescenza, romanzo corale con protagonisti alcuni  ragazzini del Cep di Pra’ e in ‘In un posto sbagliato’ ci offre la descrizione di una realtà urbana poco conosciuta. e dei suoi abitanti.

Dopo abbiamo avuto il piacere di ascoltare la chitarra e le poesie di Roberto Marzano, che si autodefinisce bidello giulivo: questo fa di professione, ma per diletto e passione gioca con le parole e le note, in una maniera inaspettata e divertente, a tratti irriverente. L’ecletticità di Roberto non può essere raccontata, ne’ le sue poesie descritte, bisogna ascoltarle e godere dei giochi di parole e delle allitterazioni che tolgono e danno significato allo stesso tempo. Curiosate sulle sue pagine Facebook, collegate al suo profilo principale, ne vedrete delle belle!

Tra le due rappresentazioni di Roberto, abbiamo assistito alla lettura con annessa coreografia danzata di tre bellissime poesie di Francesco Brunetti, scrittore e poeta. Si definisce estemporaneo, non segue trame o canovacci ma si lascia ispirare dalla parola e dai fatti contingenti.

Sulle parole di Lola, splendida poesia, toccante e aspra, tratta  da AISEOPOESIA  (2013) Alessandra ha danzato e Oumar ha inserito pezzi rap. La sera aveva ormai lasciato spazio alla notte, il cielo color indaco e lo spicchio di luna brillava alto. L’atmosfera era magica e ci siamo lasciati trascinare dalla ritmicità delle parole e dalle immagini che dipingevano per noi.

Queste le prime parole della poesia:

Mi presento: Lola, ballerina di flamenco,

scuola di danza mai iniziata, cominciò prima la vita.

Nutrita di latte e canto flamenco,

cresciuta tra nacchere e mosse di anche,

donna di sogni consunti.

E il ritmo della poesia incalza come un flamenco, appunto, fino all’epilogo, tragico.

Da ‘Strane idee’ del 2010 il poeta ha selezionato per noi il componimento ‘Al Principio era il buio’ per poi concludere con il toccante ‘Adamo’, dove forti sono risuonate le parole e ci hanno scavato l’anima, e riempito  di lacrime gli occhi riportandoci con il pensiero alla nostra amata Genova. Strano come parole scritte in passato ci riportino a eventi appena accaduti.

Ecco alcuni versi:

Adamo non si è mai pentito/e tu invano gli hai scavato l’anima./ Il sangue ancor macchia la pietra assassina /Ascoltando il verbo mi ci riconosco….la terra trema,tuona,si fende, rovina/ l’ urlo urge e deflagra mentre crolla il muri

 

Per concludere con un sorriso l’organizzatrice ha voluto far recitare la più leggera poesia, ma dal significato chiaro e semplice, di Roberto Marzano, ‘Downlove: l’amore ai tempi di Facebook’. Che vi pubblico intera, su sua gentile concessione.

DOWNLOVE

Ti prego taggami
lungo la schiena un browser
copia ed incollami
i file tuoi nell’anima
tesoro mio modificami
sarò il tuo umile server
il tuo disco fisso
la perdizione in bluetooth
piccolo mouse che non fugge
sta connesso ed anela
a loggare i tuoi giga
ammorbidendo il firewall…
Ma il downlove non si avvia
non resettarmi la ram
forse il software è obsoleto
s’imporrebbe un upload
ma amor mio mi accontento
di un pdf anche piccolo
un media player d’annata
un viaggio su google earth
basta che tu mi dia
la tua mail od un brivido
un sorriso zippato
e che clicchi “mi piace”
condivida il mio post
ma fa presto se no
mi si arresta il sistema
e davvero non so
se poi mi riavvierò…

Con ringraziamenti e saluti la rassegna si è conclusa e torniamo tutti a casa arricchiti di parole, pensieri, suoni e immagini.

Leggendo il post di un amico su Facebook ho riflettuto sulla bellezza. Il suo pensiero era abbastanza disfattista, esprimeva una certa riluttanza a credere che la bellezza salverà il mondo. Come spesso ci capita di leggere e di dire, tra l’altro. Pur condividendo in un certo senso le sue parole, che estendevano all’intera società la possibilità di salvarsi grazie alla bellezza, non al singolo individuo che la pratica, io però preferisco continuare a pensare che la bellezza potrebbe non salvare il mondo, ma che lo rende nel frattempo un posto decisamente migliore in cui vivere.

Anche se fosse solo l’effimera illusione di una sera.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL’ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell’uomo

Ecco come promesso il seguito dell’articolo su Serre di Oncino e la nostra piccola vacanza in montagna.

Questo articolo alla fine contiene una sorpresa, perciò vi chiedo di leggere fino in fondo. E’ lungo ma ci sono tante foto, anzi sono la parte centrale dell’articolo e del piccolo gioco social che vi propongo.

Le bellezze naturali e anche quelle costruite dall’uomo sono parecchie in questa valle e noi abbiamo provato a scoprirle.

Abbiamo così deciso di andare a visitare il Santuario di San Chiaffredo a Crissolo, posizionato ai piedi del Monviso in una magnifica posizione panoramica a 1417 metri sul livello del mare.
La sua origine pare che risalga all’anno 522, anno nel quale fu costruito un primo pilone in seguito al ritrovamento da parte di un contadino della tomba di San Chiaffredo, le prime notizie documentate della chiesa di San Chiaffredo risalgono invece al 1387.
Purtroppo l’attuale facciata risale al 1902 ed è un brutto rifacimento moderno. L’interno invece è di fattura medioevale e  contiene le reliquie del Santo e una grande quantità di ex voto, che dimostrano quanto il santo sia popolare in questa valle.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Santuario di San Chiaffredo, facciata

Si possono Infatti vedere all’interno della Chiesa tantissimi ex voto in differenti materie e tecniche offerte dai pellegrini.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Ex voto, dipinto
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Ex voto, campanaccio

È Molto suggestivo fermarsi a guardare la raffigurazione di miracoli attribuiti all’intervento di San Chiaffredo. Alcuni risalgono addirittura ai primi del 900.

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Ex voto, interno del Santuario
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Navata con ex voto

 

Per gli appassionati d’arte si possono trovare anche un affresco del tardo Quattrocento della Madonna con il Bambino Gesù San Chiaffredo e San Costanzo sull’altare Maggiore, mentre nella navata laterale una tela del 1600 raffigurante la Madonna con il bambino Gesù. La festa di San Chiaffredo è il 7 settembre, santo patrono dal 1642 assieme a San Costanzo nella diocesi di Saluzzo.

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Altare Maggiore: Madonna con Bambino , San Chiaffredo e San Costanzo.

All’esterno della chiesa c’è un ceppo di legno con migliaia di chiodi piantati e un martello. Appeso lì accanto un foglio che invita a piantare un altro chiodo in segno di visita al santuario e a fare una piccola offerta per sostenerlo.

Ovviamente non abbiamo esitato e abbiamo piantato il nostro chiodo.

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Chiodo e martello

Lo pianterò come un chiodo in un luogo solido:

egli diverrà come un trono di gloria per la casa di suo padre.

Isaia 22,33

Dopo aver visitato un luogo spirituale ma anche rappresentativo della cultura del luogo decidiamo di dedicarci alla natura.

Abbiamo fatto alcune passeggiate nel bosco dietro Oncino e al Pian del Re per raggiungere la sorgente del Po e più in alto il suggestivo lago Fiorenza,a soli 15 minuti dal Rifugio e mi sono soffermata parecchio a fotografare bellissimi fiori.

Ho mostrato le foto a mia mamma, appassionata di fiori, ma mi ha confessato di non conoscere diverse delle specie che ho fotografato, perciò ho deciso di dedicare un’intera sezione a tutti  i fiori che ho fotografato e che spero di aver correttamente individuato con un app. Ho svolto poi piccole ricerche per dare poche essenziali informazioni su ogni fiore.

Ma prima alcune foto della  passeggiata al bacino, sentiero dietro ad Oncino:

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ruscello montano

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Il bacino

Poi su al Pian del Re:

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo

 

E al lago Fiorenza:

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo

Ma ecco la meravigliosa galleria di fiori più o meno noti:

Primo fra tutti il Giglio di San Giuseppe, detto anche turco (Hemerocallis Fulva), benché non proprio originario di queste zone è molto frequente sia nei prati che nei giardini ed è molto bello da vedere per il suo spiccato color arancio e la sua altezza.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Giglio di San Giuseppe

Segue in ordine di apparizione nelle mie passeggiate un altro giglio stupendo, mi sono arrampicata su una china per fotografarlo bene.

Il Giglio Martagone (Lilium martagon), può arrivare a un metro di altezza, per quello li ho individuati bene, con fiori di colore rosso intenso, porpora o rosa pallido. Sono raggruppati a tre o quattro per fusto. Io lo trovo bellissimo ed elegante.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
giglio martagone

Nella stessa passeggiata, quindi a 1.200 metri di altezza e in un sottobosco ho visto prima l’Astranzia maggiore, (Astrantia major) un fiore comune,a  dire il vero, ma molto bello, delicato, e poi  il Fiordaliso montano (Cyanus montano),che invece è considerata specie rara. Il suo nome deriva dal greco ”kyanos” (= sostanza di colore blu scuro simile ai lapislazzuli) e si riferisce al colore prevalente dei fiori di questo genere.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Astranzia maggiore
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Fiordaliso montano

Segue foto del Veratro bianco (Veratrum album) che ho scoperto essere tossico, sia per gli uomini che per gli animali. Può essere alto fino a un metro e mezzo, con foglie verde scuro e fiori a 6 petali, raggruppati.

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Veratro bianco

E poi eccovi un’orchidea selvatica: l’Orchidea di fuchs (Dactylorhiza maculata subsp. fuchsii), questa pianta si trova soprattutto nelle Alpi, è frequente ma molto bella.

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Orchidea di Fuchs

Per fotografare questa Brunella (Prunella volgaris) mi sono completamente sdraiata per terra perché è davvero piccola ( 5 cm), ma ormai volevo immortalare ogni fiore diverso. Ciò mi è costata la puntura di qualche formica rossa molto cattiva che mi ha lasciato il braccio in fiamme per tutto il pomeriggio! E’ talmente comune che potevo anche evitare, ma ormai…

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Brunella

Con questa bella margheritina (bellis perennis) , in compagnia di insetti, concludo la prima gallery.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
margherita

Il giorno dopo, mercoledì, dopo aver visitato il Santuario ci eravamo diretti al Pian della Regina, a 1.800 metri, punto di partenza per il pian del Re, ma la nebbia la faceva da padrona. Così abbiamo girato un po’ per i prati e abbiamo visto le marmotte e una volpe, con bottino di caccia. Per quelle mi è stato impossibile immortalare: i fiori stanno fermi e sono vicini, gli animali, ahimè, no!

Ho fatto qualche foto e abbiamo rimandato la gita alla Sorgente del Po per una giornata più soleggiata, confidando nella fortuna.

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Pian della Regina
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Garofanino

Questo, pur essendo un fiore semplice, il Garofano  (Dianthus alpinus, in foto), è sempre stato tra i miei preferiti. Amo i garofani in tutte le loro varietà e questi avevano un bel colore acceso. Sono incerta sulla varietà, ma potrei ritenere che fosse la qualità alpina.

Poi esemplari di Borraggine selvatica  e Trifoglio violetto, probabilmente ottimo foraggio per le vacche, ma anche belli a vedersi. Mi pice tanto avvicinarmi ai fiori più piccoli per osservarli nei loro più minuscoli particolari. A volte alcune cose bellissime ci sfuggono per superficialità.

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borraggine selvatica
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trifoglio

Infine questi due fiori dal colore delicato: sembrano cuscini di piume.

L’Ambretta (Knautia arvensis ) e la Piantaggine pelosa (plantago media), anche questi abbastanza comuni nei prati montani.

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ambretta
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piantaggine pelosa

Saranno anche comuni ma sono davvero particolari. Non vanno oltre i 2.000 metri, comunque, quindi al Pian del Re non li troverò.

Quel giorno dopo essere tornata ad Oncino avevo fotografato tutte le rose del paese, che  ho inserito  nell’articolo precedente ma non vi avevo mostrato questo:

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Iperico

E’ una pianta molto resistente, l‘Iperico calicino (hypericum calycinum) di facile coltivazione e propagazione. Il colore giallo intenso è davvero vivace e i suoi stami sono davvero evidenti e divertenti.

Giovedì, giornata piovosa non ci ha permesso grandi passeggiate ma il mio occhio attento ha colto queste tre belle perle.

Sono nell’ordine : Viola del pensiero (Viola tricolor), e pensare che io le ho sempre viste solo in vaso, Borracina bianca ( Sedum album L.),una piccola pianta grassa, e il Semprevivo maggiore, o barba di Giove (Sempervivum tectorum). Quest’ultimo a me piace tantissimo!! si trova fino a 2.800 metri.

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Viola del pensiero
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Borraccina bianca
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Semprevivo maggiore

Gli ultimi due sono fiori particolarmente adatti alle zone alpine e rocciose ed erano perfettamente adattati accanto a muretti a secco e pietre.

Finalmente venerdì è uscito un bel sole e così decidiamo per la gita al Pian del Re che avevamo dovuto rimandare.

Anche in questa occasione ho camminato con lo sguardo un po’ sui monti un po’ nei prati per trovare esemplari che non avessi ancora fotografato e sono stata premiata!

Un altro esemplare di Garofano (Dianthus pavonius Tausch), endemico delle Alpi occidentale presente solo in Liguria e Piemonte, osservato nella torbiera accanto alla Sorgente del Po.

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Garofano pavonio

Poi una Pedicolare, di cui non sono riuscita a capire la varietà perché ne esistono davvero molte.

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Pedicolare

Dopo la passeggiata di circa 15 minuti siamo arrivati al lago Fiorenza ed ecco che ho incontrato la Regina: la Genziana! (Gentiana Acaulis). Splendida col suo calice blu viola e fiera in mezzo al verde.

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Genzianella

Non da meno però questo sgargiante Rododendro Rosso,  (Rhododendron ferrugineum) che condivide il l’appellativo  rosa delle Alpi con il Rododendro peloso, molto simile, ma più diffuso in Lombardia e Dolomiti. È un arbusto sempreverde che raggiunge un’altezza massima di 1,5 m con rami fragili eretti o ascendenti.

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Rododendro rosso

Nonostante la Viola qui sotto possa sembrare uguale a quella di prima, del pensiero, devo affermare che non è così: questa che vedete sotto è un  Viola con sperone o di monte, nome scientifico Viola Calcarata. È una specie alpina, che cresce generalmente tra i 1500 e i 2800 m, su prati e pascoli.

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Viola con sperone

Vi metto accanto le due foto di un fiore che si presenta con due abiti completamente diversi.Quando la app mi ha mostrato lo stesso nome non ci potevo credere, poi a guardare meglio ho dovuto convenire che la forma è la stessa, ma il colore mi aveva trattato in inganno. Probabilmente quella chiara è a uno stadio precedente.

Eccovi la Nigritella Nera (Gymnadenia Nigra), della famiglia delle orchidee. Curiosando nel web potrei essere stata fortunata a vederla perché pare che non sia presente in Italia, mah… io sono sicura.. ho le prove!

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Nigritella nera

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Concludo la gallery con questa foto che è stata davvero l’ultima che ho scattato e anche perché mi piace molto. Sono davvero soddisfatta delle mie foto perché sono fatte con uno semplice smartphone Honor , però mi sembra di essere riuscita a cogliere bellezza e diversità di ogni specie ripresa. Mi è piaciuto molto andare alla scoperta dei nomi e delle caratteristiche di ognuno e scoprire che alcuni che sembrano uguali sono diversi e viceversa. Mi spinge sempre la curiosità, la voglia di imparare, anche quando sono argomenti così lontani dal mio quotidiano. Io sono notoriamente una con il pollice nero (le piante con me muoiono) ma a quanto pare la cosa funziona se le lascio nel loro ambiente  e godo delle loro immagini. In questo caso ho avuto l’indice verde…

Eccovi alla fine l’Anemone narcissino (Anemone narcissiflora), una piccola pianta, dai delicati fiori bianchi simili ai narcisi, appartenente alla famiglia delle Ranunculaceae.

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Anemone narcissino e sullo sfondo Lago Fiorenza

Spero che questo articolo via sia piaciuto e abbiate il colto il messaggio di guardarvi in giro ogni volta che potete.

I fiori sono dovunque, anche in città spesso nei nostri giardini pubblici. Vi lancio una sfida. Fotografate i fiori che incontrate sul vostro cammino, li cercate con l’app PlantNet, trovate il loro nome e li pubblicate taggandomi sui social.

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