IL LIMITE

Una riflessione sul limite di sopportazione.

Il limite di sopportazione, in un qualsiasi rapporto, in caso di incomprensioni o problemi è un fattore assolutamente personale. Come la soglia del dolore, ognuno l’ha diversa. Così il limite di sopportazione. Quante volte ci troviamo a pensare che in una data situazione, a noi estranea, noi non sopporteremmo un minuto di più? E poi magari ciò non è vero, perché in realtà ne abbiamo sopportato di peggio. Nemmeno noi sappiamo qual è il nostro limite, in partenza. Lo scopriamo vivendo.

Il dizionario dà due differenti versioni del verbo sopportare. Alcune situazioni non possiamo fare altro che sopportarle perché sfuggono al nostro controllo. E’ il caso numero uno. Dove sopportare significare tollerare, adattarsi. Resistere. Da ciò essere resilienti.

Il caso due implica invece che potremmo sottrarci alla pena o al disturbo che ci affligge. Difatti in questa accezione sopportare è sinonimo di patire, subire. Da ciò ne discende che dipende da noi decidere quando far cessare la sofferenza. Di solito entrano in gioco molti fattori che ci impediscono di prendere delle decisioni. Sia sul lavoro, che in amicizia o in un rapporto di coppia, ma ovviamente tutto ruota attorno alla relazione tra sopportazione e beneficio. O presunto tale. Perché dobbiamo avere la percezione di un beneficio per rimanere in una situazione tossica.

Personalmente mi fanno sorridere le affermazioni secondo cui le coppie una volta duravano di più perché si aggiustava invece che buttare. Le relazioni non sono oggetti.

C’è un’usanza giapponese che sostiene che la tazza rotta e aggiustata sia più preziosa. Infatti attraverso un procedimento sofisticato che prende il nome di “tecnica Kintsugi” si rimettono insieme tutti i cocci con una resina fa da collante mista a oro, argento o platino. La tazza così rappresenterebbe la vita e i cambiamenti che essa porta, mostrando con fierezza le difficoltà che ha dovuto, appunto, sopportare.

Però è anche vero che a volte a quella tazza è impossibile riattaccare tutti i pezzi. Voi berreste da una tazza che fa acqua da tutte le parti?

Ci sono volte in cui aggiustare è impossibile. Il limite è personale. Personalmente credo e ritengo che il giusto limite sia quello del rispetto, della fiducia  e della  propria dignità. Decaduti quelli la tazza è irrimediabilmente da gettare.

EAFF JUNIOR TRAINING CAMP ROMA LUGLIO 4-8

ciao Roma

Domenica 8 luglio si è concluso il terzo Junior Camp Europeo della European Amputee Football Federation (EAFF) a cui Marco ha  partecipato per la prima volta in qualità di portiere.

Vi avevo già parlato di questa realtà in un mio precedente articolo di aprile, che potete rileggere QUI, in cui avevo raccontato come siamo entrati in contatto con la nostra Nazionale Amputati e della prevista partecipazione al Camp, ma ora posso tirare le somme e parlare delle impressioni e delle emozioni che abbiamo provato.

Diverse testate giornalistiche e le associazioni stesse hanno dato grande risalto all’importante evento e scritto articoli e fatto interviste e video, ma io vi farò entrare dalla porta di servizio e vi racconterò l’esperienza vissuta sulla nostra pelle. Ovviamente vi inserirò a fine articolo tutti i link degli articoli più belli e più importanti pubblicati sulle testate on line.

Da mamma di un bambino disabile,che ha affrontato negli ultimi due anni un percorso di accettazione della sua condizione, non nascondo che avevo anche dei timori sulla partecipazione di Marco. Temevo che il trovarsi in mezzo alla sola disabilità lo facesse sentire maggiormente ‘diverso’. I percorsi attraverso cui ognuno di noi può elaborare la disabilità, sia dalla nascita o per mezzo di incidente, sono sicuramente diversi e se un adulto può esprimere una volontà, un bambino si affida a noi, genitori, che sicuramente cerchiamo di fare il loro bene ma a volte procediamo per tentativi. Ecco io mi sentivo così, fiduciosa ma timorosa. L’esperienza di Correggio mi aveva indicato la strada, ma ora si giocava la partita importante. Sarebbe stato utile? Bello? Edificante? O controproducente?

Premetto, per chi non conosce Marco, che mio figlio ha una grande predisposizione per il contatto umano, è estroverso e chiacchierone e gli piace cercare di comunicare anche in altre lingue. Perciò confidavo nel fatto che la presenza di bambini provenienti da ben 10 nazioni,di cui tre di lingua inglese, avrebbe stimolato la  sua curiosità e la sua voglia di interagire.

Ebbene il secondo giorno ho avuto la mia risposta e mi si è gonfiato il cuore di gioia alla consapevolezza di aver tentato la giusta strada. Marco mi ha detto così: “Sai cosa c’è di bello, mamma? Che qui nessuno mi chiede cosa ho fatto alla mia mano o cosa mi è successo”.

Avevo fatto centro. La sua disabilità è diventata ‘trasparente’ e nessuno l’ha notata. Nessuno gli ha fatto le noiose domande a cui lui si è stufato di rispondere: “Niente, sono nato così”. Non interessava a nessuno. E a lui non interessava la storia degli altri bambini, li ha visti semplicemente per quello che sono: dei bambini! Non ha guardato cosa mancava loro…ma spesso mi faceva notare le loro caratteristiche.

“Mamma hai visto Will che occhi azzurri che ha?”, “Mamma, quel bambino inglese ha un sorriso dolcissimo, vero?”, “Mamma, quel bambino irlandese sprizza una simpatia con quell’aria pacioccosa!”. Ecco. Questi sono i bambini. Vedono oltre. Cerchiamo di impararlo anche noi.

Certo, questi bambini sono l’esempio vivente della resilienza. Sono andati  lì sul campo a giocare a sfidare qualsiasi pregiudizio che li vorrebbe tristi a guardare gli altri correre. Nessuno di noi può sapere i loro percorsi e non glieli chiederemo, non gli chiederemo in quale modo e in quale momento hanno accettato di non avere una gamba o un braccio, ma li guarderemo e basta. Li vedremo contendersi un pallone con tutta la loro tenacia e determinazione, combattere in maniera molto fisica per rubarsi la palla e infine lanciare la stampella per terra, con stizza, quando perderanno un gol sotto porta.

Li ho visti correre, saltare, sudare, ascoltare l’allenatore, lanciarsi sui palloni, giocare sui prati, tirarsi l’acqua addosso e ridere. Stupendi.

Se dovessi dire la cosa che non dimenticherò mai di questa esperienza è l’incessante ticchettio, cadenzato,delle stampelle sui selciati; ma non lo associo a un immagine triste, vedo anzi i 70 bambini correre verso gli spogliatoi, sento “tic, tic, tum”, “tic, tic, tum” provenire da tutte le direzioni e vedo la gioia.

Nel viaggio di ritorno, sul treno, ho dato a Marco il compito di scrivere un tema, per raccontare le sue aspettative, l’esperienza vissuta e cosa gli ha lasciato. Premetto che gli ho chiesto il permesso di pubblicarne un pezzetto, così come tutte le cose che ho riportato, e quindi vi lascio con le impressioni di Marco, dodicenne, portiere under 16 della Nazionale Amputati Italiana.

.All’inizio non avevo capito bene cosa fosse e pensavo fosse una piccola esperienza. Poi, i giorni prima di partire per il Junior Camp, mia mamma me lo ha spiegato bene e ho capito che era una cosa seria e ufficiale.

C’erano dieci nazioni a partecipare, Italia inclusa, tra cui Inghilterra, Irlanda, Germania, Georgia, Grecia, Irlanda, Polonia, Scozia e Turchia.

Per l’Italia eravamo sette di cui tre portieri e quattro giocatori. Sistemati in Hotel di sera c’è stata la cerimonia di apertura dove ci hanno diviso in tre gruppi: gialli, blu e rossi. La fascia d’età dei gialli era dai 5 ai 10 anni, quella dei blu dagli 11 ai 13 e quella rossa dai 14 ai 16.

Ho conosciuto molte persone italiane ma anche straniere e mi è piaciuto molto comunicare in inglese.

La mattina dopo ci siamo svegliati e ci siamo andati ad allenare presso il Centro Sportivo Paralimpico “Tre Fontane”.

Gli allenamenti erano belli tosti ma mi piacevano molto. Ce n’erano due al giorno: uno dalle 9 alle 11 e l’altro dalle 17.30 alle 19.30. Fu così per tre giorni e l’ultimo giorno ero sfinito!

Durante questo Camp ho imparato molte tecniche da portiere nonostante io sia centrocampista nella mia squadra (n.d.a. GSD Olimpic Pra’ Pegliese). Ho imparato tecniche di tuffo, tecniche per bloccare la palla, tecniche d’uscita.

Questi quattro giorni sono stati una bellissima esperienza e ovviamente voglio continuare ad allenarmi e tra quattro anni potrò finalmente giocare nella Nazionale di Calcio Amputati e portare la mia nazione alla gloria (modesto,eh?).

Una cosa divertente è che io ho paura della api e delle vespe e al Tre Fontane c’è l’erba vera, non sintetica, ad un certo punto ero in porta fermo e ne avevo quattro che mi giravano intorno e da una parte ho  sconfitto una mia paura.

Ho omesso l’inizio che raccontava come abbiamo conosciuto la Nazionale e quando gli hanno fatto l’intervista di cui va molto fiero e che quindi riporto QUI.

Concludo invitandovi  a condividere  più possibile questo post per far conoscere questa bella realtà e per far conoscere ad  altri bambini o ragazzi questa possibilità. Marco ha un sogno, lo ha detto, portare il suo paese alla gloria ma occorre una squadra giovanile. Il progetto è appena iniziato, parliamone, informiamoci, portiamo i nostri figli a giocare a calcio.

I nostri giocatori under 16

Infine non dimenticate di tifare Italia ai prossimi mondiali di Messico 2018, dal 24 ottobre al 10 novembre. La nostra Nazionale Italiana Calcio Amputati merita tutto il nostro sostegno e supporto.

Forza Italia!

Video di presentazione del Camp

Articolo di Repubblica.

Highlights della prima giornata, da pagina Fispes

Articolo di Huffpost

Fispes News 

Video della giornata conclusiva, pagina facebook EAFF 

Sito CIP, News

SuperAbile Inail, sport

 

 

 

ASPETTANDO ALEMANTE

Ci siamo. Finalmente è arrivato “quel sabato”, l’ultimo sabato del mese in cui da 16 anni si svolge l’Alemante Festival.

Io lo sapevo che mi sarei trovata davanti a questo spazio bianco e avrei dovuto riempirlo di bellissime parole e sapevo che avrei avuto la sindrome da pagina vuota, una specie di ansia da prestazione perché parlare dell’Alemante, ragazzi, mette un’ansia!

E invece sono qui e in effetti ancora non so cosa scriverò, ma lo devo fare. So di doverlo e volerlo fare.

La molla finale è stata incontrare Marco, un amico, stamattina alle 6 al bar, vestito da lavoro e senza necessità di spiegazioni gli ho chiesto:

“Vai a lavorare al piazzale?”  e lui: “E’ dalle quattro e mezza che lavoriamo e ha fatto anche una bella ramata di acqua!!”

Poi io, ancora :”Ma sei in ferie?” e lui: ” Sì, sì…” , come se fosse la cosa più naturale del mondo essere in ferie per fare un lavoro non retribuito durante la notte.

L’Alemante era nella top list degli articoli che volevo scrivere. Ci ho girato attorno dei mesi, facendo anche qualche riferimento qua e là, aspettando di scrivere l’articolo principe del blog. Quello definito cornerstone. E invece…non ne avevo mai il coraggio. Così sono arrivata a due giorni prima senza averlo scritto…

Ma avete idea di cosa sia questa Festa? Di cosa rappresenti per tutti i ragazzi che lo hanno fortemente voluto e che da 16 anni si sbattono perché immancabilmente l’ultimo sabato del mese di giugno noi ci si possa emozionare e tutte le volte stupire di quanto grande sia il loro amore per l’amico Alessandro Mantero? Mi sembrava impossibile poter parlare di tutto quello che si muove attorno a questo Festival, ma lo farò.

Proverò a spiegarvi cos’è e perchè è così importante.

Il 14 luglio del 2002 un sarcoma si porta via un ragazzo di soli 24 anni. Il suo nome era Alessandro Mantero (da cui AleMante) e lo descrivono come un ribelle e testardo, ma simpatico e divertente. Un ragazzo bello che tutte le ‘babbe’ più piccole guardavano ammirate con gli occhi a forma di cuore, come ben ci descrive, nell’articolo del  suo blog, questa ragazza che lo ha conosciuto.

Lui affronta la malattia e le sofferenze della cura con la stessa tenacia e caparbietà con cui aveva affrontato la vita fino a quel momento. Gli amici restano attoniti di fronte alla sua repentina scomparsa e non se ne capacitano, lascia un vuoto assordante intorno a sé che loro fin da subito decidono di riempire con una manifestazione in suo ricordo.

Io non ho conosciuto Alessandro perché non sono originaria di Pra’ e forse non lo avrei nemmeno incrociato sulla mia strada perché ci separano sette anni, ma da quando sono qui è come se lo conoscessi. Come se non se ne fosse mai andato e camminasse sempre al fianco di suo fratello e dei suoi grandi amici. Loro non lo hanno lasciato andare e ce ne trasmettono un ricordo indelebile ogni anno che passa.

Ho appreso della sua storia dal libro ‘Là dove il sole incontra il luna’ di Silvia Laguzzi, che grazie alle testimonianze di chi ha voluto raccontarle chi era Alessandro e perché è nato L’Alemante ha permesso a tutti  di conoscerlo e di capire profondamente quale macchina di solidarietà  enorme si muova tutti gli anni. Il libro è stato stampato nel giugno del 2015 e tutto il ricavato della vendita è devoluto all’associazione  Alemante Friends.

In realtà per capire dovete venire. Davvero. Non vi posso descrivere la magia. C’è un’energia quel giorno, ovunque, che è palpabile. La tensione è alle stelle, si spera che non piova, che tutto vada per il meglio, che il lavoro di tanti volontari di un anno intero non sia vanificato da un inconveniente o un contrattempo. La buona riuscita dell’Alemante è troppo importante per tutti.

L’Alemante è un Festival, una grande Festa all’aperto, organizzata nel parcheggio della stazione di Pra’: detta Fascia di rispetto. Il palco è immenso e vengono disposte migliaia di sedie. Ci sono gli stand per poter mangiare. Tanto tempo fa c’erano solo i focaccini di Crevari, ora la scelta è degna della miglior fiera: Agnolotti del @C.C.R.T di Tagliolo, Salsiccia, Patatine e Hot Dog del Comitato per la Valorizzazione del Ponente – Pra’, Stoccafisso e Baccala’, Birra servita rigorosamente nel bicchiere da riciclare. Lo spettacolo prevede una parte musicale offerta da Emanuele Dabbono, che nel 2010 ha anche regalato una canzone al Festival : Ora giochi ala, scritta appositamente per ricordare Alessandro e Mike from Campo, rapper in genovese, e i Demueluin. Il presentatore è Max Novaresi, accompagnato dalla bella Elizabeth Kinnear, attrice. Quest’anno avremo nuovamente le gradite incursioni della iena Mauro Casciari.

Il resto dello spettacolo è dedicato al Cabaret e sul palco si alternano i migliori comici del panorama genovese, ma non solo, ricco di talenti. Quest’anno il cast è a sorpresa, ma non resteremo sicuramente delusi perché chi sta alla regia e tira le fila di tutti gli artisti è il bravo  Graziano Cutrona, autore televisivo e scrittore, che da anni segue il Festival  e mette, come tutti gli altri artisti , ci tengo a ricordarlo, la sua bravura, il suo lavoro e il suo tempo a completa disposizione senza alcuna forma di remunerazione.

Poi tocca a noi. Tocca a tutti noi partecipare e contribuire con oblazione volontaria all’ingresso e consumando agli stand o acquistando una maglietta ricordo. A quel punto gli sforzi di un anno intero, il sacrificio di tanti amici che da 16 anni vogliono ricordare l’amico con qualcosa di buono, la generosità di tutti quelli che si adoperano regalando il loro lavoro (da chi pulisce la zona i giorni prima, a chi monta stand e tutto il necessario, a chi serve per tutta la sera birra e focaccini, a chi ha scritto, chi canta, chi suona, chi ci fa ridere, tutti ma proprio tutti) ricadono su di noi  e allora dobbiamo, abbiamo l’obbligo morale di aderire alla raccolta fondi per l’obiettivo 2018:

quest’anno l’obiettivo è l’acquisto di un ECOCARDIOGRAFO portatile per i reparti di ematologia, oncologia e tmo del’IRCCS Giannina Gaslini di Genova. Uno strumento utile nella cura dei piccoli pazienti del reparto, indispensabile per non spostare i bimbi dal loro letto.

Nel 2017, leggo dal loro pamphlet distribuito nelle attività commerciali di Pra’ che sostengono l’Alemante, ma visibile anche dal loro sito QUI , hanno raccolto 80.202,20 euro e consegnato ben 14 dispositivi medici o materiale a Gaslini, Croce Azzurra di Borzoli e associazioni. Tutto elencato, tutto documentato. Vi rendete conto dell’enormità della cosa?

Anno dopo anno raccolgono cifre considerevoli e comprano dispositivi medici, ambulanze, culle termiche, materiale. Non fanno mai offerte in denaro. Si pongono un obiettivo e cercano di raggiungerlo, anche grazie al successivo torneo di calcio con annessa pizza al forno a legna.

Non so se ora che sono arrivata in fondo abbiate capito perché temevo così tanto scrivere questo articolo. Innanzitutto si parla di un ragazzo che non c’è più: un figlio, un fratello, un amico. E’ tremendamente delicato affrontare questo tema e parlare di tutte quelle persone che oggi io conosco e che nel corso di questi 16 anni in modi e momenti diversi mi hanno raccontato qualcosa di Ale o del loro impegno come Alemante Friends. Loro lo fanno col sorriso, lo fanno con una forza incredibile, lo fanno con la voglia di tenere vivo il ricordo di Ale, ma io mi sento un’intrusa. Mi sembra di non essere titolata a parlare di questo meraviglioso incanto a cui assisto ogni anno. La notte si fa magica, le persone arrivano spensierate, mangiano, bevono, ridono tutta la sera, si scherza, si gioca e si raccolgono fondi. Poi arriva il momento che le luci si abbassano, lo schermo si illumina con le immagini di Ale, la chitarra parte, Dabbono intona le prime note di Ora giochi ala e improvvisamente senti la pelle d’oca. Senti che lui è lì. Che non se n’è mai andato e anche se non lo hai mai conosciuto lo saluti con le lacrime agli occhi e ringrazi col cuore tutti i suoi amici che ogni anno permettono a questa magia di accadere.

Venite sabato sera a Pra’, sabato 30 giugno 2018, a farvi rapire da questa magia.

Gli Alemante Friends vi aspettano.

E anche io, che col cuore in gola sono riuscita ad arrivare fino in fondo al mio articolo.

alemante 2018