ALL’ELAH

Tutti i pomeriggi quando rientro dal lavoro porto i cani a fare un giretto e li porto ai giardinetti ( i Giardi,detti anche dell’Elah, per via della fabbrica che occupava l’area in precedenza). Di solito Marco va lì e vado a dare un’occhiata.

Tutti i giorni ci sono più o meno le stesse persone e le 17,30 è l’orario in cui tutti i ragazzini e i bambini, usciti da scuola, si godono l’oretta d’aria. Ma non solo loro.

Così ho osservato una cosa. La distribuzione negli spazi è più o meno sempre la stessa, c’è una specie di codice muto, sottinteso per cui ci si piazza a seconda delle fasce di età e si migra nelle aree di appartenenza solo una volta giunti all’età giusta.

Nell’angolino estremo a destra, nascosti da un muretto e con due panchine a disposizione ci sono i QPG, quelli più grandi. Arrivano con la moto o con l’auto che a volte lasciano con la musica accesa e di solito sono avvolti da una nube di fumo. Bevono birra e chiacchierano tranquilli. Curano una rosa rossa, piantata nell’aiuola vicino, per ricordare un loro amico scomparso.

Nella parte di corridoio superiore, sotto la balza degli ulivi, all’estrema sinistra stanno i NCNP, né carne né pesce. Ragazzotti in piena adolescenza, di solito alle superiori, dediti anche loro alla birretta ma spesso anche all’estathé. Intorno alla loro panchina abbondano i rifiuti di carta di patatine e cartoni delle pizze. La musica arriva dagli smartphone, spesso è trap.

Se li sorpasso arrivo alle scalette che tornano verso la piazza più grande. Lì sacrificati in un angolo, che poi è un trapezio, incastrati tra una scala e l’altra stanno i NAA, non ancora adolescenti. Bimbetti che aspirano a giocare nella piazza grande, ma non andando ancora alle medie non hanno raggiunto il diritto di partecipare al campionato. Riescono a vedere un campo e una porta in quattro metri quadrati e difendono il loro spazio con le unghie e con i denti.

La piazza principale, occupata centralmente da una grande fontana vuota, costruita apposta per non fare giocare i ragazzini a pallone (ah ah ah) è di uso esclusivo del TM, trienno medie; agognata sin dalle elementari permette gran partitoni, crossando la fontana e cercando il gol tra la scala nord o la scala sud, a seconda della squadra.

A volte questa foga suscita le ire dei VDZ, vecchietti della zona, che pare non trovino altro posto in cui sedersi che non siano le panchine fuori dalla piazza, rischiando pallonate in testa. Ma forse lo fanno apposta: non trovano più cantieri da osservare.

Lo stesso può capitare con le mamme e i papà dei IPP, i più piccoli che occupano gli scivoli della piazzetta sotto la scala Sud. Talvolta una parata mal riuscita lascia passare una palla assassina verso i giochi sottostanti, c’è sempre solo da sperare che la palla perda forza non centrando alcun bambino. Ovvio che le mamme e i papà gridano improperi verso i TM, che si prodigano in ‘scusi, scusi, scusi’ per poi ricominciare a calciare come se non ci fosse un domani!

IPP devono dividere i loro giochi con quelli della ZTM, zona tacchinamento medie. Due panchine e un gioco  a casetta delimitano la zona di quei maschietti che disertano la partitona quotidiana per dedicarsi al tacchinamento.  Dopo aver fatto tutto il giro di solito è lì che becco Marco. Nonostante ciò, quando mi vede se mi vede, mi corre ancora incontro per salutarmi e questo mi fa sorridere.

Il mio giro è completo, ritorno lungo la piazza e passo davanti all’ultimo settore, IVE, la quarta elementare con mamme, che si sono accaparrati il muretto e le panchine intorno all’aiuola più grande; sono ancora troppo piccoli per non stare sotto controllo diretto.

Quando verrà caldo, veramente caldo, i Giardi si svuoteranno e i ragazzini andranno al mare o in piscina per tornare ad animarsi solo dopo il tramonto, con il fresco. Ma piano piano si attuerà la migrazione e con il passare dei mesi gli occupanti di determinate zone  si sposteranno in quella successiva.

Poi verrà il momento che anche per loro gli Elah saranno solo un ricordo d’infanzia, una tappa obbligata che li avrà accompagnati nella loro crescita, una specie di rito del rispetto delle gerarchie.

Noi li vediamo solo giocare, o passare il tempo libero, in realtà anche lì imparano e crescono.

Tutti i bambini e i ragazzi del mondo avrebbero diritto a un loro spazio e al loro tempo per crescere.

E voi ricordate il vostro luogo dell’infanzia e adolescenza?

LA COLONNA SONORA

LA COLONNA SONORA

Sto ascoltando Spotify, con le cuffiette, dal cellulare. La playlist è una selezione proposta dalla app in base ai miei like e preferiti.
Io sono notoriamente smemorata ma la potenza evocativa della musica e di certi brani è davvero potente.

Mi trovo a provare emozioni forti ascoltando le canzoni una dopo l’altro perché sto facendo un viaggio nel tempo e per ogni brano ‘mi vedo’ esattamente in un luogo preciso. Come se fossi lì, come se fosse allora. È davvero notevole. Così con Halo, di Beyoncé, sono in un bar sul mare ad Ascea Marina. Uno dei quei bar costruiti sulle palafitte e il sole entra da tutte le pareti, che sono vetrate. Il mare brilla. È un luglio bellissimo. È il 2008.
Passa Frozen e sono a Siena. In un bar. Il video appare per la prima volta e io mi fermo incantata a vedere Madonna con lunghi capelli neri che diventa un levriero e poi uno stormo di corvi. Sono con un uomo che amo e sono felice.

LA COLONNA SONORA
Di nuovo Madonna, questa volta con Hung up. Sono in una stanza d’ospedale al Gaslini. Il cd è appena uscito e io ascolto senza fine, a ripetizione, questa canzone nelle giornate interminabili. È il 2005, Marco è appena nato e io sono felice che sia ancora vivo.
Bum! Mambo n° 5. MI trovo in un locale Brasiliano, è una serata con i colleghi. Ricordo ancora come sono vestita. Gonna nera corta con spacco e maglia rossa. Sono spensierata. Lì in mezzo, in tempi ancora non sospetti c’è il padre di mio figlio.
Ancora. Voulez coucher avec moi, 1987, remake di Sabrina Salerno, sono sedicenne, nella mia cameretta bianca e rosa e la ascolto con il walkman, pensando al ragazzo che mi ha registrato e regalato la cassetta. L’ho consumata quella cassetta a furia di sentirla.
E poi What a feeling, Irene Cara, colonna sonora di Flashdance e mi vedo nella palestra delle medie, per un corso di danza che non ho mai potuto finire perché mio padre, per un ritardo, non mi ci fece più andare. Era il 1983. Non un bel periodo da ricordare a dire il vero.

Balzo in avanti di 30 anni: 2013, quell’anno sono vissuta di musica pop. Ognuna delle hits mi ricorda un momento.

Ora sto aspettando il prossimo pezzo. Sono curiosa di sapere dove e ‘quando’ mi porterà. Vedo la mia vita come un film. Una pellicola consumata, con i bordi traforati sulla stringa nera laterale.

LA COLONNA SONORA

Posso mandare avanti e indietro e io sono sempre lì. L’attrice protagonista. A volte il regista mi ha sorpreso con eventi inattesi ma posso dire di avere sempre scelto le scene principali o di essermi adattata ad alcuni ciak inaspettati. Una cosa è certa. Amo la mia colonna sonora. E come alcuni sapori ti riportano a momenti sepolti nella memoria così alcune canzoni, come un flashback ti catapultano in un luogo e in un tempo passati.
Lascio scorrere il mio film e mi godo la trama. Spero solo in un lieto fine. Sono romantica, io.

LA COLONNA SONORA

IL LIMITE

Una riflessione sul limite di sopportazione.

Il limite di sopportazione, in un qualsiasi rapporto, in caso di incomprensioni o problemi è un fattore assolutamente personale. Come la soglia del dolore, ognuno l’ha diversa. Così il limite di sopportazione. Quante volte ci troviamo a pensare che in una data situazione, a noi estranea, noi non sopporteremmo un minuto di più? E poi magari ciò non è vero, perché in realtà ne abbiamo sopportato di peggio. Nemmeno noi sappiamo qual è il nostro limite, in partenza. Lo scopriamo vivendo.

Il dizionario dà due differenti versioni del verbo sopportare. Alcune situazioni non possiamo fare altro che sopportarle perché sfuggono al nostro controllo. E’ il caso numero uno. Dove sopportare significare tollerare, adattarsi. Resistere. Da ciò essere resilienti.

Il caso due implica invece che potremmo sottrarci alla pena o al disturbo che ci affligge. Difatti in questa accezione sopportare è sinonimo di patire, subire. Da ciò ne discende che dipende da noi decidere quando far cessare la sofferenza. Di solito entrano in gioco molti fattori che ci impediscono di prendere delle decisioni. Sia sul lavoro, che in amicizia o in un rapporto di coppia, ma ovviamente tutto ruota attorno alla relazione tra sopportazione e beneficio. O presunto tale. Perché dobbiamo avere la percezione di un beneficio per rimanere in una situazione tossica.

Personalmente mi fanno sorridere le affermazioni secondo cui le coppie una volta duravano di più perché si aggiustava invece che buttare. Le relazioni non sono oggetti.

C’è un’usanza giapponese che sostiene che la tazza rotta e aggiustata sia più preziosa. Infatti attraverso un procedimento sofisticato che prende il nome di “tecnica Kintsugi” si rimettono insieme tutti i cocci con una resina fa da collante mista a oro, argento o platino. La tazza così rappresenterebbe la vita e i cambiamenti che essa porta, mostrando con fierezza le difficoltà che ha dovuto, appunto, sopportare.

Però è anche vero che a volte a quella tazza è impossibile riattaccare tutti i pezzi. Voi berreste da una tazza che fa acqua da tutte le parti?

Ci sono volte in cui aggiustare è impossibile. Il limite è personale. Personalmente credo e ritengo che il giusto limite sia quello del rispetto, della fiducia  e della  propria dignità. Decaduti quelli la tazza è irrimediabilmente da gettare.

LA MEMORIA

La Memoria

Una sera mi sono addormentata con un pensiero in testa.

E se domani mattina mi svegliassi e non ricordassi più nulla? Se tutti, tutti gli abitanti della Terra non ricordassero più nulla? Lì per lì ho accarezzato l’idea di scrivere un racconto, una storia, alla Stephen King, uno di quei mattoni con descrizioni assurde e personaggi epici, ma ho ritenuto di non essere all’altezza. Bisogna riconoscere i propri limiti. Però questo chiodo fisso non mi ha lasciato e ho iniziato a ipotizzare diversi scenari e situazioni.

Vi va di seguirmi in questo volo fantascientifico, ma anche antropologico?

Innanzitutto, vi domanderete, perché mi sono posta questa domanda. Il motivo c’è. Sto facendo un lavoro su me stessa per elaborare i brutti ricordi. Sono più che certa che dolori antichi alterino la mia percezione del vivere quotidiano, rendendomi vulnerabile. I brutti ricordi sono lì a ricordarmi che sono stata fragile, indifesa e sola e ancora oggi quei ricordi fanno male e interagiscono con la mia vita. Non sono situazioni di cui si è consapevoli. Non si può scegliere, si può solo cercare di elaborare, ma difficilmente ci si riesce da soli. In autonomia si trovano gli strumenti per vivere più o meno bene, per sopravvivere, per far fronte, per reagire. Ma inevitabilmente quanto di brutto ci è accaduto può tornare a chiederci il conto in qualsiasi momento rendendoci anche solo tristi o fragili per una frazione di secondo, un’ora, un giorno o due, una mese o una stagione. Dipende. Io me ne accorgo. Ho imparato a conviverci, finché non mi sono stufata e ho deciso di agire. Ma si fa un viaggio mica da ridere… niente è senza sforzo e senza prezzo.

Così mi sono immaginata lo sforzo zero. Perdita di memoria. Totale. Poi ho spaziato con la fantasia e e ho ipotizzato che tutti gli abitanti della Terra in un’ora X perdano la memoria. Ma proprio tutti. Nessuno escluso.

Certo, radicale. Effettivamente la sofferenza di alcuni ricordi verrebbe sostituita dalla sofferenza di non sapere chi si è. Ve lo immaginate?

Suona la sveglia. Perché? Sì, perché se non so chi sono, non so che lavoro faccio, non mi ricordo dove devo andare, a fare cosa… La spengo, ovviamente, gli atti meccanici e alcune informazioni di base sono in mio possesso. Mi guardo in giro, non riconosco la stanza, la mia, non riconosco le foto alle pareti, che ritraggono me in momenti diversi della vita. Mi alzo e vado alla specchio. Vedo il mio viso e non lo riconosco. I cani abbaiano per farsi aprire dalla stanza dove han dormito e dopo aver loro aperto mi corrono incontro per farmi le feste, così come i gatti, che si strusciano contro le gambe e fanno le fusa. Ok, fin qui è certo. Amo gli animali e loro amano me. E’ già qualcosa, mi strappano un sorriso.

Se ci pensate se perdeste la memoria sareste solo voi stessi, senza il background che ha costruito il vostro carattere fino a quel momento. Sarebbe meglio o peggio? Saremmo migliori? Avremmo dimenticato i torti subiti? E quelli fatti?

Io capirei di avere un figlio, dalle foto in sala. Ma non un marito, mi sono svegliata sola e non ci sono foto di matrimoni o vacanze insieme appese alle pareti. Il primo pensiero è dove sia il figlio. Ho due opzioni, mio figlio è con me e dorme nella sua cameretta, apro la porta e lo vedo dormire mezzo scoperto e scomposto nel suo letto, lo guardo, muta e stupita che quello sia davvero mio figlio. Ma la felicità che provo è la stessa della prima volta che l’ho visto, quando l’ho messo al mondo, non me lo ricordo, ma la felicità la provo ugualmente. Arriva dalla pancia, dalla gola, dal cuore, arriva da dentro. Sono sicura che sarebbe così. Si potrebbe rimanere indifferenti di fronte al proprio figlio, se immaginassimo che è lui, ma non ce lo ricordassimo?

Opzione due. Mio figlio è con il papà, da cui sono separata, e non è in casa. Nel momento in cui apro la porta della camera e lui non c’è, proverei del panico. Certamente. Dove cercarlo? Potrei essere certa che è ancora vivo? Si, basterebbe vedere il disordine nella stanza, i vestiti sparsi, i quaderni con la data di ieri. Ho un figlio ma non è lì. Allora dove può essere? Quanto sarei in grado di immaginare la mia vita attuale, da separata con un figlio part-time?

C’è uno strumento che contiene al giorno d’oggi buona parte della nostra vita. E’ lo smartphone. Il mio è sul comodino. L’ho spento quando ha suonato la sveglia. Ma se non posso ricordare nulla non posso nemmeno sapere che importanza esso abbia. Decine di contatti, numeri di telefono, chat su whatsapp che rivelano la natura dei rapporti, fotografie nella memoria del telefono, condivisioni sui social con commenti e luoghi visitati. Peccato che io non sappia quanto scoprirei accedendovi e che se anche poi lo immaginassi non saprei il codice blocca schermo o il pin.. Ad ogni modo suppongo che prima o poi ci si possa arrivare. Per forza. E’ lì, attaccato ad un filo, in carica. Ad un metro. Deve servire a qualcosa.

Non mi dilungo oltre. Le azioni che si potrebbero mettere in atto sono molteplici e magari anche inaspettate. Una cosa è certa, se tutta l’umanità perdesse la memoria saremmo in grado di sopravvivere? Sarebbe persa la memoria di ogni lavoro acquisito. Ogni scoperta scientifica, ogni capacità di compiere manutenzione a tutte le strutture che ci permettono di avere acqua, luce, gas. sarebbe il caos. Forse con il tempo solo i libri potrebbero aiutarci, ma saremmo in grado di riscoprire tutto il nostro sapere attraverso i libri? E soprattutto in tempo utile?

Sarebbe persa la memoria delle gerarchie, dei padroni, degli operai, dei ricchi che non saprebbero perché sono ricchi e dei poveri che non saprebbero perché sono poveri. Quanto l’intelligenza artificiale potrebbe supplire alla carenza di memoria? Se ognuno di noi non sapesse chi è, l’unica cosa che potrebbe fare sarebbe ricostruire la propria vita, partendo da quello che sente di essere.

Ecco, questo era il focus del mio pensiero. Se ci sbarazzassimo di ogni impalcatura e ogni sovrastruttura saremmo in grado di riprendere in mano la nostra vita? Mi domando se le azioni di ciascuno sarebbero guidate dal vero Io. Non credo che il mondo si divida in bravi e cattivi, ma di sicuro alcune persone hanno maggior propensione di altre ad aiutare e a collaborare. Anche in un caso così estremo ci sarebbe chi si mette a disposizione per aiutare, chi invece ne approfitterebbe per proprio tornaconto.

Mi piacerebbe sapere il vostro pensiero. Secondo voi ci estingueremmo? Oppure l’umanità sarebbe in grado di far fronte a una crisi globale così profonda?

I libri sapere antico

 

 

 

 

 

 

RUMORE

Rumore

Nella vita di tutti i giorni siamo circondati da tanti rumori. Sono rumori fastidiosi, spesso irritanti. Gente che urla o che parla a voce alta, i clacson della auto, i motori, le sirene delle ambulanze, le suonerie dei telefoni, il vociare di certe sale d’aspetto, il fischio di un treno che fa sussultare al binario, un aereo che infrange la barriera del suono… La stampante in ufficio che resta in standby otto ore su otto, con quel ronzio incessante e solo quando si spegne ti accorgi di quanto ti sia entrata nel cervello.
Così agogniamo il silenzio.
Ma avete mai sentito la bellezza del verso del cuculo? O vi siete seduti verso sera sulla spiaggia ad ascoltare lo sciabordio delle onde? Il frinire delle cicale… Assordante, sì. Ma non disturbante. Quasi una litania. Avete mai posto tutta la vostra attenzione al lieve rumore delle foglie degli alberi mosse dal vento? O al fragore di una cascata e al chiacchiericcio degli abitanti di un prato? Ciò che più mi colpisce del pensiero che mi è sorto stasera è la duplice bellezza delle parole e dei versi e rumori che descrivono. Sentite che bello il ticchettio dei tacchi su un selciato di notte. Il nitrito dei cavalli, nei campi sotto la luna. Il ruggito del leone, sotto il baobab nella savana. Lo sgocciolio del rivolo d’acqua che scivola dalla stalattite in una grotta buia. I gorgheggi di un neonato. L’ovattato silenzio surreale della neve. Potrei andare avanti per ore. Amo le parole. Le amo perché mi evocano immagini. Se dico barrito vedo un elefante. Se dico frusciante vedo tessuti serici, se dico ronzio vedo l’ape e vedo i fiori… Vedo i prati. E sento, sento tutti questi versi e rumori che necessitano di un po’ di silenzio attorno per essere uditi, un po’ di attenzione da parte nostra. Un po’ di evasione dall’inquinamento acustico di cui soffriamo.
Avete voglia di scrivermi versi e rumori evocativi? Vi lascio con il dolce suono di un bacio , labbra protese che si incontrano e si lasciano per inviare uno schiocco…

Dopo aver pubblicato queste righe mi sono arrivati alcuni suggerimenti di rumori soft, piacevoli ed evocativi. Eccoli.

Giulia mi scrive: il delicato rumore della pioggia autunnale nel bosco, quando ti sorprende nel bel mezzo di una camminata pomeridiana… Vero. Chiudo gli occhi e immagino: La pioggia rimbalza sulle foglie, scende attutita su muschi e licheni, le gocce si rincorrono e a volte si sfiorano; un rigolo si forma e scorre tra le pietre, forse zittisce gli animali del bosco e l’atmosfera cambia. Massimo ha aggiunto: e il ticchettio suadente compone melodie profumate, tra i rami…

Che meraviglia!

Anche Angela mi suggerisce, in abbinamento al ricordo olfattivo del ragù della mamma, il rumore della macchina della pasta, l’Imperia, che tira la sfoglia. E’ un rumore ritmico, confortante. Casalingo. Quello che forse anche oggi che siamo grandi e donne fatte ci piacerebbe sentire per sapere che c’è qualcuno che si occupa di noi e che ci ama.

Impariamo a stare un po’ in silenzio. Per ascoltare il nostro respiro, il nostro cuore che batte e i sospiri del mondo attorno a noi. Siamo abituati ad affidarci alla vista e siamo sovraccaricati di stimoli.

Silenzio, per favore.

Ruomre

 

LUOGHI DA VISITARE: I MIEI VIAGGI

In questo post riassumo tutte le gite e i viaggi che ho fatto nel 2018.

Un piccolo sunto delle mete più o meno impegnative e delle scoperte che abbiamo fatto, anche di luoghi vicini e di cui magari si sa poco.

Basta un pizzico di temerarietà, di curiosità e di gioia di vivere per lasciarsi rapire dalla bellezza di una piazza, dall’antichità di un monumento e dalla golosità del cibo locale, che è sempre un piacere provare o dalla natura circostante.

Città vicine, città lontane, luoghi più conosciuti o paesi sconosciuti, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. Da un giorno a un weekend a una settimana. L’importante è andare, perché il viaggio è già di per sé una vacanza.

Partendo però da Genova, che è la mia città e che amo con tutto il cuore.

Ecco quindi le città e i luoghi visitati da me e da Marco nell’anno appena passato.

viaggiare in treno

 

Il presepe di Manarola

Benvenuti in Paradiso

La gita

Era tanto tempo che volevo portare mio figlio a vedere le Cinque Terre, così ho unito l’occasione di poter vedere il Presepe di Manarola, unico nel suo genere, con una gita in una meta a lui ancora sconosciuta.

Posso però dire che non sarà l’ultima perché le Cinque Terre meritano di essere viste tutte e noi in questa giornata ci siamo concentrati solo su Manarola, a un solo chilometro da Riomaggiore, l’ultima venendo da Genova. Le altre sono: Monterosso, Vernazza e Corniglia.

Per raggiungerla ho deciso di lasciare l’auto a Sesti Levante e proseguire con il treno. Ognuna delle Cinque Terre ha la sua stazione e ci sposta velocemente da una all’altra. Noi siamo scesi alla stazione di Manarola e un lungo tunnel ci ha portato nel centro del paese. Ci siamo diretti subito verso il Presepe. Avevo letto che è il più grande presepe al mondo ma non sapevo bene cosa aspettarmi. Non ho voluto vedere foto o descrizioni. Così quando ho iniziato a scorgere le prime grandi sagome bianche tra i filari di vite, nella collina di fronte, sono rimasta un pochino delusa. Però era già l’ora di pranzo e Marco reclamava da mangiare, così mi sono soffermata nel primo posto che ho incontrato e per mia fortuna si è rivelato eccezionale!

Il pranzo

In via Riccobaldi 1, poco prima della piazza della Chiesa di San Lorenzo (stile gotico, 1338, uno dei monumenti del terriotorio)  ho visto un’insegna allettante ‘Cappun Magro’ che si presenta come Vini&Cucina Artigianale Ligure, all’esterno una lavagna con alcuni piatti tra cui ovviamente il Cappon Magro. Io adoro questo piatto. E’ tipico della cucina ligure delle feste ed è un misto di pesce, verdure e crema di prezzemolo. Una mattonella sapientemente impilata, una fusioni di sapori unica.

Se volete leggere la ricetta o cimentarvi nella preparazione vi metto il LINK della ricetta della mia amica Luisa, dal suo blog Allacciate il grembiule.

Intanto vi mostro l’aspetto del mio meraviglioso piatto, decorato con cozze e ostrica al vapore, giardiniera fatta in casa e acciughe sotto sale, altro must della cucina ligure.

Cappun magro

La ragazza che mi ha servito al tavolo è stata molto cordiale e mi ha anche dato indicazioni sulla composizione del piatto. Trovo che quando si servono piatti della tradizione sia bello illustrarli e poter dire che i prodotti sono locali, come il pane posto alla base, preparato appositamente da un forno del luogo.

Il locale serve anche ‘panini marini’, per chi cerca qualcosa di meno impegnativo, anche take away.

panino marino

Ovviamente abbiamo gradito anche il dolce e non ho potuto non assaggiare una focaccia fatta con sciacchetrà, pinoli e uvetta.

focaccia con sciacchetrà, pinoli e uvetta

Lo Sciacchetrà

Lo Sciacchetrà è un nobile vino passito tipico delle Cinque Terre. Nel tempo ha avuto diversi nomi: vernaccia, amabile, roccese, rinforzato, ma solo verso la fine dell’ottocento ha assunto questo nome.

Il termine deriva da verbo «sciacàa» (schiacciare), utilizzato per indicare l’operazione di pigiatura dell’uva.

Si ottiene da uve a bacca bianca vermentino,bosco e albarola, sovra-maturate, con un metodo di produzione che ne determina l’alta gradazione alcolica, l’inconfondibile profumo e il bel colore ambrato. A causa del territorio scosceso e terrazzato tutte le lavorazioni devono essere fatte a mano e il futuro delle Cinque Terre è anche nella cura del territorio e della difesa dei suoi prodotti unici.

Vini e terrazze

Le Terrazze

Le terrazze su cui sono coltivate le vigne e tra cui sono sparse le sagome del Presepe sono frutto di un lavoro millenario.

Fin dal medioevo, con una lavoro costante e assiduo, il manto boschivo originario è stato sostituito dalle terrazze.

Le rocce furono frantumate in loco, con strumenti modesti e fornirono la base per la conseguente costruzione di muretti a secco che potessero contenere la terra per la coltivazione delle viti. La costruzione dei muretti a secco con arenaria e pietrisco, senza materiali di coesione, è alla base della buona riuscita delle coltivazioni e della tenuta del territorio che è costantemente controllato e mantenuto. La costruzione dei muretti è un arte antica e sapiente e va salvaguardata e tramandata.

Terrazze, viti e presepe di giorno

In questa immagine si può vedere il terrazzamento della Collina delle Tre Croci e la disposizione delle sagome del Presepe.

Il Presepe di Manarola

Quando sono arrivata non sapevo cosa aspettarmi, dalla collina opposta ho visto le grandi sagome bianche e alcune persone vi camminavano in mezzo. Le sagome sono a grandezza d’uomo e rappresentano persone e animali, imbarcazioni e case. Di giorno se ne coglie la grandiosità ma nulla di più.

Ogni 8 dicembre viene inaugurato e dura fino all’incirca alla fine di gennaio, perciò se dopo aver letto l’articolo vi venisse voglia di visitarlo sareste ancora in tempo e forse anche fuori dal maggior afflusso di turisti del periodo natalizio.

L’ideatore del presepe è Mario Andreoli, oggi pensionato, e vi si dedicava dal 1976. In trent’anni ha coperto tutta la collina e nel 2007 è stato inaugurato e subito inserito nel Guinnes dei Primati.

Il presepe è composto da trecento forme, costruite con materiale di riciclo, 8 km di cavi elettrici e 17.000 lampadine alimentate da un impianto fotovoltaico.

Vi rimando alla fine dell’articolo per il presepe illuminato. Inutile dire che è uno spettacolo mozzafiato. Quello che di giorno mi era parso solo grande alla sera, dopo il tramonto, al buio, l’ho trovato stupefacente e anche emozionante. Peccato io non disponga di una buona macchina da fotografare. In mancanza di una buona immagine seguite il mio consiglio: andate a vederlo.

Passeggiando per il paese

Manarola come tutte le cinque terre è aggrappata su una roccia e parte delle sue vie si snodano lungo una montagna.

Manarola, le sue vie

Il borgo si sviluppa lungo un torrente oggi ricoperto, ma prestando attenzione lo si sente scrosciare ovunque e in alcuni punti lo si può scorgere.

Manarola e il suo torrente

Un’altra parte di borgo si posa in un terreno come fosse un anfiteatro naturale che porta fino al mare e le colline sembrano abbracciarlo.

Manarola e il mare

Proseguendo oltre il locale dove abbiamo mangiato si possono imboccare le vie che attraversano tutto il paese in salite, discese e scalette. Ogni tanto la vista sarà sorpresa da una piazzetta, un arco o da un elemento inaspettato.

Manarola e i suoi segreti
Rosa dei venti, piazza Montale

Camminando per le vie scopro targhe dedicate a pittori e scrittori che hanno amato Manarola e le Cinque Terre.

Dicono di lei…

Il pittore Antonio Discovolo, toscano di nascita approda nel 1905 a Manarola e ne dipinge la luce e i colori del mare. Trova a Manarola l’amore e finirà la sua vita a Bonassola.

Dipinto di Discovolo Antonio

Eugenio Montale, poeta e scrittore, Nobel per la letteratura nel 1975 dedica questi versi alle cinque terre:

Riviere

Da: Ossi di seppia, 1925

Riviere,
bastano pochi stocchi d’erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare…

Giovanni Pascoli, XX secolo, poeta

ho nell’anima una gran sementa ideale che non aspetta se non la rugiada delle Cinque Terre per germogliare e poi fruttificare. Sii dunque benefico a questa ricchezza latente. La rugiada puoi mandarla per ferrovia a Borgo a Mozzano per Barga. Io l’aspetto a bocca aperta,

Gerolamo Guidoni, XIX secolo, studioso naturalista

per quanto sterile e incolta sembra questa contrada all’occhio indifferente del viaggiatore, s’egli vorrà però più da vicino considerarla, non mancherà di vedere con maraviglia, quanto l’industria dell’uomo sino da’ più antichi tempi, abbia reso fruttifero di un’immensa quantità di viti e ulivi, quel terreno che abbandonato alla sola natura, non presenterebbe ora che rupi inaccessibili e disabitate.

da’ Nuovo dizionario universale e ragionato di agricoltura, economia’ 

Renato Birolli, XX secolo, pittore, Compie lunghi soggiorni in provincia della Spezia, alle Cinque Terre, località tutte che ispireranno precisi esiti alla sua produzione artistica (Gli incendi)

L’uva è ovunque e pare una faccenda antica

che male venir via quando poi sarà il vino,

fresco e aromatico. giovane come il nostro spirito.

La donna dell’uva, scultura di Antonio Puja, a Punta Bonfiglio

Giacomo Bracelli, XV secolo, storico, diplomatico, intellettuale umanista.

E’ uno spettacolo davvero veder monti non solo scoscesi, ma veri dirupi faticano a passarli a volo, sassosi da non trattenere alcuna umidità, ricoperti da viti così assetate a gracili, da apparire più simili all’edera che non alla vite. Da cui si trae un vino che imbandisce le mense dei re.

Corrado Alvaro, XX secolo, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore.

La stessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico, e la strettezza a un armonia addirittura formale. Così è nelle Cinque Terre. Soin diversi i vini che vi si producono, uno famoso si chiama Sciacchetrà, un nome dritto come uno sparo; è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vita di questa contrada

Il mare

Dal cibo, al presepe, allo Sciacchetrà, alla passeggiata e alle citazioni la protagonista assoluta si direbbe sia la vite e la sua produzione, ma non dimentichiamo che Manarola è terra di mare. Scendiamo così verso la marina e ci avviciniamo al mare che oggi non è uno specchio e spumeggia nel suo infrangersi contro le onde; nel frattempo il cielo si è aperto, il sole ha fatto capolino e ci scalda, ci sta anche un gelato e ci godiamo i tiepidi raggi.

Manarola, onde
Manarola, la marina
Manarola, gozzi

Dalla piazzetta della Marina partono due sentieri, uno si dirige verso Punta Bonfiglio, da dove potrete godere di una bellissima vista su Manarola,

Manarola, panorama

osservare attrezzatura destinata all’uso delle barche

Argano

e il volo dei gabbiani

gabbiano a Manarola

Il sole è ancora alto, ma so dove andare ad aspettare il tramonto. In piazzetta Montale c’è una vista bellissima.

Marco non fa che chiedermi se sono felice perché secondo lui si vede e io davvero mi rendo conto di stare davvero bene. Sì, sono felice.

Tramonto a Manarola, Piazzetta Montale

E quando cala la sera…

Poi alle 17 cala il sole. Si inabissa nel mare in tripudio di colori, in parte mascherati dalle nubi all’orizzonte ma l’emozione è grande. Lo spettacolo della natura mi fa sempre quest’effetto. Il cielo si scurisce e ci dirigiamo verso le terrazzine poste di fronte alla collina Tre Croci per aspettare il buio e vedere finalmente il presepe illuminarsi.

Marco è un po’impaziente, inizia ad essere stanco e si lamenta del fatto che perderemo il treno delle 17.30, ma io come sempre cerco di farlo pazientare e alla fine mi da’ ragione; ne vale la pena. Nono si aspettava che fosse così bello.

Il presepe si accende un po’ per volta a partire dal basso, le sagome sono tutte colorate e si distinguono bene. Brillano nel buio, contro il nero della notte circostante. Finalmente, eccolo, in tutto il suo splendore.

Manarola, presepe

Lo so, così non rende,ma ho voluto mettere la foto solo per dirvi di guardare bene in basso, a destra. Il grande Andreoli ha voluto aggiungere una parola e un simbolo per ricordare la grande tragedia che ha colpito quest’anno la mia città: Genova e un cuore.

Mi sono commossa e tutta la felicità che ho provato durante la giornata si è sciolta in una lacrima.

Vi saluto con un dipinto di Renato Birolli, Incendio alle Cinque Terre, che ricorda le luci del presepe più grande del Mondo.

Incendio alle cinque terre, Birolli

 

GOURDON, IL NIDO D’AQUILA IN PROVENZA

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA

Era da parecchio tempo che studiavo i cataloghi della Pesci Viaggi per le gite in giornata, ma non mi decidevo mai. Mi sono salvata la loro pagina Facebook sullo schermo dello smartphone e ogni tanto sbirciavo tra le proposte, finché alla fine  mi sono decisa e ho fatto la mia scelta:  Gourdon e Cannes.

Tutto in giornata, a soli 45 euro, guida inclusa, pranzo escluso.

Ho aspettato il pullman alle 7,30 dall’uscita del casello di Pra’. Più comodo di così!

Io amo viaggiare, scoprire cose nuove, imparare, ma a volte questo desiderio si scontra con un po’ di pigrizia e con il fatto che non adoro guidare troppo a lungo. Mi sono dovuta obbligare ad alzarmi alle 6 anche di sabato! Ma ne è valsa la pena.

II viaggio è andato bene, abbiamo fatto una pausa  ad Arma di Taggia, dove poi è salita anche Raffaella, la nostra accompagnatrice molto brava e loquace. In realtà non avevo intenzione di scrivere un articolo di questa gita ma in men che non si dica mi sono trovata a prendere appunti su tutte le cose interessanti che ci raccontava Raffaela. E così ecco qua.

Abbiamo oltrepassato la costa di Sanremo, caratterizzata da ville e serre, per dirigerci verso il confine e oltrepassare la val Roja, divenuta in buona parte francese con i trattati del 1947, dopo la fine della seconda guerra. Poiché nel 1941 le truppe italiane avevano utilizzato proprio quella valle per entrare in Francia nei trattati insistettero per averne il controllo.

Appena dopo una galleria, dopo il confine, compare Mentone, il cui simbolo sono i limoni. Questo agrume è protagonista del bel carnevale di Mentone, detto anche Fête du Citron®, secondo solo a quello della vicina Nizza ed esistente da ben 75 anni. Un tempo i limoni venivano coltivati e inviati nel Nord Europa, grazie al clima mite, dovuto all’assenza di venti di tramontana e maestrale per le caratteristiche del territorio; ora il commercio degli agrumi non esiste più. Le piante tuttora esistenti, producono un frutto con i semi, con la buccia spessa anche se molto profumato e ricco di oli essenziali, ma che non può competere con quelli commercializzati nelle retine, con buccia sottile, senza semi e molto succosi. Quest’anno il tema del Carnevale era Bollywood e sono state utilizzate ben 135 tonnellate di limoni, acquistati per l’evenienza, per i carri e per le sculture.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA

I carri sono visibili, oltre che nelle giornate di sfilata, in apposite aree a pagamento durante tutto il periodo. Il prossimo anno si svolgerà dal 16 febbraio al 3 marzo 2019 e io ci sto già facendo un pensierino. Pare che sia uno spettacolo imperdibile e non vorrei perdermelo, proprio ora che l’ho scoperto!

Ah, dimenticavo, i francesi amano raccontare che fu Eva, cacciata dal Paradiso Terrestre,a  portare con sé il limone. Ella aveva affermato che avrebbe lasciato il prezioso frutto solo in un luogo che le avrebbe ricordato l’Eden. Lo trovò in Mentone e lì lasciò l’agrume.

Poco dopo passiamo sotto la roccia detta Testa di Cane,  che domina il passaggio sopra il Principato di Monaco per dirigerci verso Nizza ed uscire così dall’autostrada.

Gourdon

Affrontiamo così la salita nell’entroterra che ci porterà a 760 mt sul livello del mare, nelle Prealpi francesi, nella Valle del Loup che è il fiume che vi scorre dentro. La valle è ampia e nelle belle giornate, una volta in cima si può scorrere la vista per 80 km da Nizza a Cap D’Antibes a Cap Roux. Oggi siamo abbastanza fortunati, la giornata è serena.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, la vista fino ad Antibes

Gourdon è un’antica cittadina fortificata saracena, chiamata il nido d’aquila per la sua caratteristica posizione arroccata, una delle tradizione architettoniche più suggestive in Provenza. Da qui , avamposto dei pirati, partivano le scorribande. La posizione inespugnabile, le mura e la fortezza, sui cui resti fu costruito il Castello ne facevano un luogo perfetto per ritirarsi e difendersi.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon , il nido d’aquila

E’ ad oggi considerato tra i più bei villaggi di Francia.

La visita si snoda in un dedalo di stradine e vicoli stretti, è tutto molto raccolto e in breve tempo ci si ritrova sempre nello stesso punto. La conservazione degli edifici è mirabile e nonostante in alcuni momenti possa sembrare quasi artificioso la caratteristica aria provenzale viene integralmente rispettata,anche grazie ai bei negozietti e alla colorata merce esposta.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, vicoli
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, vicoli
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
tipica finestra provenzale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
girasole, sullo sfondo ceramiche
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
tutte diverse e variopinte, le borse di paglia

 

Ho cercato di non farmi tentare da un acquisto impulsivo ma non ci sono riuscita e nel negozio di ceramiche ho comprato una rana per la mia collezione (ne ho più di 50!) benché tra i souvenir quello che va per la maggior è la cicala, simbolo della Provenza. Di sicuro la presenza di quest’insetto, bruttino a dire il vero, è molto rilevante nel Sud della Francia e lo rivela l’assordante rumore che esse producono d’estate. Un detto svela che esse esistono in così gran quantità per tenere svegli i francesi, intorpiditi dal caldo e dal relax.

L’altro acquisto l’ho fatto presso il bel negozio ‘La fabrique de Pain d’Epice’ , forno che produce dolci artigianali, appunto. Il mio pan d’epice era con noci e fichi. La produttrice mi aveva garantito un mese di durata dall’apertura: l’ho mangiato in quattro giorni! Era eccezionale.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, la fabrique de pan d’epice

La visita a Gourdon è davvero gradevole ma finisce in fretta, la cittadina è molto piccola e pur apprezzando tutti gli scorci e i negozietti in un’ora si è visto tutto.

Route Napoleon

Riprendiamo così il pullman per scendere verso Cannes. Passiamo in mezzo a Grasse e Raffaella ne approfitta per raccontarci alcune cose molte interessanti. Prima di tutto ci svela che quella che stiamo percorrendo si chiama Route Napoleon, ossia la strada di crinale, di torre in torre che scelse Napoleone nel 1815 per tornare a Parigi dopo essere scappato dall’Elba. L’imperatore aveva soggiornato da giovane in queste zone ed era certo che avrebbe trovato collaborazione e assistenza durante la sua ascesa verso la capitale. I francesi del Sud erano ancora memori della difesa di Tolone nel 1793 e delle eroiche gesta del Buonaparte. Oggi la Route Napoleon è un percorso turistico che si può scegliere di affrontare, tutta o in parte, in diversi modi: in bicicletta, a piedi, in moto. Inaugurata nel 1932 conta all’incirca poco più di 300 km.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Targa su una fiancata di Notre dame de Bon Voyage a Cannes

Grasse è una cittadina sulla Route Napoleon e fu soggiorno obbligato di Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore, e anche della regina Vittoria. Famosa per la produzione di essenze, caratterizzata dalla presenza di due antiche torri, ma anche nota per la presenza di un supercarcere.

Cannes

Giunti a Cannes decido di seguire Raffaella verso la parte più antica di Cannes per arrivare al punto panoramico. In passato c’ero già stata e avevo camminato lungo la Croisette, che ho scoperto chiamarsi così per l’originaria presenza di una croce posta alla base della collina del Suquet, a simboleggiare l’inizio del  territorio dell’ordine religioso dei monaci di Lerino. Difatti l’antico nome della Promenade de La Croisette è Chemin de la petite croix. La Croisette, lunga 2 km, è caratterizzata dalla presenza di un litorale sabbioso da una parte e da alberghi e negozi di lusso dall’altra.

A Cannes si svolge il famoso Festival del Cinema, a maggio di ogni anno, e la cittadina per sostenere le spese del Palazzetto del Festival e dei congressi ospita perennemente esposizioni e congressi internazionali. Gira attorno alla cittadina una clientela ricca ed esigente attirata anche da queste expo molto importanti, come quelle immobiliari destinate alle grandi magioni e residenze di lusso.

Camminiamo attraverso la via centrale, la Rue Meynadier, caotica e caratteristica, ricca di piccole attività commerciali non costose. Giungiamo così sulla fortificazione, che domina la baia di Cannes, rara testimonianza del Medioevo con il suo castello a base quadrangolare, inizialmente nato come monastero.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, Le Castre

Dalla fortificazione possiamo ammirare la vista, fino alle isole Lerins.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, panorama
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, le isole Lerins

Raffaella si diverte a incuriosirci con la storia della maschera di ferro, famoso prigioniero di Luigi XIV dall’identità sconosciuta detenuto inizialmente proprio nella fortezza sull’isola di Santa Margherita.

Ci dice scherzando e ridendo che, scappato si fosse nascosto in un’abitazione, poi catturato nuovamente, poiché in seguito fu giustiziato, dopo successive detenzioni.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
testimonianza della fuga del prigioniero, chiamato maschera di ferro

Sulla fortificazione si trova anche il Museo de la Castre, mostra eterogenea di pezzi d’arte regalati da facoltosi donatori.

A questo punto torniamo verso la base della collina e ognuno è libero di andare a curiosare tra i negozietti e le vie antiche del Suquet, oppure nel mercatino sulla piazza centrale.

Riesco addirittura a trovare la statua dedicata a Lord Brougham, un inglese che voleva andare a Nizza ma fu fermato per via del colera e rimase a Cannes alcuni giorni. Fu colpito dal clima e dal paesaggio e fu quindi artefice del suo sviluppo come meta turistica.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Lord Brougham

La mia gita termina nella meravigliosa pasticceria di Jean Luc Pelé, dove mi tocca scegliere tra innumerevoli gusti di macaron, uno dei miei dolci preferiti, che qui sono a dir poco deliziosi.

Il viaggio di ritorno è stato allietato dal consolidarsi di un’amicizia nata per caso, su un pullman per la Francia, tra chiacchiere e risate e innocenti confessioni. Anna ed io ci rivedremo di sicuro.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
casa dipinta con personaggi del cinema

Segue galleria fotografica di altri scorci di Gourdon.

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GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, scorci
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
fortificazione

 

STORIE DI [email protected], flirtare 2.0

Prima di iniziare a leggere vi chiedo di farvi una domanda. “Sono dotato/a di ironia?”.Perché altrimenti vi prego di NON leggere!! Il post vuole essere appositamente leggero, divertente, scherzoso ed esagerato senza particolare acrimonia.

Avete presente quando vedete due ragazze a un tavolino ridere quasi con le lacrime agli occhi e vi state chiedendo cosa si stiano dicendo? Ecco, forse  si stanno raccontando una cosa come questa.

Donna1 :”Allora, con quello che ti ha contattato come è andata?” e ti aspetti, come sempre,  la risposta fiume e molto dettagliata…

Donna2: “Ora ti racconto. Dopo i primi convenevoli su nome, zona di abitazione, tipo di lavoro è partita a tradimento la domanda: ‘Ti posso chiamare?’, che poi è già tanto che lo abbia chiesto, ma la risposta è sempre e comunque :’NO’. Lo sai che non amo sentire al telefono persone che non conosco dal vivo. Che poi invece c’è sempre quello che ti inonda di vocali e tu rispondi imperterrita con messaggi scritti, finché la volpe di turno non insiste con ‘Ma tu un vocale non me lo fai?’ Eh no, caro, se non l’ho fatto finora un perché ci sarà. Alcuni insistono e a quel punto chiudo la trasmissione. Che ne so, mi urta, cosa ci posso fare?”

Donna 1: “Niente, che ci vuoi fare? Se ti urta, ti urta…”

Donna2 : Ma vabbè, andiamo oltre. Io questo lo piazzo nella categoria numero uno, che è quella del : ‘non perdiamo tempo’. Che già tutta questa fretta un minimo di sospetto me lo dovrebbe far venire, assieme alla foto del profilo fatta da lontano, con occhiali a specchio e palesemente del millennio scorso. Quello che in foto ti pareva un bel Tom Cruise stile Top Gun immancabilmente ti si rivelerà canuto o calvo, dall’aspetto trasandato, col fascino di un sedano appassito. Fin qui niente di male se non che nella loro presentazione si proclamano come : ‘un bell’uomo’. A detta degli altri. Ma gli altri chi? I cecati?

Comunque, dicevo, categoria numero uno: ‘Ci sentiamo, ci scriviamo, ci sei, sei connessa, ehi che stai facendo??’

Donna 1: Mamma…che ansia!!

Donna 2: Appunto!! E tu, ‘Eh, un attimo, sono ancora al lavoro,devo ancora fare la spesa, una commissione, fare la lettiera del gatto,andare in palestra, fare una doccia…’
Ah, no!! La doccia no!! Mai dire via chat ad un uomo che devi fare una doccia, perché a quel punto la sua libidinosa fantasia si è già scatenata.
Infatti scatta immediata la domanda con allegato emoticon con linguetta vogliosa di lato: ‘Sotto la doccia??’.
Con un sospiro e una maledizione a te stessa per aver beccato il solito sfigato lo seghi con un ‘Doccia finita’.
Che poi lo sai che non puoi trovare su Tinder un fulmine di guerra e allora pazienti e conti fino a 10. Cioè gli passi almeno 10 cazzate dopodiché ti senti autorizzata a cancellarlo e a non dargli nemmeno la possibilità dell’incontro.
Per il mio metro di giudizio qui siamo già al secondo passo falso.
Andiamo avanti.
Il tipo ‘presto, presto’ propone già un pizza, bontà sua! Non un caffè, un aperitivo, una passeggiata, ma una pizza, in locale tipico napoleteno. E qui forse guadagna mezzo punto, ma subito dopo, sbababam!! Ti butta lì una frase tipo ‘Così si TRAE GODIMENTO dalla degustazione’ con chiara allusione sessuale che sei indecisa se cancellare il mezzo punto o asseverare la sparata come terza cazzata. Propendo per la seconda ipotesi, però faccio finta di niente e commento con un ‘Ah, ah’ che vuol dire tutto e vuol dire niente, ma fa chic e non impegna.
Donna 1: “Ma davvero ha scritto così? Sul serio? Con questa confidenza?”
Donna 2: “Ma non ci credi? Aspetta che prendo il telefono e ti faccio vedere.”
Armeggia con i tasti e il display mostra impietoso la chat incriminata, fornendo la prova nero su bianco e doppio baffo blu dello scambio di messaggi.
Donna 2: Sì, ma non è finita. Dopo gli accordi sulla pizza, luogo, data, ora, etc ‘tipo presto, presto’ si lancia sulle domande imbarazzanti. Secondo lui. Per me sono inutili, ma se vuole rispondo. Spara, gli scrivo, e lui: ‘Come mai separata? ‘ E poi si risponde da solo: ‘Marito incompetente, immagino’. E se lo sai perché me lo chiedi? Mannaggia a te! Ma si vede che ci tiene a conoscere il mio passato. Io in realtà no, ma lui invece mi confessa di essere stato con una schizofrenica e una ipercalittica.
Una che?? Ipercosa?? Che malattia è? E mentre mi faccio dieci film strani su cosa diavolo sia, inforco l’occhiale e leggo meglio, ipercattolica. Ah!  Una che vedeva il sesso come una maledizione. Uh! Sempre in chiesa. Tutte le messe. Per dieci anni. Senza prenderla. Oh, poverino, che sfiga. Tra le righe leggo, ‘e ora mi devo rifare’.
Donna 1: ride… per forza…​
Donna 2: “Ma non è finita. Purtroppo.Tra una chiacchiera amena e l’altra arriva la fatidica domanda, che possiamo annoverare come cazzata sgradita numero quattro.
‘A fisico come sei messa?’
‘Ma che domanda è?’
Al che pensando che sono tonta mi specifica: ‘Alta/bassa/intermedia?’. Se poi mi quantificate l’intermedia mi serve anche per il futuro, grazie. Sia mai, in un curriculum di lavoro… statura intermedia, inglese da medie…
Gli rispondo che avevo compreso, ma che secondo me la domanda non è proprio carina. Insomma, noi donne sul nostro fisico siamo un po’ permalose, ecco. Ci devi prendere come siamo, sennò puoi anche andare affanculo.”
Donna 1: “Ok -ridendo- ma poi gli hai risposto?”
Donna 2: “Sì, arrivo al punto che voglio vedere dove vanno a parare, così gli ho detto la mia altezza. Ma non faccio in tempo a riprendermi da questa che mi arriva la quinta cazzata. ‘Come ti vesti? Casual, elegante, sexy?’ , gli lascio il beneficio del dubbio e continuo come se non avessi colto e rispondo vaga che ancora non so, ma lui no! Deve affondare il coltello nella piaga! ‘Certo che sexy e raffinata, ma non puttanesca saresti apprezzatissima’. Miiiii, ma che cazzz….non sono mica una pastasciutta!! Conto fino a sei. La mia pazienza si sta esaurendo, ma respiro profondo tipo yoga, prendo prana e  dò prana,  e ribatto. ‘Anche tu’. Proviamo a rilanciare. Lui risponde che farebbe ridere e non riesco ad evitare la presa per il culo: ‘Perché sei un clown?’
Donna 1: Certo che ne hai di pazienza, ma perché non lo hai mandato a stendere?
Donna 2: “Te l’ho detto, conto fino a dieci…Ma ascolta, la mattina dopo, quella che lui chiama gloriosamente ‘il giorno della pizza’, finalmente se ne esce con il suo peggio. Cito verbalmente, anzi guarda qui: ‘Comunicazione di servizio: io sono 1.91 m, tu 1.65 m … se stasera ti mettessi delle splendide calzature tacco 12?-Emoticon sbavante-.’
Io allibita. Lo so, lo so, avrei dovuto chiudere lì, sul momento, anche se eravamo solo alla cazzata numero sette, ma la mia anima polemica ribatte e digito veloce ‘Normalmente dici alle donne come si devono vestire, che scarpe mettere e magari anche cosa dire?’
Punto sul vivo. ‘Assolutamente no, ma era una considerazione pratica, poi ovviamente fai quello che ti pare’, Ha istigato la bestia che c’è in me! E così parto all’attacco:  ‘Potrei invece chiederti di arrivare in ginocchio per farmi sentire a mio agio, per praticità’!!!
Il suo spirito di conservazione lo fa per fortuna desistere da ulteriori considerazioni
suicide e gli concedo quindi ‘sta pizza, pur titubante.
A fine serata la sua frase conclusiva è stata: ‘Stasera pago io perché ti ho invitato, poi semmai dalla prossima volta paghiamo a metà’. Numero ottooooooo!!!
Peccato, sei ottimista, ma questa dote stasera non ti serve.
Per fortuna era brutto, ma così brutto che non ho nemmeno avuto il dubbio di dover far finta di dimenticare tutte ‘ste cazzate in un colpo solo.
Ah. La singletudine… che male che fa.
P.s. Nessun uomo è stato maltrattato per la stesura di questo post
P.p.s Nessuna donna è stata maltrattata per la stesura di questo post.
Si certifica che non è stato violato alcun articolo delle Convenzioni di Ginevra.
Ogni riferimento a persone o cose realmente esistito o esistente è puramente casuale.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL’ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell’uomo

Ecco come promesso il seguito dell’articolo su Serre di Oncino e la nostra piccola vacanza in montagna.

Questo articolo alla fine contiene una sorpresa, perciò vi chiedo di leggere fino in fondo. E’ lungo ma ci sono tante foto, anzi sono la parte centrale dell’articolo e del piccolo gioco social che vi propongo.

Le bellezze naturali e anche quelle costruite dall’uomo sono parecchie in questa valle e noi abbiamo provato a scoprirle.

Abbiamo così deciso di andare a visitare il Santuario di San Chiaffredo a Crissolo, posizionato ai piedi del Monviso in una magnifica posizione panoramica a 1417 metri sul livello del mare.
La sua origine pare che risalga all’anno 522, anno nel quale fu costruito un primo pilone in seguito al ritrovamento da parte di un contadino della tomba di San Chiaffredo, le prime notizie documentate della chiesa di San Chiaffredo risalgono invece al 1387.
Purtroppo l’attuale facciata risale al 1902 ed è un brutto rifacimento moderno. L’interno invece è di fattura medioevale e  contiene le reliquie del Santo e una grande quantità di ex voto, che dimostrano quanto il santo sia popolare in questa valle.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Santuario di San Chiaffredo, facciata

Si possono Infatti vedere all’interno della Chiesa tantissimi ex voto in differenti materie e tecniche offerte dai pellegrini.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Ex voto, dipinto
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Ex voto, campanaccio

È Molto suggestivo fermarsi a guardare la raffigurazione di miracoli attribuiti all’intervento di San Chiaffredo. Alcuni risalgono addirittura ai primi del 900.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Ex voto, interno del Santuario
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Navata con ex voto

 

Per gli appassionati d’arte si possono trovare anche un affresco del tardo Quattrocento della Madonna con il Bambino Gesù San Chiaffredo e San Costanzo sull’altare Maggiore, mentre nella navata laterale una tela del 1600 raffigurante la Madonna con il bambino Gesù. La festa di San Chiaffredo è il 7 settembre, santo patrono dal 1642 assieme a San Costanzo nella diocesi di Saluzzo.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Altare Maggiore: Madonna con Bambino , San Chiaffredo e San Costanzo.

All’esterno della chiesa c’è un ceppo di legno con migliaia di chiodi piantati e un martello. Appeso lì accanto un foglio che invita a piantare un altro chiodo in segno di visita al santuario e a fare una piccola offerta per sostenerlo.

Ovviamente non abbiamo esitato e abbiamo piantato il nostro chiodo.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Chiodo e martello

Lo pianterò come un chiodo in un luogo solido:

egli diverrà come un trono di gloria per la casa di suo padre.

Isaia 22,33

Dopo aver visitato un luogo spirituale ma anche rappresentativo della cultura del luogo decidiamo di dedicarci alla natura.

Abbiamo fatto alcune passeggiate nel bosco dietro Oncino e al Pian del Re per raggiungere la sorgente del Po e più in alto il suggestivo lago Fiorenza,a soli 15 minuti dal Rifugio e mi sono soffermata parecchio a fotografare bellissimi fiori.

Ho mostrato le foto a mia mamma, appassionata di fiori, ma mi ha confessato di non conoscere diverse delle specie che ho fotografato, perciò ho deciso di dedicare un’intera sezione a tutti  i fiori che ho fotografato e che spero di aver correttamente individuato con un app. Ho svolto poi piccole ricerche per dare poche essenziali informazioni su ogni fiore.

Ma prima alcune foto della  passeggiata al bacino, sentiero dietro ad Oncino:

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
ruscello montano

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Il bacino

Poi su al Pian del Re:

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo

 

E al lago Fiorenza:

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo

Ma ecco la meravigliosa galleria di fiori più o meno noti:

Primo fra tutti il Giglio di San Giuseppe, detto anche turco (Hemerocallis Fulva), benché non proprio originario di queste zone è molto frequente sia nei prati che nei giardini ed è molto bello da vedere per il suo spiccato color arancio e la sua altezza.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Giglio di San Giuseppe

Segue in ordine di apparizione nelle mie passeggiate un altro giglio stupendo, mi sono arrampicata su una china per fotografarlo bene.

Il Giglio Martagone (Lilium martagon), può arrivare a un metro di altezza, per quello li ho individuati bene, con fiori di colore rosso intenso, porpora o rosa pallido. Sono raggruppati a tre o quattro per fusto. Io lo trovo bellissimo ed elegante.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
giglio martagone

Nella stessa passeggiata, quindi a 1.200 metri di altezza e in un sottobosco ho visto prima l’Astranzia maggiore, (Astrantia major) un fiore comune,a  dire il vero, ma molto bello, delicato, e poi  il Fiordaliso montano (Cyanus montano),che invece è considerata specie rara. Il suo nome deriva dal greco ”kyanos” (= sostanza di colore blu scuro simile ai lapislazzuli) e si riferisce al colore prevalente dei fiori di questo genere.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Astranzia maggiore
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Fiordaliso montano

Segue foto del Veratro bianco (Veratrum album) che ho scoperto essere tossico, sia per gli uomini che per gli animali. Può essere alto fino a un metro e mezzo, con foglie verde scuro e fiori a 6 petali, raggruppati.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Veratro bianco

E poi eccovi un’orchidea selvatica: l’Orchidea di fuchs (Dactylorhiza maculata subsp. fuchsii), questa pianta si trova soprattutto nelle Alpi, è frequente ma molto bella.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Orchidea di Fuchs

Per fotografare questa Brunella (Prunella volgaris) mi sono completamente sdraiata per terra perché è davvero piccola ( 5 cm), ma ormai volevo immortalare ogni fiore diverso. Ciò mi è costata la puntura di qualche formica rossa molto cattiva che mi ha lasciato il braccio in fiamme per tutto il pomeriggio! E’ talmente comune che potevo anche evitare, ma ormai…

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Brunella

Con questa bella margheritina (bellis perennis) , in compagnia di insetti, concludo la prima gallery.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
margherita

Il giorno dopo, mercoledì, dopo aver visitato il Santuario ci eravamo diretti al Pian della Regina, a 1.800 metri, punto di partenza per il pian del Re, ma la nebbia la faceva da padrona. Così abbiamo girato un po’ per i prati e abbiamo visto le marmotte e una volpe, con bottino di caccia. Per quelle mi è stato impossibile immortalare: i fiori stanno fermi e sono vicini, gli animali, ahimè, no!

Ho fatto qualche foto e abbiamo rimandato la gita alla Sorgente del Po per una giornata più soleggiata, confidando nella fortuna.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Pian della Regina
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
Garofanino

Questo, pur essendo un fiore semplice, il Garofano  (Dianthus alpinus, in foto), è sempre stato tra i miei preferiti. Amo i garofani in tutte le loro varietà e questi avevano un bel colore acceso. Sono incerta sulla varietà, ma potrei ritenere che fosse la qualità alpina.

Poi esemplari di Borraggine selvatica  e Trifoglio violetto, probabilmente ottimo foraggio per le vacche, ma anche belli a vedersi. Mi pice tanto avvicinarmi ai fiori più piccoli per osservarli nei loro più minuscoli particolari. A volte alcune cose bellissime ci sfuggono per superficialità.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
borraggine selvatica
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
trifoglio

Infine questi due fiori dal colore delicato: sembrano cuscini di piume.

L’Ambretta (Knautia arvensis ) e la Piantaggine pelosa (plantago media), anche questi abbastanza comuni nei prati montani.

IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
ambretta
IL SANTUARIO DI SAN CHIAFFREDO E I FIORI DELL'ALTA VALLE PO, bellezze naturali e costruzioni dell'uomo
piantaggine pelosa

Saranno anche comuni ma sono davvero particolari. Non vanno oltre i 2.000 metri, comunque, quindi al Pian del Re non li troverò.

Quel giorno dopo essere tornata ad Oncino avevo fotografato tutte le rose del paese, che  ho inserito  nell’articolo precedente ma non vi avevo mostrato questo:

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Iperico

E’ una pianta molto resistente, l‘Iperico calicino (hypericum calycinum) di facile coltivazione e propagazione. Il colore giallo intenso è davvero vivace e i suoi stami sono davvero evidenti e divertenti.

Giovedì, giornata piovosa non ci ha permesso grandi passeggiate ma il mio occhio attento ha colto queste tre belle perle.

Sono nell’ordine : Viola del pensiero (Viola tricolor), e pensare che io le ho sempre viste solo in vaso, Borracina bianca ( Sedum album L.),una piccola pianta grassa, e il Semprevivo maggiore, o barba di Giove (Sempervivum tectorum). Quest’ultimo a me piace tantissimo!! si trova fino a 2.800 metri.

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Viola del pensiero
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Borraccina bianca
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Semprevivo maggiore

Gli ultimi due sono fiori particolarmente adatti alle zone alpine e rocciose ed erano perfettamente adattati accanto a muretti a secco e pietre.

Finalmente venerdì è uscito un bel sole e così decidiamo per la gita al Pian del Re che avevamo dovuto rimandare.

Anche in questa occasione ho camminato con lo sguardo un po’ sui monti un po’ nei prati per trovare esemplari che non avessi ancora fotografato e sono stata premiata!

Un altro esemplare di Garofano (Dianthus pavonius Tausch), endemico delle Alpi occidentale presente solo in Liguria e Piemonte, osservato nella torbiera accanto alla Sorgente del Po.

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Garofano pavonio

Poi una Pedicolare, di cui non sono riuscita a capire la varietà perché ne esistono davvero molte.

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Pedicolare

Dopo la passeggiata di circa 15 minuti siamo arrivati al lago Fiorenza ed ecco che ho incontrato la Regina: la Genziana! (Gentiana Acaulis). Splendida col suo calice blu viola e fiera in mezzo al verde.

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Genzianella

Non da meno però questo sgargiante Rododendro Rosso,  (Rhododendron ferrugineum) che condivide il l’appellativo  rosa delle Alpi con il Rododendro peloso, molto simile, ma più diffuso in Lombardia e Dolomiti. È un arbusto sempreverde che raggiunge un’altezza massima di 1,5 m con rami fragili eretti o ascendenti.

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Rododendro rosso

Nonostante la Viola qui sotto possa sembrare uguale a quella di prima, del pensiero, devo affermare che non è così: questa che vedete sotto è un  Viola con sperone o di monte, nome scientifico Viola Calcarata. È una specie alpina, che cresce generalmente tra i 1500 e i 2800 m, su prati e pascoli.

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Viola con sperone

Vi metto accanto le due foto di un fiore che si presenta con due abiti completamente diversi.Quando la app mi ha mostrato lo stesso nome non ci potevo credere, poi a guardare meglio ho dovuto convenire che la forma è la stessa, ma il colore mi aveva trattato in inganno. Probabilmente quella chiara è a uno stadio precedente.

Eccovi la Nigritella Nera (Gymnadenia Nigra), della famiglia delle orchidee. Curiosando nel web potrei essere stata fortunata a vederla perché pare che non sia presente in Italia, mah… io sono sicura.. ho le prove!

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Nigritella nera

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Concludo la gallery con questa foto che è stata davvero l’ultima che ho scattato e anche perché mi piace molto. Sono davvero soddisfatta delle mie foto perché sono fatte con uno semplice smartphone Honor , però mi sembra di essere riuscita a cogliere bellezza e diversità di ogni specie ripresa. Mi è piaciuto molto andare alla scoperta dei nomi e delle caratteristiche di ognuno e scoprire che alcuni che sembrano uguali sono diversi e viceversa. Mi spinge sempre la curiosità, la voglia di imparare, anche quando sono argomenti così lontani dal mio quotidiano. Io sono notoriamente una con il pollice nero (le piante con me muoiono) ma a quanto pare la cosa funziona se le lascio nel loro ambiente  e godo delle loro immagini. In questo caso ho avuto l’indice verde…

Eccovi alla fine l’Anemone narcissino (Anemone narcissiflora), una piccola pianta, dai delicati fiori bianchi simili ai narcisi, appartenente alla famiglia delle Ranunculaceae.

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Anemone narcissino e sullo sfondo Lago Fiorenza

Spero che questo articolo via sia piaciuto e abbiate il colto il messaggio di guardarvi in giro ogni volta che potete.

I fiori sono dovunque, anche in città spesso nei nostri giardini pubblici. Vi lancio una sfida. Fotografate i fiori che incontrate sul vostro cammino, li cercate con l’app PlantNet, trovate il loro nome e li pubblicate taggandomi sui social.

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Vi va? giocate con me?