SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose

Serre di Oncino: i suoi abitanti, il paesaggio, la storia e curiosità.

Dopo la bellissima ma stancante vacanza a Madrid e l’emozionante esperienza a Roma per il Junior Camp, io e Marco avevamo bisogno di un  periodo di relax.

Mi sono così messa alla ricerca di un luogo in montagna, possibilmente fuori dalle mete troppo turistiche  e poco distante da Genova.

Ho chiesto alla mia amica Ivana, che abita a Torino e ha un bel blog. Ricordavo alcuni articoli scritti da lei sui paesi della Valle Po e sulla Transumanza. Se volete vedere belle immagini della zona potete andare a visitare il suo blog, La mia Fotografia!!

Così la mia scelta cade sulla zona dal lei consigliata.

Apro Airbnb, noto sito di ricerca per case e appartamenti per vacanze e cerco un host che accetti anche i cani, certa che anche loro apprezzeranno le gite in montagna. La mia prenotazione andrà a Da nonna Daniela a Serre di Oncino e quello che mi colpisce nella descrizione dell’alloggio sono “casa totalmente indipendente di recente ristrutturazione con tutti i crismi delle baite alpine e invidiabile vista del Monviso”. Contatto, prenoto, pago. Voilà. Il 10 luglio partiamo: io, Marco , Pico ed Elli.

SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose
come arrivare a Oncino

La prima cosa che mi colpisce, poco dopo l’arrivo, è che è come se in questo posto il tempo si fosse fermato. Il paese, Serre, nome antico Lou Sere, è una piccola frazione di Oncino, che è esattamente  sul versante opposto della vallata, al di là del torrente Lenta, e si snoda per poche centinaia di metri sulla strada principale, dopo un’ampia curva, e termina esattamente di fronte alla chiesa di Sant’Anna.

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Chiesa di sant’Anna
SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose
Cartello di Lou Sere, antico nome di Serre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dietro alla chiesa, solo i boschi.

Le testimonianze che ci richiamano al XX secolo sono davvero poche: un tavolino e una sedia di plastica, qualche auto parcheggiata, qualche parabola seminascosta. La rete mobile del mio cellulare non riceve quasi da nessuna parte e, devo essere sincera? Ne sono felice! Avevo bisogno di disintossicarmi dai social, seriamente. In valigia ho messo alcuni libri e sono certa che non mi annoierò.

Conosco Franco, il proprietario della casa in cui alloggerò e scopro che lui abita esattamente nell’altra parte di casa e si rende subito disponibile per qualsiasi nostra necessità. Franco mi piace da subito,a pelle, un sorriso gentile e accogliente. Un viso aperto. Una bella persona. Conosco a poco a poco, in pochissimo tempo, anche gli amici di Franco, Rosangela e Nazareno e capisco che la loro è un’amicizia di lunghissima data, complice il paese che li ha tenuti uniti. Mi raccontano delle loro estati e dei loro inverni, quando ci si lavava i denti alla fontana e non faceva paura uscire con la neve per passare dalla cucina alla camera da letto, poiché le case, qui, hanno le scale esterne e per cambiare ambiente devi uscire!

Rosangela mi ha mostrato molte foto della loro giovinezza e con una punta di nostalgia mista a rimpianto ha sussurrato: “Pensavamo di avere tanto tempo, invece è volato”. Capisco il suo sentimento,che inizia ad essere anche un po’ mio, però sono certa che Serre custodisce ancora tra le sue pietre e le sue case i ricordi delle loro risa e dei bei momenti spensierati. Serre custodisce il segreto delle amicizie durature, quelle vere, sincere, che al giorno d’oggi sono così rare. Noi, abituati all’usa e getta, restiamo meravigliati di fronte alla testimonianza di sentimenti così radicati, amore, amicizia, e anche di fronte all’imperitura resistenza delle pietre, di cui sono fatte le case di Serre e delle sue rose di cui sono adorni tutti gli angoli.

SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose

Il collage delle rose è composto da me, con tutte le foto che ho scattato ai cespugli di rose. Ero estasiata, ad ogni angolo ce n’è uno.Sono bianche, o rosse, rosa, screziate, cespugli alti fino a tre metri con grappoli di fiori stupendi. Mi hanno detto che sono piante antiche, che sono lì da tempo immemore. Io ho solo scoperto la specie, sono Rose Chinensis, una varietà molto robusta e adatta alle basse temperature, la cui caratteristica è l’ampia varietà di colori e la resistenza, oltre alla durata delle fioriture. Queste pietre e queste rose ci sussurrano il tempo trascorso.

 

SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose
vecchie case

Se chiudi gli occhi, la sera, ti sembra di vederli, gli abitanti di 50 anni fa, o di 100 anni fa, uscire di casa con il buio e con il ‘lanternin‘ per la ‘Velhà’. La notte avvolge tutto, il buio è totale, la neve è alta, il freddo pungente, ma loro escono dopo cena per fare la Veglia, per socializzare, per ballare con gli zoccoli e cantare.

La Veglia si fa nelle stalle, d’inverno, alla luce dei lumi appesi, le donne lavorano a  maglia o fanno gli scapin (calze) , gli uomini intrecciano ‘La Cabacco‘, gerla per il trasporto del fieno e altro in montagna. I ragazzi fanno all’amore, inteso nel più ben romantico modo di corteggiare la ‘bloundo‘ preferita.

Gli anziani raccontano storie di ‘Masque‘ (streghe) e di ‘Fantine‘, creature mitologiche con sembianza umana femminile, piccole, pelose e con il vezzo di sostituire i loro bambini con quelli delle donne, tranne poi pentirsene e restituirli con un biglietto: “Arlé mielh lou miou brut brut que lou tiou bél bél”, che è abbastanza comprensibile, ma ad ogni modo è il vecchio detto: ‘ogni scarafone è bello a mamma sua’.

Il periodo della Velha era lungo, andava da ottobre a marzo. Il detto recita così: ‘la nouncia maco la Velha’, ‘L’Annunziata  (il 25/3) ha ammazzato la Veglia’. Allora si doveva tornare nei campi o sui monti, a lavorare.

Questo raccontare storie era molto importante per tramandare un’antica tradizione orale e trasmettere il patrimonio culturale delle comunità montane che purtroppo sta per perdersi. Ho letto con piacere tutte questi antichi usi e tradizioni in alcuni libri, trovati sul mio comodino: uno a cura di un’associazione nata per ricordare e trasmettere ai posteri: “Voù Recourdàou”, l’altro di Gianni Aimar, oncinese (scomparso nel 2006) e appassionato dei suoi luoghi di origine e delle sue genti: “Gente di Monviso”, raccolta di articoli comparsi su Corriere di Saluzzo. Tra i vari libri tutti dedicati alla montagna e ai suoi attori inconsapevoli vi è anche questo, Un segno lassù: Piloni votivi e dipinti murali in Alta Valle Po. La ricerca condotta da Aimar ha permesso di rilevare, nei comuni di Paesana, Crissolo, Oncino e Ostana,  ben 265 opere d’arte fra affreschi, dipinti murali e piloni votivi, alcune delle quali riconducibili al XV-XVI secolo. 

E’ una  testimonianza enorme e anche nel libro da me letto ne denunciava la trascuratezza e l’abbandono. Io vi mostro cosa ho potuto fotografare  a Serre e a Ostana.

SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose
Affreschi murali in alta valle Po

SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose

Come vedete in quest’ultimo in alto è dipinta la data: 1864.

Anche questo rimanda senz’altro indietro nel tempo, in quanto è davvero difficile trovare un certo tipo di arte se non nelle chiese, in tempi più moderni. Si può supporre fossero voti.

Al calar della sera tutto si fa silenzioso. La notte avvolge ogni cosa. Si odono solo i malinconici campanacci delle vacche e l’impetuoso fragore del Lenta, primo affluente del Po, in fondo alla gola, e del torrente Frassaia, più vicino. Solo le lucciole, meraviglioso incantesimo naturale che riempie di stelle il sottobosco, illuminano il buio totale, ma girare l’angolo fa paura comunque. Restiamo qui, al silenzio, per scoprire se le nuvole dispettose ci lasciano vedere il maestoso Monviso. Se l’ultimo sbuffo di vapore si toglie potrò vedere il Re in tutta la sua maestosità.

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Monviso e nuvole

E finalmente!

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Notturna, Monviso

Ho notato che la gente del Monviso ne parla come se fosse un essere vivente. Lo umanizzano parecchio, affibbiandogli aggettivi come dispettoso, capriccioso, furfante. Questo suo nascondersi e giocare a nascondino con le nuvole lo rende misterioso e affascinante. Ma se il cielo è terso ci appare con tutta la sua maestosità e allora capisco anche le parole di grande rispetto e timore reverenziale che hanno verso di lui.

Il Monviso è il  Re di Pietra.

La montagna è un mondo e il Monviso ne è un simbolo. (cit. Diego Bona, Vescovo di Saluzzo)

Come il Monviso è il re di Pietra, così i sui abitanti sono forti come le pietre, ma cordiali e anche inaspettatamente dolci, da cogliere una rosa da portare sulla tomba di chi non c’è più e si è tanto amato.

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Rosa di Serre di Oncino

Sul Monviso vi racconterò questa storia.

Correva l’anno 1478 e Ludovico II, Marchese di Saluzzo, stufo di pagare dazio ai Savoia per le merci che entravano attraverso le Alpi, decise di accordarsi con la Provenza, allora sotto il Re di Napoli Renato D’Angiò  per ‘bucare’ il Colle delle  Traversette a 2.882 mt e creare un tunnel adatto allo scambio delle merci. La prima vera opera di ingegneria in alta montagna.

Nasce così nel 1481 il Buco di Viso ,la Galleria del sale, lunga 75 metri. Doveva essere alta quanto un uomo in groppa a un mulo e larga da poter lasciare passare un asino con due carichi di sale pendenti ai lati. Andata e ritorno. Dalla montagna al mare e viceversa.

Per che sia stato scavato a suon di ferro, fuoco, acqua bollente e aceto. E comunque ci hanno messo meno loro che a far la metropolitana a Genova!

Per via delle vicissitudini politiche e strategiche il Buco di Viso visse periodi alterni di apertura o di completo abbandono. Tra il 1837 e il 1907 fu mantenuto aperto, seguì un periodo di oblio e bisogna aspettare fino al 1973, data in cui i Lions Club di Torino fecero ripristinare la mulattiera e infine il 1997 in cui l’intera galleria fu ripristinata.

Ad oggi è percorribile interamente.

Così almeno adesso ho capito perché le acciughe sotto sale sono un piatto tipico di queste zone, oltre alla ben nota Polenta, che un detto Oncinese vuole far risalire nell’origine del suo nome alla fusione del Po con il suo primo affluente il Lenta. Sarà vero?

SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose
Piatti tipici: dolce con mirtilli, lardo, antipasto con acciughe salate e salsa verde, formaggetta e salsa rossa, polenta con più condimenti.

La nostra avventura in Alta Valle Po continua…

Leggi il prossimo articolo.

SERRE DI ONCINO: UN PAESE FUORI DAL TEMPO, tra pietre e rose
Vecchia Singer, macchina da cucire
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testimonianze del tempo che fu… bici arrugginita

EAFF JUNIOR TRAINING CAMP ROMA LUGLIO 4-8

ciao Roma

Domenica 8 luglio si è concluso il terzo Junior Camp Europeo della European Amputee Football Federation (EAFF) a cui Marco ha  partecipato per la prima volta in qualità di portiere.

Vi avevo già parlato di questa realtà in un mio precedente articolo di aprile, che potete rileggere QUI, in cui avevo raccontato come siamo entrati in contatto con la nostra Nazionale Amputati e della prevista partecipazione al Camp, ma ora posso tirare le somme e parlare delle impressioni e delle emozioni che abbiamo provato.

Diverse testate giornalistiche e le associazioni stesse hanno dato grande risalto all’importante evento e scritto articoli e fatto interviste e video, ma io vi farò entrare dalla porta di servizio e vi racconterò l’esperienza vissuta sulla nostra pelle. Ovviamente vi inserirò a fine articolo tutti i link degli articoli più belli e più importanti pubblicati sulle testate on line.

Da mamma di un bambino disabile,che ha affrontato negli ultimi due anni un percorso di accettazione della sua condizione, non nascondo che avevo anche dei timori sulla partecipazione di Marco. Temevo che il trovarsi in mezzo alla sola disabilità lo facesse sentire maggiormente ‘diverso’. I percorsi attraverso cui ognuno di noi può elaborare la disabilità, sia dalla nascita o per mezzo di incidente, sono sicuramente diversi e se un adulto può esprimere una volontà, un bambino si affida a noi, genitori, che sicuramente cerchiamo di fare il loro bene ma a volte procediamo per tentativi. Ecco io mi sentivo così, fiduciosa ma timorosa. L’esperienza di Correggio mi aveva indicato la strada, ma ora si giocava la partita importante. Sarebbe stato utile? Bello? Edificante? O controproducente?

Premetto, per chi non conosce Marco, che mio figlio ha una grande predisposizione per il contatto umano, è estroverso e chiacchierone e gli piace cercare di comunicare anche in altre lingue. Perciò confidavo nel fatto che la presenza di bambini provenienti da ben 10 nazioni,di cui tre di lingua inglese, avrebbe stimolato la  sua curiosità e la sua voglia di interagire.

Ebbene il secondo giorno ho avuto la mia risposta e mi si è gonfiato il cuore di gioia alla consapevolezza di aver tentato la giusta strada. Marco mi ha detto così: “Sai cosa c’è di bello, mamma? Che qui nessuno mi chiede cosa ho fatto alla mia mano o cosa mi è successo”.

Avevo fatto centro. La sua disabilità è diventata ‘trasparente’ e nessuno l’ha notata. Nessuno gli ha fatto le noiose domande a cui lui si è stufato di rispondere: “Niente, sono nato così”. Non interessava a nessuno. E a lui non interessava la storia degli altri bambini, li ha visti semplicemente per quello che sono: dei bambini! Non ha guardato cosa mancava loro…ma spesso mi faceva notare le loro caratteristiche.

“Mamma hai visto Will che occhi azzurri che ha?”, “Mamma, quel bambino inglese ha un sorriso dolcissimo, vero?”, “Mamma, quel bambino irlandese sprizza una simpatia con quell’aria pacioccosa!”. Ecco. Questi sono i bambini. Vedono oltre. Cerchiamo di impararlo anche noi.

Certo, questi bambini sono l’esempio vivente della resilienza. Sono andati  lì sul campo a giocare a sfidare qualsiasi pregiudizio che li vorrebbe tristi a guardare gli altri correre. Nessuno di noi può sapere i loro percorsi e non glieli chiederemo, non gli chiederemo in quale modo e in quale momento hanno accettato di non avere una gamba o un braccio, ma li guarderemo e basta. Li vedremo contendersi un pallone con tutta la loro tenacia e determinazione, combattere in maniera molto fisica per rubarsi la palla e infine lanciare la stampella per terra, con stizza, quando perderanno un gol sotto porta.

Li ho visti correre, saltare, sudare, ascoltare l’allenatore, lanciarsi sui palloni, giocare sui prati, tirarsi l’acqua addosso e ridere. Stupendi.

Se dovessi dire la cosa che non dimenticherò mai di questa esperienza è l’incessante ticchettio, cadenzato,delle stampelle sui selciati; ma non lo associo a un immagine triste, vedo anzi i 70 bambini correre verso gli spogliatoi, sento “tic, tic, tum”, “tic, tic, tum” provenire da tutte le direzioni e vedo la gioia.

Nel viaggio di ritorno, sul treno, ho dato a Marco il compito di scrivere un tema, per raccontare le sue aspettative, l’esperienza vissuta e cosa gli ha lasciato. Premetto che gli ho chiesto il permesso di pubblicarne un pezzetto, così come tutte le cose che ho riportato, e quindi vi lascio con le impressioni di Marco, dodicenne, portiere under 16 della Nazionale Amputati Italiana.

.All’inizio non avevo capito bene cosa fosse e pensavo fosse una piccola esperienza. Poi, i giorni prima di partire per il Junior Camp, mia mamma me lo ha spiegato bene e ho capito che era una cosa seria e ufficiale.

C’erano dieci nazioni a partecipare, Italia inclusa, tra cui Inghilterra, Irlanda, Germania, Georgia, Grecia, Irlanda, Polonia, Scozia e Turchia.

Per l’Italia eravamo sette di cui tre portieri e quattro giocatori. Sistemati in Hotel di sera c’è stata la cerimonia di apertura dove ci hanno diviso in tre gruppi: gialli, blu e rossi. La fascia d’età dei gialli era dai 5 ai 10 anni, quella dei blu dagli 11 ai 13 e quella rossa dai 14 ai 16.

Ho conosciuto molte persone italiane ma anche straniere e mi è piaciuto molto comunicare in inglese.

La mattina dopo ci siamo svegliati e ci siamo andati ad allenare presso il Centro Sportivo Paralimpico “Tre Fontane”.

Gli allenamenti erano belli tosti ma mi piacevano molto. Ce n’erano due al giorno: uno dalle 9 alle 11 e l’altro dalle 17.30 alle 19.30. Fu così per tre giorni e l’ultimo giorno ero sfinito!

Durante questo Camp ho imparato molte tecniche da portiere nonostante io sia centrocampista nella mia squadra (n.d.a. GSD Olimpic Pra’ Pegliese). Ho imparato tecniche di tuffo, tecniche per bloccare la palla, tecniche d’uscita.

Questi quattro giorni sono stati una bellissima esperienza e ovviamente voglio continuare ad allenarmi e tra quattro anni potrò finalmente giocare nella Nazionale di Calcio Amputati e portare la mia nazione alla gloria (modesto,eh?).

Una cosa divertente è che io ho paura della api e delle vespe e al Tre Fontane c’è l’erba vera, non sintetica, ad un certo punto ero in porta fermo e ne avevo quattro che mi giravano intorno e da una parte ho  sconfitto una mia paura.

Ho omesso l’inizio che raccontava come abbiamo conosciuto la Nazionale e quando gli hanno fatto l’intervista di cui va molto fiero e che quindi riporto QUI.

Concludo invitandovi  a condividere  più possibile questo post per far conoscere questa bella realtà e per far conoscere ad  altri bambini o ragazzi questa possibilità. Marco ha un sogno, lo ha detto, portare il suo paese alla gloria ma occorre una squadra giovanile. Il progetto è appena iniziato, parliamone, informiamoci, portiamo i nostri figli a giocare a calcio.

I nostri giocatori under 16

Infine non dimenticate di tifare Italia ai prossimi mondiali di Messico 2018, dal 24 ottobre al 10 novembre. La nostra Nazionale Italiana Calcio Amputati merita tutto il nostro sostegno e supporto.

Forza Italia!

Video di presentazione del Camp

Articolo di Repubblica.

Highlights della prima giornata, da pagina Fispes

Articolo di Huffpost

Fispes News 

Video della giornata conclusiva, pagina facebook EAFF 

Sito CIP, News

SuperAbile Inail, sport

 

 

 

TOLEDO, CITTA’ ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE

Sono appena rientrata dalla mia settimana di vacanza a Madrid, con mio figlio Marco.

L’abbiamo desiderata tanto ed è stata all’altezza delle nostre aspettative.

Un’esperienza bellissima, una città indimenticabile nella quale tornerò sicuramente perché mi è rimasta nel cuore e perché ho ancora tante cose da vedere.

Ho amato le case, le loro facciate, le finestre con i balconi decorati da ringhiere in ferro battuto, la loro dignitosa austerità ma non algida, ho amato la pulizia, il decoro e la sicurezza di Madrid. Le strade, i viali e le piazze. Ho girovagato per i quartieri a tutte le ore e ho sempre trovato cortesia e gentilezza. La città offre molto verde e fontane per rinfrescarsi, vista la calura soprattutto nelle ore pomeridiane.

TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
tipica calle, parola che significa via
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Calle nel quartiere La latina
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Vista dei palazzi vicino al mercato di San Miguel

Madrid va visitata almeno una volta nella vita ma sicuramente va vissuta, come fanno i madrileni. Quindi via alle tapas al mercato di San Miguel, alle sieste, alle passeggiate a mezzanotte con le strade gremite, alla riposo nel Parco del Buon Retiro, alla fresca e dolce sangria.

Dopo alcuni giorni che eravamo in città ho deciso di portare Marco a vedere Toledo, città patrimonio mondiale dell’Unesco.

La cittadina è facilmente raggiungibile dalla stazione di Atocha, che è attigua ai più importanti musei di Madrid:il Prado e il Reina Sofia. Parte un treno ogni ora sin dalle 6.50 delle mattino. Così ci organizziamo per prendere il treno delle 9.20. Ci possiamo tranquillamente arrivare a piedi. Il mio appartamento situato nel multietnico e colorato quartiere Lavapies distava 20 minuti da Atocha e 10 minuti dalla centralissima Plaza Mayor.

TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
PLAZA MAYOR: Real Casa della Panaderia e statua equestre di Filippo III

Però c’è anche una comoda Metro che collega tutto in pochi minuti, se non si vuole camminare. Per tre giorni di tarjeta turistica (è proprio una tesserina che vi stampa la macchinetta automatica, presente prima di entrare in ogni stazione) si spendono 18 euro. Dopodiché si può caricare da un solo viaggio in su.

Il nostro treno è diretto e va da Madrid a Toledo in mezz’ora. Uno spettacolo. Giunti alla bella stazione in stile moresco decorata da  torrette e maioliche si deve camminare circa 25 minuti per raggiungere la città che è sopraelevata su un colle di granito e praticamente difesa per 2/3 del suo perimetro dal  fiume Tago che la circonda e per il resto da alte mura e porte impenetrabili che per secoli l’hanno resa inespugnabile. Se non volete camminare con 5 euro i taxi vi portano dalla stazione alla piazza centrale di Toledo.

TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Una porta di accesso a Toledo e L’Alcazar
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Ponte Romanico a Toledo

Toledo è stata abitata sin dalla preistoria e colonizzata da romani, ma nel 554 a.c. divenne capitale visigota della Spagna di allora. Nel 712  vi giunsero i mori, arabi quindi, che trovandovi comunità cristiane ed ebree permisero loro di continuare a professare i loro culti e a  lavorare, facendo così prosperare la città. Questo aspetto della storia di Toledo mi è piaciuto molto e mi ha affascinato; non sempre, quindi, la storia riporta eventi di intolleranza  e soppressione. La storia può insegnare che la convivenza di diverse etnie e religione può essere favorevole e auspicabile.

La città è visitabile a piedi e suggerisco di farlo, magari con una mappa e un itinerario consigliato, per non perdervi qualche tesoro nascosto. Io ho usato la guida del National Geographic che mi è stata più utile di una mappa acquistata in loco.

Da non perdere la Cattedrale, magnifico esempio di gotico spagnolo.

 

TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Cattedrale di Toledo

L’Alcazar, antica fortezza di pianta quadrata, imponente e visibile da molto lontano è visitabile entrando a vedere il Museo dell’esercito.

Ho trovato bella e affascinante all’interno, pur nell’estrema semplicità, la Iglesias de San Roman,si entra con pochi euro per visitare il Museo di arte visigota. La chiesa che era originariamente visigota è in stile mudéjar e risale al XII secolo, ma nei secoli seguenti ha subito aggiunte e modifiche: coesistono così colonne romane, archi califfati, affreschi romanici, una cappella plateresca, ossia molto ornata. All’interno vi si trova la storia scritta su tabelloni e molti reperti archeologici. Il maggior interesse è proprio dato dalla molteplicità  di stili.

TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Iglesias de San Roman esterno e torre di stile Mudéjar toledano
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Interno della chiesa: affreschi
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Interno della chiesa: arco
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Cappella maggiore- foto da Wikipedia

Prima di arrivare quasi alla puerta del sol ingresso principale della città , ci si imbatte nella Mezquita del Cristo del La luz, una ex moschea del 999 a.c.

Nella città ve ne erano dieci, questa è l’unica che è rimasta così come era. Un’iscrizione in arabo nei mattoni ne rivela l’identità originaria di moschea, ma nel 1186 Alfonso VI si dice sia stato guidato da una luce che gli fece scoprire un Cristo crocefisso, nascosto e sepolto. Il re lasciò il suo scudo lì con l’iscrizione : “Questo è lo scudo che il re Alfonso VI ha lasciato in questa cappella quando conquistò Toledo, ed il primo masso fu posto qui”.

L’edificio fu poi regalato dal re Alfonso VIII ai Cavalieri dell’ordine di San Giovanni che aggiunsero l’abside e la rinominarono Cappella della Santa Croce (Ermita de la Santa Cruz).

Anche in questo caso vale la pena pagare i pochi euro per l’entrata perché bisogna vedere l’interno e l’esterno dal giardino.

TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Colonne snelle e capitelli che sembrano palme che si abbracciano
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Ci sono nove volte tutte differenti che chiudono la moschea. La volta centrale è più alta delle altre e fa da cupola per l’intera struttura.
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Riproduzione del Cristo della Luce, sullo sfondo affreschi romanici
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Quibla: Muro della Moschea, rivolto verso Cordoba
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Iscrizioni, affreschi
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Esterno, abside, costruito nello stesso stile con pietre e mattoncini.
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Esterno, decorazioni
TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Esterno dal giardino. La moschea misura solo 81 mt quadrati.

In così poco spazio si percepisce un senso di grande equilibrio.

All’esterno è stata rinvenuta una vecchia strada romana, larga 5 metri e altri reperti dell’epoca romana. In pochi metri quadri è racchiuso un vero tesoro di storia, architettura e religioni.

All’interno delle mura della città, comunque non grandissima, vi sono  anche due  sinagoghe, una costruita dai Mori per gli ebrei: la Sinagoga de Santa Maria la Blanca, dagli interni candidi.

Per parecchi secoli le tre culture convissero e i commerci proliferarono. Ebbero anche un ruolo molto importante nello sviluppo del mondo occidentale in diversi campi importanti come l’astronomia, la matematica, la medicina, la musica e la letteratura.

Solo nel 1492 l’intolleranza sortì il suo primo effetto con l’espulsione degli ebrei e l’economia ne risentì parecchio. Un altro colpo fu inferto alla città da Filippo II con lo spostamento nel 1561 della corte a Madrid, ma solo nel 1614 gli ultimi discendenti musulmani furono espulsi e l’industria manifatturiera tracollò.

Però a me piace pensarla multietnica e tollerante e ricordarla con le parole benaugurali con cui si è concluso il giro panoramico fatto con il trenino, che consiglio vivamente.

TOLEDO, CITTA' ANTICA E DALLA STORIA IMPORTANTE
Panorama di Toledo

Esse sono :

Salam aleik ( arabo)

Shalom (ebraico)

La paz sea contigo (spagnolo cristiano)

La pace sia con voi.

Quali parole più belle si possono ascoltare?

 

IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA

IL MAKE UP PUO’ FARTI BELLA, MA NON DEVE FARTI FINTA, questa la filosofia di chi mi ha insegnato i primi rudimenti di make-up e che ho sposato appieno.

Questo blog è sicuramente un diario personale, come un viaggio tra le mie esperienze, le persone che conosco e che ho conosciuto, le mie passioni e le mie aspirazioni.

In un’occasione sono stata accusata di avere troppi interessi, di saltare da una cosa all’altra, di non fermarmi mai abbastanza. A parte che non è vero, trovo però che il cambiamento sia una cosa buona  e ci sono state occasioni in cui dopo essermi avvicinata a un’arte, ad uno sport o ad un interesse me ne sono allontanata, dopo che mi era sembrato d’aver assorbito tutto quello che mi serviva in quel momento. Per esempio è stato così con il Tai Chi, una splendida arte marziale, che mi è stata uitile in un periodo particolare della mia vita per ritrovare equilibrio. Non è solo un’arte marziale, è uno stile di vita, un modo di pensare ed essere e io in quel momento non ero pronta per continuare a studiarla e ad applicarmi. Nulla esclude che io non ci ritorni. O che ci scriva anche un bell’articolo.

Non è stato così con la danza. Mi ci sono avvicinata che ero già grande, a 24 anni, priva di tutte le basi della danza classica che tanto aiutano. Ho  però trovato nella danza contemporanea un modo per  esprimere  me stessa e mi ci sono dedicata per dieci anni, fino a che non è nato Marco. In seguito  varie problematiche mi hanno impedito di ritornarci, ma ammetto che mi manca. Dopo aver provato il palco, ti manca per tutta la vita. Anche qui un’idea per scrivere un articolo ce l’ho.

In questo mio peregrinare di passioni ad un certo punto della mia vita ho voluto lasciare spazio ad un interesse che coltivo da sempre ma che avevo voglia di approfondire.

Il Make up. Nella mia costante ricerca della bellezza è un’argomento immancabile. Ovviamente normalmente quando parlo di bellezza nel blog mi riferisco a quell’insieme di cose che possono farci stare bene: può essere un’amicizia, un’amore, una passione, la musica, l’arte, leggere, il teatro, il mare, la montagna…ognuno avrà i suoi riferimenti e questi possono anche essere mutevoli nel tempo ma l’importante è che ci facciano stare bene. Che allontanino la negatività e che ci facciano assaporare la meraviglia della vita.

Il make-up può sembrare un argomento frivolo, ma non volete considerare l’effetto che può avere sul nostro umore sapere di avere una faccia stanca, magari le occhiaie e con solo dieci minuti far sparire tutto e sembrare più fresche? Certo, se siamo giù di corda può non bastare questo, ma vi assicuro che uscire indossando il sorriso migliore è un buon antidoto e se sul sorriso abbiamo steso un bel rossetto brillante ci possiamo sentire più allegre e più predisposte alle cose belle (magari un bell’incontro, no?).

Ovviamente non voglio semplificare, per carità, ci sono situazioni in cui non si ha nemmeno voglia di lavarsi i capelli o di alzarsi dal divano, ma in una normale giornata malinconica un buon make-up può risollevare l’animo.

Ah, e comunque sappiate che modelle, strafighe e stragnocche e instagrammate  abusano di photoshop, perciò state serene. Truccatevi il giusto e siate voi stesse.

Fin da ragazzina mi chiudevo nel bagno e cercavo di replicare i make up delle pubblicità di Cioé, quelli multicolor, con il giallo, il rosso e l’azzurro, ma non ho mai pensato che potesse essere una professione. Adoravo anche fare le mie lunghe unghie tutte colorate e con gli stuzzicadenti facevo disegnini floreali e lettere giapponesi. Un precorritrice della moda più sfrenata attuale.

Crescendo mi sono fermata alla classica matita nera, eyeliner, mascara e lucidalabbra. Per molto tempo non ci ho più pensato. Poi mi è capitata l’occasione, su quei siti di acquisti di gruppo, di trovare un corso di make up, per sé stessi, cioè per imparare a truccarsi al meglio. Erano quattro serate. Purtroppo per vari problemi ho potuto farne solo due e mi è rimasta la voglia di imparare, anche perché lì ho scoperto di non sapere tante cose, o di darle per scontate. Così ho iniziato a guardare tutti i video di Clio Make up, diventata famosa per aver aperto un canale Youtube dove poco alla volta ha insegnato le basi per truccarsi fino a replicare dei make up interi davvero impegnativi. Vabbè, lei ora è ricca. Ha azzeccato in pieno il tempo e il modo. Tant’è non mi bastava, così sono riuscita ad entrare in contatto con la truccatrice che aveva svolto il primo corso, la bravissima Cinzia De Benedetto,  e sono riuscita con lei ad imparare tutte le basi per un buon trucco correttivo. Ossia il trucco di tutti i giorni, con le varianti sera, occasione speciale e matrimonio.

Mi sono divertita moltissimo e ho imparato cose che non dimenticherò mai più, anche se per essere una buona truccatrice ci vuole tanta tanta pratica e molti anni di gavetta.

Io per ora mi sono divertita a dare consigli alle amiche, a truccarle per qualche occasione speciale e anche per qualche servizio fotografico.

Mi è capitato infatti parlando con Ivana , un’amica blogger che fa foto bellissime, di dirle che mi sarebbe piaciuto truccare una sua modella. Detto fatto.

Inoltre devo anche ammettere che è grazie a due amiche blogger che è nato questo blog, una è Ivana, l’altra è Luisa Orizio, del blog Allacciate il grembiule!. Entrambe mi hanno molto incoraggiato e le ringrazio di cuore.

Nell’occasione del contest #prainfoto di cui vi ho parlato nel mio articolo dedicato al pesto che potete rileggere QUI mi ha confessato di aver avuto una bella idea e mi ha invitato a presentarmi con la borsa trucco a casa sua il sabato pomeriggio seguente. Non vedevo l’ora!

E’ stato molto bello truccare Ilaria, giovane ragazza di Pra’ dai grandissimi occhi verdi. Anche se all’inizio non avevo la più pallida idea di chi avrei dovuto truccare mi sono lanciata immediatamente con un’idea precisa in mente. Puntare sugli occhi e sulla semplicità.  E’ bastato fare una buona base, con fondotinta, correttore e cipria, un leggero contouring per dare profondità al viso e puntare sul marron glacee e bronzo per gli occhi, sfumando senza appesantire. Ilaria è così giovane che basta poco per esaltare la sua bellezza. Le labbra le ho contornate e riempite con rossetto dalla tinta naturale, un tocco di gloss, per far brillare e mi raccomando, non tralasciate mai le sopracciglia!! Sono la cornice dei nostri occhi e basta poco per definirle e renderle più armoniche. Provate anche solo con un pennellino diagonale e con un ombretto della stessa tinta dei vostri capelli. Vedrete la differenza!

Ivana con le sue foto ha fatto un ottimo lavoro, ma ammetto che il make up ha svolto il suo ruolo. Ebbene sì, sono anche molto modesta! Scherzi a parte, è stata una gran soddisfazione.

Di seguito alcune foto di quella bella giornata e anche il link dell’articolo originale del Blog della mia amica: La Mia Fotografia!

 

IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA
Base e occhi , fatti
IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA
passiamo alle labbra

 

 

 

 

 

 

 

IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA
rossetto con il pennellino

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA
il risultato finale
IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA
I fiori di basilico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA
I fiori di basilico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MAKE UP TI FA BELLA, MA NON FINTA
Un’altro bellissimo scatto di Ilaria,
foto di Ivana Cleo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ARTICOLO I FIORI DI BASILICO DI IVANA

Tutte le foto sono gentilmente concesse da Ivana Motto Cleo.

 

CONFETTO DEL GIORNO, LA GENEROSITA’

CONFETTO DEL GIORNO, LA GENEROSITA'
Frutti

Se si desidera un mondo migliore bisogna compiere il primo passo.

E poi il secondo e il terzo e mantenere il nostro cammino sempre sullo stesso sentiero.

Non si può pensare che i miglioramenti arrivino dagli altri. Agiamo noi per primi e non badiamo a cosa fanno le altre persone. Il primo effetto sarà quello di stare comunque meglio.

Cosa possiamo volere da un mondo migliore? Tutto quello che ci viene in mente applichiamolo nel nostro piccolo. Una gentilezza a una persona, che sia amica o no, un sorriso regalato, una carezza inaspettata, porgere ascolto, aiutare un amico, donare qualcosa. Rispettare le opinioni e le idee altrui, non sentirsi superiori o migliori di altri. Dare da mangiare a chi ha fame (non vuoi fare l’elemosina? Compra un panino e offrilo) e poi cercare con tutti i cinque sensi le cose belle. Quando non le troviamo, inventiamole. Ci sono, basta saperle scorgere.

Una cosa ho fatto mia da tanto. Non posso eliminare il male della Terra. La guerra, la fame, la malvagità. La cattiveria umana. Sono sempre esistite e purtroppo credo non cesseranno mai, se non con la  stessa razza umana. Non farò finta che queste cose non esistano ma di sicuro non è alla mia portata porvi rimedio. Ma posso arginare quello che ho di negativo attorno a me. Posso scegliere di non condividere pensieri e parole di odio e intolleranza. Posso scegliere di agire come vorrei che gli altri agissero con me e con chi ha bisogno. Posso rispettare.

Io spero sempre nell’effetto domino, come un contagio.

E sinceramente continuo a chiedermi perché si sia sempre più predisposti a condividere brutte notizie che cose belle.

Facciamo la Rivoluzione! Condividiamo solo cose belle.

CONFETTO DEL GIORNO, LA GENEROSITA'
IL RICICLO DELLA GENEROSITA’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini dal web, sito Pixabay.

 

LA NOSTALGIA

I ricordi arrivano e ti colpiscono come un pugno.

A volte siamo impreparati.

Giustamente passiamo le giornate preoccupandoci del qui ed ora, tipo ‘cosa faccio stasera per cena?’ o ‘come faccio oggi a portare il cane dal veterinario e contemporaneamente a ritirare la pagella di Marco?’;  per quanto mi riguarda il massimo del futuro che riesco a programmare è nell’ordine di una settimana. Di più vado in paranoia. E se un dubbio mi attanaglia o una preoccupazione non mi fa dormire, penso: ‘Ce la farò, come ce l’ho sempre fatta’. Non funziona proprio sempre, eh, però ci provo. Ma questo riguarda il presente e quel poco di futuro che riesco a mettere in conto.

Il passato è un po’ più difficile: con quello ho sempre un conto aperto, che poi sembra una cosa incredibile, ma mi è più difficile affrontare i ricordi belli che quelli brutti.

I brutti ricordi si elaborano, si impara a conviverci, a volte li seppelliamo sotto tanti strati di altri ricordi, come un paio di calzini logori in un cassetto pieno di calze nuove e a volte è questione di sopravvivenza dimenticarlì là in fondo. Dovremmo imparare a buttare subito i calzini bucati e non a tenerli nel fondo di un cassetto, solo perché ci siamo affezionati. Però in un certo modo i ricordi dolorosi ci ricordano chi siamo, cosa abbiamo sbagliato, ci impartiscono delle lezioni, se sono stati errori nostri. Se invece sono solo fatti che ci sono accaduti, indipendenti dalla nostra volontà, possono essere l’esempio di come ce la siamo cavata anche quella volta.

Ricordo che da bambina ero attratta dalla fiamma di una stufa a Kerosene in cucina, mia mamma mi avvertii: ‘Guarda che brucia’, ma io ostinata ci appoggiai tutto il palmo della mano, su quel vetro, con quella bella fiamma. Mi  bruciai e ovviamente non ho mai più toccato la stufa. Con i brutti ricordi faccio esattamente lo stesso, so che bruciano, quindi al massimo li guardo un po’ da lontano, ma non mi ci avvicino mai più di tanto. Men che meno me li giro tra le mani.

Però mi sono accorta di non avere tanti anticorpi per i bei ricordi!

Incredibile, vero?

L’altro giorno ripulendo un armadio ho trovato tra guide turistiche e varie cartine un’anonima busta bianca. L’ho aperta, mannaggia a me!  Ma quando si fanno le pulizie bisogna farle bene, sennò tanto vale non farle.

E un bel ricordo mi ha colpito dritto in faccia.

Sbam! Un diretto in pieno muso. Che male… Le lacrime sono scese da sole, con quel classico pizzicorino all’angolo degli occhi, accompagnate dal groppo alla gola.

Una foto, un bel momento, un attimo felice di una bella vacanza. Quella bella, perché scorrazzavo in giro la mia bella pancia di 6 mesi, già evidente, e sentivo il mio bambino fare le capriole. Quella spensierata, perché ancora non sapevo nulla delle varie problematiche che mio figlio presentava. Quella felice, perché ero innamorata del papà del mio bambino e tutto sembrava perfetto.

Ho pensato diverse volte proprio a quel preciso momento nei mesi e anni a venire perché ho realizzato che ero stata molto incosciente. Avevamo visitato le miniere di sale di Salisburgo: cunicoli stretti  nelle viscere della montagna, una zattera sul lago sotteraneo, una trenino su rotaia che si snodava lungo un percorso e poi… quel brivido dello scivolo e una macchina fotografica che ti immortala mentre scivoli a 20 km orari. Pazza. Incinta di sei mesi lo feci anche io e solo dopo mesi realizzai che se fosse accaduto qualcosa proprio in quel momento ci sarebbero state buone probabilità di perdere mio figlio. Ma non ci  pensavo in  quel momento, non potevo prevedere nulla di tutto quello che sarebbero accaduto di lì a pochi mesi e negli anni a venire.

16 agosto 2005. Il momento perfetto. Una foto dimenticata, di cui non ricordavo nemmeno l’esistenza. La gioia sui nostri volti.

Sono giorni che mi rigiro questi pensieri nella testa. Penso e ripenso alle reazioni che si hanno ai bei ricordi. Poi ho realizzato che ho avuto solo nostalgia. Forse se oggi la situazione fosse diversa non proverei questa emozione, farei solo un sorriso e proverei disappunto per l’incoscienza, ma nulla più.

E ho capito un’altra cosa: è stata l’immagine. La potenza della fotografia. La luce nei nostri occhi. Il sorriso. Anzi le risa, perché stavamo ridendo! Lì davanti a me, come se fosse ora. Sono cosciente di avere molti ricordi bellissimi, ma vederli è un’altra cosa. Non vi è mai capitato con la foto di un vostro caro, che non c’è più? O con le foto dei bimbi quando erano piccoli o di viaggi indimenticabili?  Sicuramente ricordate tutte le persone care e i migliori momenti; fanno parte del vostro bel bagaglio di vita, cose belle che vi hanno fatto bene, ma l’istante in cui la foto, meglio se di carta, si materializza tra le vostre mani, la nostalgia è subito dietro l’angolo!

Eppure lo devo ammettere, non è un dispiacere provare nostalgia.

Anche Cocciante con la sua famosa canzone ‘Chiara, celeste nostalgia’ ce la descrive con due aggettivi freschi, piacevoli, positivi. Chiara e celeste. Qualcosa che fa pensare al cielo, all’aria che respiriamo. E io credo che l’amica sia proprio lei, la nostalgia.

Amore più grande, amica mia
cara celeste nostalgia
un’ora, un giorno, una vita
che cosa vuoi che sia, che sia?

Avere il privilegio di provare nostalgia significa avere vissuto qualcosa di così bello, che ricordarlo può far male. Ma così, impastati di ricordi belli e brutti tentiamo di farci largo nella vita di tutti i giorni, cercando di evitare i colpi bassi e di ricostruirci i momenti felici. Per avere il privilegio fra molti anni di avere ogni tanto momenti di tenera nostalgia.

Intanto rimetto la foto tra le pagine di un libro.

Chissà che non sbuchi nuovamente tra una decina di anni, così all’improvviso, per regalarmi la nostalgia dei miei trent’anni.

 

 

 

 

VIOLA SI RACCONTA: QUANDO NASCE UN’AMORE

Oggi è il 14 febbraio, San Valentino, la festa degli innamorati. Mi sono anche un po’ informata e ho scoperto che contrariamente a quanto si creda la festa non nasce come una semplice furbata commerciale, ma anzi come festa religiosa. Infatti il Valentino che si ricorda è un santo martire cristiano, noto per il messaggio di amore che porta. Averlo poi abbinato all’amore romantico è stato un passaggio successivo. Bisogna però dire che questa ricorrenza affonda le sue radici nei più antichi riti pagani dedicati al dio della fertilità Luperco, i Lupercalia.  Nel 496 d.c  l’allora papa Gelasio I volle porre fine a questi riti e cristianizzare la festa.

Ogni volta che si intromette la Chiesa noi donne ci rimettiamo!! Da Papa Gelasio I in poi ci siamo dovute accontentare di un biglietto o di una rosa, mentre all’epoca romana avremmo goduto della vista di bei giovanotti nudi, spalmati di grasso,devoti al selvatico Fauno Luperco, che procedevano per strada battendo il terreno con strisce di pelle di capre e all’occorrenza anche le donne che si facevano incontro e offrivano ventre e mani, per favorire la fertilità. Cioè, roba che anche Christian Grey potrebbe impallidire!

Vabbè, la Chiesa si è intromessa e addio bei fusti nudi.

Poi ci si è messo Geoffrey Chaucer, alla fine del 1300, che ha scritto “Il parlamento degli Uccelli”, non ridete!, poema onirico nel quale gli uccelli, i volatili, si riuniscono in un Consiglio e discutono su come accoppiarsi, ma non riescono a mettersi d’accordo. Poi interviene la Natura e lascia alle femmine la scelta, ne segue così è un tripudio di cinguettii e voli gioiosi. Le coppie si sono formate. Chaucer colloca questo risveglio dell’amore nella data di San Valentino e associa Cupido al Santo, condannandoci così nei secoli a seguire a festeggiare questa ricorrenza romantica.

Detto ciò, io oggi non avevo un articolo pronto per San Valentino perciò ho deciso di regalarvi il brano che segue, tratto da mio libro “Viola e i tempi del verbo essere”. Dal brano estratto  si capisce che alcune cose sono già successe, ma Viola finalmente scopre di essere innamorata e lo dice alla sua migliore amica. Spero vi faccia piacere.

BUON SAN VALENTINO!!

 

CAPITOLO II

APRILE 2000- SETTEMBRE 2000

Il passato prossimo

 

 

Era un bellissimo sabato pomeriggio di fine maggio. C’era qualche primula e viola selvatica nei prati. Si incamminarono lungo un sentiero che, partendo da casa di Viola e costeggiando casette di campagna e chiesine piccole piccole, giungeva in grandi prati e piccoli boschi dove poter far correre Brownie, il cane meticcio di Viola.

Barbara la guardava di sottecchi, con i suoi bellissimi occhi azzurri col taglio da gatta, e con un sorrisetto furbo, che solo lei sapeva fare. Sollevava un angolo solo delle labbra, il destro e nella guancia le si formava una fossetta impercettibile. Le dava un aria da bimba birichina, una piccola peste.

Viola ancora non si decideva a spifferare tutto e la teneva sulle spine.

“Allora, mi vuoi spiegare cosa succede?”, chiese Barbara, curiosissima.

Viola allora la guardo dritta negli occhi e confessò:

“Barbara, è tutto un casino… mi sono innamorata…” Barbara spalancò la bocca in un rotondo perfetto e disse solo: “Nooo!!”.

E poi: “Dai, dai racconta”.

Così Viola le raccontò della macchinetta del caffè, della dichiarazione, dei messaggini e del primo bacio e della prima volta e della seconda e di come andando avanti aveva capito che non era solo sesso, ma di come invece si era sentita un tutt’uno con quell’uomo. Di come aveva sentito le loro anime vicine in un caldo pomeriggio d’amore sul divano.

Barbara guardava sempre l’amica con un misto di stupore e di incredulità. Non sempre riusciva a credere che ciò che le stava raccontando fosse vero, anche se era abituata alle cose pazzesche che le succedevano. Che poi, non che fossero così strane, ma capitavano tutte a lei. Una dopo l’altra!

Così provò a ribattere, per punzecchiarla: “Vabbé, ma, magari, è come quell’altra volta, con quello là. Te lo fai due o tre volte poi capisci che non ne vale la pena e lasci perdere”, e si riferiva a un fatto accaduto anni prima, quando era ancora solo fidanzata con Massimo. Aveva preso una sbandata, bella forte, aveva trasgredito una sola volta e poi era tornata sui suoi passi, temendo di perdere il fidanzato. Da lì in poi aveva invece iniziato a costruire il suo futuro con Massimo, perché aveva trovato finalmente il primo vero lavoro fisso e l’estate seguente avevano comprato casa.

Ma questa volta la sua risposta fu: “No, Babi, davvero, stavolta è diverso. E comunque non è questa la cosa fondamentale, cioè, non fraintendermi, innamorarsi di nuovo, o forse per la prima volta in questo modo è qualcosa di indescrivibile, ma non è questo il punto principale, no, no…” e lasciò la frase in sospeso, poi continuò seria seria: “Lo sai come sono fatta, se sento di essere davvero innamorata di Luca, allora non posso più essere innamorata di Massimo, e sai una cosa?”.

“Eh?”.

“Forse non lo sono più da tanto tempo e non me ne ero accorta, ci voleva uno scossone per farmelo capire, dovevo aprire gli occhi e ora l’ho fatto. Credo che penserò seriamente di lasciare Massimo, qualsiasi cosa succeda”.

Barbara era sconvolta; capiamoci non per moralismo, anzi! Lei aveva avuto un fidanzato storico, con il quale era stata dieci anni, cioè come Viola dall’estate della seconda liceo in poi. Ma poi aveva capito che il matrimonio non era per lei. Però non lo aveva lasciato, non ne aveva avuto il coraggio. Aveva fatto tanto che si era fatta mollare, lo aveva portato alla disperazione e finalmente era giunto il giorno in cui lui le aveva detto: “Forse è meglio che ci lasciamo” e lei con un sospiro, leggermente trattenuto, aveva risposto: “Eh, sì, forse sì…” e le era scesa anche una lacrima. Ma non era una lacrima falsa, era davvero di dolore, per non essere riuscita a credere fino in fondo in sé stessa. Così da quel momento aveva iniziato ad avere qualche piccola storiella, mai importante, mai troppo coinvolgente, e non appena si profilava all’orizzonte questa possibilità, lei… fuggiva. Così era felicemente single e disinibita. Se uno le piaceva le bastava sbattere un po’ le ciglia, scuotere i capelli biondissimi sempre profumati e tutti le cadevano ai piedi. Aveva davvero fascino da vendere.

Così in questa occasione non fu la scappatella extraconiugale a farla rimanere attonita ma questa determinazione che lesse nella voce e negli occhi di Viola di mandare all’aria il matrimonio. Viola che butta per aria il matrimonio! Che manda al diavolo Massimo! Ma crollava un’istituzione! Viola che si era battuta contro tutto e contro tutti per poter stare con lui, Viola che aveva costruito il suo futuro con lui giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro, avevano comprato e ristrutturato la casa insieme, lo aveva aiutato a superare tutte le sue insicurezze, lo aveva aiutato nel lavoro e nella vita. Era stata per lui un faro e una guida. E ora a poco più di un anno dal matrimonio e nemmeno quattro di convivenza lo voleva mollare?

“Ma, Viola, sei sicura di quello che dici? Ti senti? Stai dicendo che vuoi lasciare Massimo? Dopo tutto quello che hai fatto? Tutto quello che hai passato? Ora che hai un bel lavoro, una bella casa e sei tranquilla? Ma cosa ti manca?”.

“L’amore, cara Barbara, mi manca l’amore… e nemmeno lo sapevo. È finita ormai. Devo solo pensarci bene e decidere come fare”.

Barbare scuoteva la testa: “Tu mi stupisci sempre. E poi non so come fai. Come puoi essere così sicura. E se ti stai sbagliando? Butti all’aria tutta la tua vita solo per un batticuore”.

“Io ti capisco, Barbara, vista da fuori sembrerà una pazzia, e forse anch’io non sono ancora così sicura, ma mi sento così… triste e infelice. Mi sembra di vedere solo per la prima volta lo squallore della mia vita” e qui Barbara la guardò con uno sguardo interrogativo che Viola, immersa nei suoi pensieri, non colse. Si era leggermente tradita. Nemmeno Barbara, la sua migliore amica, sapeva tutto e questa parola stonava con ciò che poteva sapere lei. Ma non osò domandare. Era la sua amica e confidente, ma non morbosamente curiosa, e se c’era qualcosa che Viola non le aveva detto, allora significava che non glielo voleva dire, e andava bene così. Non sempre bisogna conoscere ogni piccolo dettaglio per poter avere il quadro d’insieme.

 

Se vuoi saper cosa succede prima e dopo lo trovi QUI

Viola e i tempi del verbo essere

FELICITA’ NEL DNA

Felicità nel DNA

Ne sono consapevole, oggi mi addentro in un argomento spinoso. Inizio un percorso su un campo minato, ma lo faccio consapevolmente.

Forse non avrei mai azzardato un argomento così difficile se non avessi pubblicato un post sulla mia pagina personale di Facebook e se lo stesso non avesse scatenato una vivace quanto accesa discussione tra i miei amici. Questo significa che la felicità ci sta a cuore. E’ un argomento caldo. Allora, ho pensato, parliamone. Tanto io, qui, faccio considerazioni come se fossero pensieri a voce alta, che possono essere condivisibili come no, ma possono anche essere lo spunto per un confronto.

Il mio post recitava così:

Io sono felice.
Quando non lo sono è perché sono smemorata e mi dimentico di quanto io sia davvero profondamente felice.
Poi me lo ricordo. E sono felice.

Qual è il significato di questo messaggio? Con queste parole sto dicendo che la mia vera essenza è quella di una persona felice. Io sento la felicità, come qualcosa che mi appartiene, che è in me, senza bisogno di cose particolari. Mi capita spesso di pensare ‘sono felice’ senza motivo apparente. Non lo so quante persone sentano questa cosa, non l’ho nemmeno mai chiesto. Voi cosa sentite?

Però capita che io mi senta anche triste, frustrata, ansiosa o preoccupata, ma quello che volevo dire  con il mio post è che questi stati d’animo non sono il contrario della felicità, bensì una momentanea amnesia del mio stato di felicità. E quando dico ‘profondamente’ intendo che è qualcosa che è davvero difficile da sradicare da me. Io la felicità la sento nel DNA. Io sono nata felice.

Lo so che state sorridendo scettici. Mi sembra di vedervi, che scrollate la testa pensando che io sia un po’ folle. Ma ho le prove di quello che sto dicendo. La vita non è stata facile, mai; le avversità tante e a volte davvero dure, le situazioni più complesse le ho fronteggiate a testa alta e con il sorriso. Certo, sono caduta, ho pianto, ho gridato. Ma il giorno dopo ho trovato la forza di andare avanti. Ma non sopravvivendo, bensì vivendo. Ogni attimo, ogni ora, ogni giorno, ogni esperienza, impegno, fatica, avventura la vivo come un tassello dell’immenso puzzle della mia vita, che mi definirà per quella che sono.

Il confronto tra i miei amici è stato variegato. C’è chi sostiene di non essere felice, chi come me se lo dimentica, ma di notte se lo ricorda (si vede che fa i bilanci della giornata), chi afferma che la vera felicità duri poco perché è intensa ed effimera.

Giuseppe sostiene che bisogna prendere le cose con filosofia, Claudia che bisogna essere felici di ciò che si ha e Luana afferma che sono le piccole cose a renderci felici. Carmen ha una visione di insieme e scrive che la curiosità verso la vita e la gratitudine verso ciò che già abbiamo siano buoni presupposti per sentirsi felici, oltre al fatto di non avere troppe aspettative.

Ognuno ha un pensiero diverso sulla felicità, come dice Claudia, è soggettivo.

Luana riassume poi in un concetto quello che si sta argomentando:

C’è la felicità che ti fa traboccare di gioia, che ti riempie il cuore e l’anima, quella che ti fa mancare il fiato, quella che vorresti urlare a squarciagola, quella che non ti fa toccare i piedi per terra…. e quella mite, quella che ti fa sorridere, quella che rende piacevole la giornata, quella che ti aiuta ad andare avanti a piccoli passi e ti fa dimenticare il momento no o la giornata storta….

Già, se ci arriva una telefonata che abbiamo vinto un milione di euro gridiamo di pazza gioia, se la persona che ci piace da impazzire o di cui ci siamo innamorati si dichiara a sua volta sentiamo un colpo al cuore e una indefinibile sensazione di felicità. Un cambio di lavoro agognato, la nascita di un figlio, rivedere una persona cara. Sono tutti attimi. Momenti felici, più che vera e propria felicità. Perché lo sappiamo che basta davvero poco per offuscare quei momenti e se la felicità non la coltiviamo dentro di noi non sarà sufficiente la somma di quegli attimi per farci sentire felici.

Io credo che le persone si dividano tra felici e infelici. Alle persone felici può accadere qualsiasi cosa che tornano ad essere felici, le persone infelici, invece, continuano ad esserlo, anche se vincono un milione di euro, anche se sposano la donna/uomo dei sogni, anche se hanno figli stupendi, lavori soddisfacenti e amici sinceri.

Ho cercato sul dizionario la definizione di ‘felicità’ e ne ho trovate diverse:

La Treccani: “Stato e sentimento di chi è felice”, eh, però bella scoperta!! Anche se poi nella definizione in enciclopedia aggiunge : “Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato” , un piccolo passo avanti, ma ancora troppo poco per ritenerci soddisfatti.

Dizionario di Economia e Finanza (2012): “Misura del benessere individuale, connessa anche con caratteristiche genetiche, fattori socio-demografici e culturali, fede religiosa, orientamento politico, fattori economici, compresi il livello di reddito e lo stato occupazionale”; interessante, anche loro, come me, scomodano i fattori genetici. Non mi trovo invece completamente d’accordo sui fattori economici perché mi è sembrato di vedere più gente felice nelle povere isole di Zanzibar e Capo Verde, che in tante nostre città super moderne e super accessoriate. Però è ovvio, e non lo metto in discussione, che uno stato economico adeguato permette quella serenità che a volte si può chiamare felicità. La fede religiosa, per me atea, è un mistero, ma le riconosco proprio il potere di demandare alla volontà di un’entità superiore gli accadimenti della nostra vita terrena, facendosene una ragione. La fede è sicuramente una grande forza.

Wikipedia:” La felicità è lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri”. Qui si fa interessante. Davvero se soddisfiamo tutti i nostri desideri siamo felici? Non è forse vero il contrario? Cioè che a volte continuare a desiderare ci fa sentire più vivi? Ambire a migliorare la nostra vita, la nostra condizione economica, sociale, culturale non ci rende più attivi, più energici, più curiosi? E poi una volta ottenuto quello che abbiamo tanto desiderato non può capitare che ci sentiamo più svuotati che felici? Mi viene in mente il proverbio che ci dicevano da bambini: “Chi troppo vuole, nulla stringe”.

Ma forse il labile divario tra chi è felice e chi non lo è, sta proprio qui. Tra chi sa che tutti i suoi desideri sono stati soddisfatti e chi invece non è mai contento. Certo, dipende dai desideri.

Mi ha colpito un’amica che mi ha confessato di desiderare un figlio. Immensamente. Di volere una famiglia. Una vita normale. Non che la sua vita non la sia, normale. Lavora, è autonoma, ha una casa, tanti amici. Riempie le sue giornate di corsi, attività, sport mentre tutto quello che vorrebbe, invece, è qualcuno che la fermi. Che riempia quei vuoti che lei affanna con mille progetti pur di non fermarsi a pensare. Non potrei dire che mi sembra infelice, io la vedo così bella, solare, energica. Eppure non ha soddisfatto, per ora, quello che per lei, forse, è un suo desiderio primario. Però se dovessi far pendere la bilancia per lei, propenderei  per felice.

Alcune  amiche lo hanno detto anche a me: che faccio troppe cose, che riempio i miei vuoti, che non ho pace.Non ultima l’essermi lanciata in questa avventura del blog, ma quello che non sanno invece è che scrivere mi provoca un’intima felicità. Così come tutte le altre cose in cui mi sono cimentata. Forse è vero che ci sono vuoti incolmabili e che più o meno inconsapevolmente li riempiamo di tante cose, chi con progetti, chi con oggetti, fama, successo, notorietà, ma ciò non significa che averne consapevolezza ci debba far sentire infelici.

Mi sono limitata nella ricerca perché alla parola felicità su Google si trovano migliaia di link e definizioni. Ne hanno parlato filosofi, sin dall’antichità, scrittori e poeti di tutti i tempi, registi, attori e  cantanti. Persino Albert Einstein, che di mestiere faceva tutt’altro, si è trovato a scrivere due bigliettini con due pensieri sulla felicità, dati a un fattorino al posto della mancia e che sono stati battuti all’asta, a Gerusalemme nell’ottobre del 2017, rispettivamente per 1,3 milioni di euro e 203 mila euro e recitano così:

“Una vita calma e modesta porta più felicità della ricerca del successo abbinata a una costante irrequietezza” e “Quando c’è una volontà, esiste una via”.

Alla fine tutto è relativo. Ognuno deve e può cercare la propria felicità, senza però farsene ossessionare, perché se quella che crediamo un’irraggiugibile felicità ci offusca la vista rischiamo di perderci quella che può essere la vera felicità. Il dono della vita e il suo goderne appieno.

La felicità è un modus vivendi, un’atteggiamento, uno stato mentale. Un gene nel DNA che abbiamo alla nascita, ma che possiamo anche imparare, se lo vogliamo.

E io la trovo anche qui, ogni volta che cerco e scrivo  #unacosabellaalgiorno.

 

 

LUNCHBOX

LUNCHBOX LOCANDINA

Guardare i film per me è grande fonte di ispirazione. Complice la biblioteca Berio, che me li fa prelevare gratuitamente, colgo così l’occasione per cercare film mai visti. Lunedì sera ho guardato questo bel film  del 2013. Una pellicola indiana, scritta e diretta dal regista Ritesh Batra, lontana dai fasti e dai balletti di bollywoodiana produzione. E’ un film delicato, quasi lento, intimista. Parla di dolori e solitudini ma in maniera lieve, mai drammatica e apre uno spiraglio di speranza ai due protagonisti, la cui vita non è sicuramente rosea.

Mi piace molto guardare questo tipo di film perché mi dà l’occasione di pensare e riflettere. In realtà questa pellicola ha scatenato due rilfessioni in me, una legata ai ricordi personali, l’altra alla mera curiosità. E ora ve le spiego.

La trama del film è semplice. Ila, giovane donna sposata trascurata dal marito, infedele si scoprirà poi, spera di ravvivare il suo matrimonio cucinando piatti saporiti e speziati. Il pranzo, che dovrebbe essere recapitato al marito sul posto di lavoro giunge invece sulla scrivania di Saajan, impiegato modello, vedovo, ormai prossimo alla pensione, che ordina abitualmente il suo pasto presso un ristorante di Mumbai.

Lo stupore di Saajan è grande quando assaggia per la prima volta il contenuto del suo lunchbox e si reca alla gastronomia per chiedere che gli recapitino sempre lo stesso tipo di cibo, in quanto ottimo. Il cuoco si gongola del successo del suo cavolfiore. Dal suo canto Ila si domanda come mai il marito non le dica nulla del pranzo preparato con tanta cura e quando gli chiede se gli sia piaciuto, lui risponde: “Buono, normale, cavolfiore, no?”. Ovviamente il contenuto non era quello e Ila si domanda a chi sia stato recapitato il suo lunchbox, restituito lucido e ripulito come se fosse stato lavato.

Così comincia, per caso e per gioco, una corrispondenza epistolare veicolata dal  contenitore del pranzo, nascosta nel chapati, tipico pane indianotra Ila e Saajan che si raccontano con queste lettere le loro meste vite e i loro dispiaceri. Si toccano diversi temi, anche profondi come il suicidio e la malattia, la solitudine e la nostalgia, ma sempre delicatamente e di sfuggita. Le loro vite gradualmente vengono modificate da questa relazione, fino a cambiare del tutto, giungendo a svolte inaspettate, che stupiscono anche i protagonisti.

Questa storia mi ha fatto ricordare una simpatica vicenda personale risalente a tanti anni fa.

Frequentavo la classe seconda del liceo e durante l’ora di educazione fisica la nostra aula veniva occupata da una classe, una quarta, vacante, ossia senza stanza fissa. Non chiedetemi la motivazione perché non me la ricordo affatto, ma ricordo che da brava curiosona grafomane quale sono ed ero, iniziai a lasciare messaggi scritti con matita sulla superficie del banco al misterioso occupante del mio posto.

Ripose e così scoprii  che era un ragazzo e iniziammo un corrispondenza settimanale, fatta di lunghe lettere che ci scambiavamo sotto il mio banco. Lui era divertente, spiritoso, interessante. Finché non ci incontrammo. L’incontro, avvenuto nei corridoi della scuola, in seguito ad un atteso appuntamento, non sortii gli esiti sperati. Non era nemmeno un brutto ragazzo, ma la magia si era dissolta. Mancava quel non so che che potesse trasformare quella bella storia epistolare in una vera frequentazione. Così finirono anche le lettere.

Nel film l’incontro non viene mostrato. Non è nemmeno così chiaro che esso accada. Credo che si possa liberamente scegliere di credere che lui faccia in tempo a raggiungerla, dopo aver già dato buca ad un precedente appuntamento. Oppure no. Si può immaginare che le loro vite abbiano definitivamente preso una svolta, pur non convergendo.

La frase chiave, ripetuta da entrambi i protagonisti in momenti diversi del film è che talvolta treni sbagliati portano alla stazione giusta, e ammetto che è un’affermazione che mi piace molto. Ossia vedere un’opportunità anche in qualcosa che è andato è storto.

E cosa è andato storto?

La trama del film si basa su un evento quasi impossibile, ossia l’errore di consegna della Lunchbox. Vi chiederete come mai io affermi questa cosa. Mi sono informata e ora vi racconto questa bella curiosità.

A Mumbai, sin dal 1885 la consegna dei pasti avviene attraverso i DABBAWALLA. I Dabbawalla sono veri e propri fattorini dei pasti che quotidianamente si recano casa per casa a ritirare le pietanze preparate dalle mogli e le trasportano con ogni tipo di mezzo, biciclette, carretti, tavole, treni per consegnarle, precisi e puntuali sulle scrivanie di chi lavora in centro. Dopo il pasto il lunchbox vuoto viene ritirato e nel pomeriggio riconsegnato presso l’abitazione. I fattorini sono persone povere, analfabete tanto che la consegna è indicata con colori e codici alfa numerici che hanno ben definiti significati noti ai Dabbawalla.

I pranzi fanno anche viaggi di 60/70 km e possono cambiare di mano anche tre o quattro volte. Il meccanismo del ritiro e della consegna è assolutamente puntuale e perfetto, organizzatissimo, tanto che persino l’Università di Harvard ne ha studiato i segreti, infatti pare che la percentuale di errore sia quasi nulla, pur in una città di milioni di abitanti e con 150.000/ 200.000 contenitori consegnati.  Soltanto un pasto ogni sei milioni di consegne giuste arriva sul tavolo sbagliato. Da qui prende spunto, quindi, la trama del film. L’unica consegna sbagliata in un meccanismo quasi perfetto.

Certo che tutto questo ha dell’incredibile!! E ora capisco anche da dove il famoso sito applicazione JustEat abbia preso spunto! Ordini, chiami e il pasto arriva a casa. Eppure bisogna ammettere che il persistere di tradizioni così antiche e anacronistiche sia  davvero curioso, soprattutto in città così evolute e innovative come può essere Mumbai, ma in questo caso la religione, la suddivisione in caste, la cultura e le rigide regole della società indiana rendono obbligatorio avvalersi di metodi antichi ma infallibili, per evitare di trasgredire a tali convenzioni.

GUARDA COSA FA UN DABBAWALLA IN QUESTO VIDEO

Al prossimo film!

 

 

IL BASILICO E IL PESTO DI PRA’

L’oro verde. Sua maestà il basilico.

foto di Martina Melis
IIC Scuola Secondaria Villa Ratto

Questo pezzo a dire la verità non era previsto. L’idea mi è venuta ascoltando Marco raccontarmi con tanto entusiasmo la visita all’azienda agricola  Serre sul Mare fatta con la scuola. Continuava a dirmi cosa aveva imparato e quanto gli fosse piaciuto. Così mentre lui mi spiegava il mio cervello elaborava un bel post! Caso vuole che il compito di Marco fosse proprio quello di raccogliere gli appunti pertanto questo sarà un articolo scritto a quattro mani. Non potevo farmi sfuggire l’occasione di avere notizie veritiere, puntuali e fresche fresche! La sua collaborazione sarà determinante.

Sul perché parlare del Basilico e del Pesto, inutile dirlo. Non vi capita mai di avere una giornata pessima, ma che davanti a un fumante piatto di gnocchi al pesto tutto sembri svanire? Il potere del cibo, del buon cibo, è quasi curativo. Il profumo di un piatto casalingo che sobbolle sui fornelli o di una torta nel forno metterebbe di buon umore chiunque.

E poi il basilico è un prodotto D.O.P. e per Pra’ un vero orgoglio, il più rinomato della Liguria.

La visita scolastica si è svolta presso l’azienda “Le Serre sul Mare-il Pesto di Pra’” di Bruzzone&Ferrari, in salita R.Ascherio 3a, dove sono ubicate le serre stesse. L’azienda, infatti, è anche fattoria didattica e in tal senso si pone come obbiettivo quello di far conoscere alle nuove generazioni i valori contadini, l’amore per il proprio territorio e il rispetto dello stesso, pur utilizzando nuove tecnologie.

La storia del basilico.

La piantina ha origini asiatiche/africane e in quei luoghi si trova anche selvatico, nel corso della storia le sementi sono giunte in Europa e in Italia sin dal 350 a.c., fino a trovare la loro ambientazione ottimale proprio in Liguria, per le condizioni microclimatiche. Le piantine che vengono coltivate in questa zona non superano mai i 10/15 cm di altezza, per questo motivo le foglie restano sempre piccole e delicate, e così il suo sapore. Il basilico si trova anche in altre zone di Italia ma l’aroma delle sue foglie è decisamente più forte e talvolta vira alla menta; la pianta può raggiungere addirittura i 60 cm di altezza!

Nell’antichità era considerata una pianta sacra, già gli Egiziani la usavano come balsamo per i defunti, i Galli ne permettevano la raccolta solo dopo un rito di purificazione, mentre sia i Greci che i Romani erano convintissimi che, per far crescere una sana piantina, occorresse seminarla, accompagnando l’operazione con insulti e maledizioni.

Processo di seminazione.

Ai ragazzi hanno spiegato che come prima cosa bisogna mettere le sementi assieme alla terra in una formina tipo ‘muffin’,  dopodiché queste tortine vengono messe nella seminatrice. Questa macchina posiziona le porzioni di terra e semi in ‘teglie’ e le annaffia.

Piantine di basilico
foto di Martina Melis

Queste ‘teglie’ vengono poste su carrelli che ne contengono diverse decine a strati e portate nella cella di germinazione che è una stanza buia, a 30 gradi di temperatura e con alta umidità, perché nei primi due o tre giorni ciò è essenziale per la crescita. L’umidità è fondamentale in questa prima fase ancor più che dopo, nelle serre.

 

Le serre.

Le serre, posizionate su terreno a terrazze, esposte al sole, sono dotate di un computer per tenere sempre sotto controllo temperatura e umidità. La temperatura impostata è di 32 gradi e se si alza troppo automaticamente si aprono le porte delle serre, se invece è troppo bassa mette in funzione il riscaldamento. La serra tiene le piantine di basilico al sicuro dai batteri, soprattutto dalla Pronofola , batterio africano che può uccidere il basilico. Il terreno utilizzato deve essere argilloso. La permanenza delle piantine all’interno delle serre è di una settimana, dopodiché si procede alla raccolta. I ragazzi hanno misurato le piantine giunte a fine ciclo di crescita verificando che non superassero i 15 cm. Dopo la raccolta si procede all’impacchettamento manuale di un bel mazzo di basilico, con la carta a contenere la terra e le radici, il tutto stretto con un elastico. Il famoso ‘muffin’ è diventato un profumatissimo ‘bouquet’ verde brillante!

Foto di Martina Melis

Storia delle serre dell’azienda.

La storia di queste serre risale già al 1827. Nel 1920 le serre producevano anche pomodori e altri ortaggi, ma nel 1950 erano già esclusivamente dedicate al basilico. La raccolta avveniva manualmente da sdraiati, su tavole di legno. Oggigiorno invece si utilizza un attrezzo agricolo che preleva le piantine meccanicamente.

 

E ora facciamo un buon pesto GENOVESE, mi raccomando NON “alla genovese”

Perché questa distinzione? Perché con la dicitura “alla genovese” troverete a volte in commercio delle salse a base di basilico, ma non necessariamente con gli stessi ingredienti previsti dal Consorzio del Pesto Genovese, nato per tutelare la ricetta originale e la qualità degli ingredienti.

Gli ingredienti contemplati dal Consorzio sono solo sette:

Per condire una pasta per 4 persone vi serviranno : tre bei mazzetti di basilico, ovviamente genovese dop

Poi è fondamentale avere l’aglio italiano (il pesto deriva infatti dall’agliata-salsa a base d’aglio e aceto utilizzata nella repubblica marinara di Genova ) nella quantità da voi desiderata, la ricetta ne prevede 1 spicchio, ma potete diminuirne la quantità;

i pinoli, rigorosamente italiani, due cucchiai;

olio extravergine di oliva, possibilmente della riviera ligureche dà fragranza, mezzo bicchiere;

i formaggi grattugiati, nella proporzione di un terzo di pecorino, 2 cucchiai, e due terzi di parmigiano reggiano e grana padano dop, 6 cucchiai;

infine sale marino grosso italiano, qualche grano.

Fu Giovanni Ratto, noto gastronomo dell’epoca, nel 1965 a scrivere per primo la ricetta del pesto nella sua opera, La Cuciniera genovese, benché le sue origini siano parecchio più antiche.

Per  ottenere un’ottima salsa come una volta vi servirà un bel mortaio di marmo di Carrara con il pestello di legno, come quello in foto.

“Colori, sapori e tradizioni” Foto di Giusy Ferrari

Il mortaio era il frullino di una volta; oggi si può usare il frullatore, ma il rischio è di scaldare troppo le delicate foglioline e alterarne il sapore, così adoperatelo pure ma con attenzione.

Quindi se avete la fortuna di possedere un mortaio prendetelo e iniziate mettendoci dentro l’aglio e pestatelo, poi aggiungete i pinoli e amalgamateli con l’aglio. A questo punto  mettete le foglie, belle pulite e asciutte  e il sale che ha una funzione antiossidante, mantenendo il colore verde vivo delle foglie. Pestare roteando il mortaio e aggiungere l’olio a filo. Mescolare il tutto finché diventa cremoso. Completare con i formaggi grattugiati e il pesto è pronto!

Inutile a dirsi, se non avete il mortaio, o il tempo potete acquistare il vostro pesto già bello fatto nei migliori supermercati della città, oppure acquistarlo on line_clicca qui

Devo ammettere che mentre io e Marco scrivevamo questo articolo sono rimasta colpita dalla quantità di cose che non sapevo. E’ stata per me occasione per approfondire. L’azienda è molto presente sul territorio e questa iniziativa con la scuola lo dimostra in pieno. A Pra’ ci sono giornate intere dedicate alla famosa piantina e al pesto, dove si possono degustare i piatti, ascoltare curiosità e vedere dal vero come fare una perfetta cremosa salsa di pesto con il mortaio. In queste occasioni ho anche assaggiato ‘birra al basilico’ e ‘gelato al basilico’. Non mancherò di fare un articolo apposta nelle prossime giornate dedicate.

A settembre ho anche partecipato a un contest fotografico, promosso proprio dall’azienda “Il Pesto di Pra’”; per prendervi parte  era sufficiente postare sui social foto scattate a Pra’ con l’hashtag #prainfoto; le mie foto, semplici scatti fatti con smartphone, sono state selezionate per la fase finale, ma giustamente hanno vinto immagini splendide tratte da veri fotografi, tra cui una della mia amica blogger Ivana che potete vedere QUI. La sera della premiazione è stata bellissima: tutte le foto sono state esposte nelle serre e le foto vincitrici sono state mostrate a tutti, stampate in formato grande e donate ai loro creatori, fra gli applausi di tutti. E’ seguito un piacevole rinfresco sulla terrazza, offerto dall’azienda, a base di torte di verdure genovesi, focaccia e le immancabili trofie al pesto, vino bianco e canestrelli per finire. Il tutto accompagnato dalla musica di Nino Durante, noto musicista e scrittore di Pra’ e da uno splendido tramonto, con il sole che si tuffava rosso dietro i monti a ponente.

Guarda il video del contest #prainfoto

Non c’è che dire, abitare a Pra’, ha i suoi bei lati positivi!

Grazie a Marco Guzzonato per gli appunti e alla sua compagna di classe Martina Melis per avermi fornito alcuni scatti presenti nell’articolo.

Al prossimo post!