LA COLONNA SONORA

LA COLONNA SONORA

Sto ascoltando Spotify, con le cuffiette, dal cellulare. La playlist è una selezione proposta dalla app in base ai miei like e preferiti.
Io sono notoriamente smemorata ma la potenza evocativa della musica e di certi brani è davvero potente.

Mi trovo a provare emozioni forti ascoltando le canzoni una dopo l’altro perché sto facendo un viaggio nel tempo e per ogni brano ‘mi vedo’ esattamente in un luogo preciso. Come se fossi lì, come se fosse allora. È davvero notevole. Così con Halo, di Beyoncé, sono in un bar sul mare ad Ascea Marina. Uno dei quei bar costruiti sulle palafitte e il sole entra da tutte le pareti, che sono vetrate. Il mare brilla. È un luglio bellissimo. È il 2008.
Passa Frozen e sono a Siena. In un bar. Il video appare per la prima volta e io mi fermo incantata a vedere Madonna con lunghi capelli neri che diventa un levriero e poi uno stormo di corvi. Sono con un uomo che amo e sono felice.

LA COLONNA SONORA
Di nuovo Madonna, questa volta con Hung up. Sono in una stanza d’ospedale al Gaslini. Il cd è appena uscito e io ascolto senza fine, a ripetizione, questa canzone nelle giornate interminabili. È il 2005, Marco è appena nato e io sono felice che sia ancora vivo.
Bum! Mambo n° 5. MI trovo in un locale Brasiliano, è una serata con i colleghi. Ricordo ancora come sono vestita. Gonna nera corta con spacco e maglia rossa. Sono spensierata. Lì in mezzo, in tempi ancora non sospetti c’è il padre di mio figlio.
Ancora. Voulez coucher avec moi, 1987, remake di Sabrina Salerno, sono sedicenne, nella mia cameretta bianca e rosa e la ascolto con il walkman, pensando al ragazzo che mi ha registrato e regalato la cassetta. L’ho consumata quella cassetta a furia di sentirla.
E poi What a feeling, Irene Cara, colonna sonora di Flashdance e mi vedo nella palestra delle medie, per un corso di danza che non ho mai potuto finire perché mio padre, per un ritardo, non mi ci fece più andare. Era il 1983. Non un bel periodo da ricordare a dire il vero.

Balzo in avanti di 30 anni: 2013, quell’anno sono vissuta di musica pop. Ognuna delle hits mi ricorda un momento.

Ora sto aspettando il prossimo pezzo. Sono curiosa di sapere dove e ‘quando’ mi porterà. Vedo la mia vita come un film. Una pellicola consumata, con i bordi traforati sulla stringa nera laterale.

LA COLONNA SONORA

Posso mandare avanti e indietro e io sono sempre lì. L’attrice protagonista. A volte il regista mi ha sorpreso con eventi inattesi ma posso dire di avere sempre scelto le scene principali o di essermi adattata ad alcuni ciak inaspettati. Una cosa è certa. Amo la mia colonna sonora. E come alcuni sapori ti riportano a momenti sepolti nella memoria così alcune canzoni, come un flashback ti catapultano in un luogo e in un tempo passati.
Lascio scorrere il mio film e mi godo la trama. Spero solo in un lieto fine. Sono romantica, io.

LA COLONNA SONORA

LA MEMORIA

La Memoria

Una sera mi sono addormentata con un pensiero in testa.

E se domani mattina mi svegliassi e non ricordassi più nulla? Se tutti, tutti gli abitanti della Terra non ricordassero più nulla? Lì per lì ho accarezzato l’idea di scrivere un racconto, una storia, alla Stephen King, uno di quei mattoni con descrizioni assurde e personaggi epici, ma ho ritenuto di non essere all’altezza. Bisogna riconoscere i propri limiti. Però questo chiodo fisso non mi ha lasciato e ho iniziato a ipotizzare diversi scenari e situazioni.

Vi va di seguirmi in questo volo fantascientifico, ma anche antropologico?

Innanzitutto, vi domanderete, perché mi sono posta questa domanda. Il motivo c’è. Sto facendo un lavoro su me stessa per elaborare i brutti ricordi. Sono più che certa che dolori antichi alterino la mia percezione del vivere quotidiano, rendendomi vulnerabile. I brutti ricordi sono lì a ricordarmi che sono stata fragile, indifesa e sola e ancora oggi quei ricordi fanno male e interagiscono con la mia vita. Non sono situazioni di cui si è consapevoli. Non si può scegliere, si può solo cercare di elaborare, ma difficilmente ci si riesce da soli. In autonomia si trovano gli strumenti per vivere più o meno bene, per sopravvivere, per far fronte, per reagire. Ma inevitabilmente quanto di brutto ci è accaduto può tornare a chiederci il conto in qualsiasi momento rendendoci anche solo tristi o fragili per una frazione di secondo, un’ora, un giorno o due, una mese o una stagione. Dipende. Io me ne accorgo. Ho imparato a conviverci, finché non mi sono stufata e ho deciso di agire. Ma si fa un viaggio mica da ridere… niente è senza sforzo e senza prezzo.

Così mi sono immaginata lo sforzo zero. Perdita di memoria. Totale. Poi ho spaziato con la fantasia e e ho ipotizzato che tutti gli abitanti della Terra in un’ora X perdano la memoria. Ma proprio tutti. Nessuno escluso.

Certo, radicale. Effettivamente la sofferenza di alcuni ricordi verrebbe sostituita dalla sofferenza di non sapere chi si è. Ve lo immaginate?

Suona la sveglia. Perché? Sì, perché se non so chi sono, non so che lavoro faccio, non mi ricordo dove devo andare, a fare cosa… La spengo, ovviamente, gli atti meccanici e alcune informazioni di base sono in mio possesso. Mi guardo in giro, non riconosco la stanza, la mia, non riconosco le foto alle pareti, che ritraggono me in momenti diversi della vita. Mi alzo e vado alla specchio. Vedo il mio viso e non lo riconosco. I cani abbaiano per farsi aprire dalla stanza dove han dormito e dopo aver loro aperto mi corrono incontro per farmi le feste, così come i gatti, che si strusciano contro le gambe e fanno le fusa. Ok, fin qui è certo. Amo gli animali e loro amano me. E’ già qualcosa, mi strappano un sorriso.

Se ci pensate se perdeste la memoria sareste solo voi stessi, senza il background che ha costruito il vostro carattere fino a quel momento. Sarebbe meglio o peggio? Saremmo migliori? Avremmo dimenticato i torti subiti? E quelli fatti?

Io capirei di avere un figlio, dalle foto in sala. Ma non un marito, mi sono svegliata sola e non ci sono foto di matrimoni o vacanze insieme appese alle pareti. Il primo pensiero è dove sia il figlio. Ho due opzioni, mio figlio è con me e dorme nella sua cameretta, apro la porta e lo vedo dormire mezzo scoperto e scomposto nel suo letto, lo guardo, muta e stupita che quello sia davvero mio figlio. Ma la felicità che provo è la stessa della prima volta che l’ho visto, quando l’ho messo al mondo, non me lo ricordo, ma la felicità la provo ugualmente. Arriva dalla pancia, dalla gola, dal cuore, arriva da dentro. Sono sicura che sarebbe così. Si potrebbe rimanere indifferenti di fronte al proprio figlio, se immaginassimo che è lui, ma non ce lo ricordassimo?

Opzione due. Mio figlio è con il papà, da cui sono separata, e non è in casa. Nel momento in cui apro la porta della camera e lui non c’è, proverei del panico. Certamente. Dove cercarlo? Potrei essere certa che è ancora vivo? Si, basterebbe vedere il disordine nella stanza, i vestiti sparsi, i quaderni con la data di ieri. Ho un figlio ma non è lì. Allora dove può essere? Quanto sarei in grado di immaginare la mia vita attuale, da separata con un figlio part-time?

C’è uno strumento che contiene al giorno d’oggi buona parte della nostra vita. E’ lo smartphone. Il mio è sul comodino. L’ho spento quando ha suonato la sveglia. Ma se non posso ricordare nulla non posso nemmeno sapere che importanza esso abbia. Decine di contatti, numeri di telefono, chat su whatsapp che rivelano la natura dei rapporti, fotografie nella memoria del telefono, condivisioni sui social con commenti e luoghi visitati. Peccato che io non sappia quanto scoprirei accedendovi e che se anche poi lo immaginassi non saprei il codice blocca schermo o il pin.. Ad ogni modo suppongo che prima o poi ci si possa arrivare. Per forza. E’ lì, attaccato ad un filo, in carica. Ad un metro. Deve servire a qualcosa.

Non mi dilungo oltre. Le azioni che si potrebbero mettere in atto sono molteplici e magari anche inaspettate. Una cosa è certa, se tutta l’umanità perdesse la memoria saremmo in grado di sopravvivere? Sarebbe persa la memoria di ogni lavoro acquisito. Ogni scoperta scientifica, ogni capacità di compiere manutenzione a tutte le strutture che ci permettono di avere acqua, luce, gas. sarebbe il caos. Forse con il tempo solo i libri potrebbero aiutarci, ma saremmo in grado di riscoprire tutto il nostro sapere attraverso i libri? E soprattutto in tempo utile?

Sarebbe persa la memoria delle gerarchie, dei padroni, degli operai, dei ricchi che non saprebbero perché sono ricchi e dei poveri che non saprebbero perché sono poveri. Quanto l’intelligenza artificiale potrebbe supplire alla carenza di memoria? Se ognuno di noi non sapesse chi è, l’unica cosa che potrebbe fare sarebbe ricostruire la propria vita, partendo da quello che sente di essere.

Ecco, questo era il focus del mio pensiero. Se ci sbarazzassimo di ogni impalcatura e ogni sovrastruttura saremmo in grado di riprendere in mano la nostra vita? Mi domando se le azioni di ciascuno sarebbero guidate dal vero Io. Non credo che il mondo si divida in bravi e cattivi, ma di sicuro alcune persone hanno maggior propensione di altre ad aiutare e a collaborare. Anche in un caso così estremo ci sarebbe chi si mette a disposizione per aiutare, chi invece ne approfitterebbe per proprio tornaconto.

Mi piacerebbe sapere il vostro pensiero. Secondo voi ci estingueremmo? Oppure l’umanità sarebbe in grado di far fronte a una crisi globale così profonda?

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