CATTIVI NOI? L’altra faccia della favola

In questi ultimi due anni ho visto molti spettacoli teatrali, di vario genere e mi sono appassionata a questo mondo. Trovo che il teatro sia magico. Ti trasporta in un’altra realtà ma quando ne esci non ne sei mai completamente fuori. Qualcosa ti resta sempre appiccicato addosso e questo è merito degli attori. Quando ne ho la possibilità mi piace intrattenermi a parlare con gli artisti e fare loro domande su cosa li abbia spinti verso il teatro e cosa esso rappresenti per loro. Talvolta, per alcuni, calcare le scene è qualcosa di poco più di un passatempo, magari fatto con passione, ma a livello amatoriale, altre volte è invece pane quotidiano.

Sabato scorso ho avuto il piacere di vedere lo spettacolo ‘Cattivi noi?!? L’altra faccia della favola’ della Compagnia ‘La Corte dei Ratti’, scritto e diretto Teresa Vatavuk.

CATTIVI NOI?
Locandina

La stessa Teresa è interprete insieme a Francesca Margagliano, Chiara Gnecco e Martina Beccaro di questo divertentissimo spettacolo.

Teresa si è divertita a riscrivere le favole e a mostrarci una prospettiva differente. Le cose infatti potrebbero essere andate molto diversamente da come ce le hanno sempre raccontate e i cattivi potrebbero non essere davvero così cattivi.

Il risultato è un’ora e un quarto di esilarante recitazione in cui le quattro attrici si alternano sul palco nella reinterpretazione di alcune tra le favole più famose dando vita ad uno spettacolo unico.

Mi ha davvero colpito di queste bravissime ragazze quanto siano tra di loro diverse e allo stesso tempo complementari. Forse per questo lo spettacolo è brioso e non perde mai né tono né ritmo. Le scenette si susseguono velocemente e quasi quando ci si ritrova alla fine se ne vorrebbe ancora.

Gli applausi sono strameritati.

È stato osservato dal presentatore quanto sia particolare una compagnia di sole donne con attitudine comica e questo mi fa ha fatto riflettere.

Io non credo che la comicità sia appannaggio maschile, credo forse più ad un’abitudine a vedere gli uomini nei panni comici. Forse come in molti altri ambiti le donne soffrono dello stereotipo femminile per cui rivestire alcuni ruoli irriverenti, buffi o ‘abbruttenti’ non sia (stato) consono.

La figura femminile ingabbiata talvolta nell’obbligo di essere ‘piacente’ a tutti costi fatica a trovare spazi dove non deve esserlo per forza. Anzi dove la sua bravura sta nel superare il genere e appropriarsi del mestiere di attore, in questo caso comico.

Teresa, Francesca, Chiara e Martina in questo sono bravissime. Hanno una comicità pulita, mai volgare, fresca e diretta. La loro bravura è nella mimica, nelle battute, nell’interpretazione.

Se vi ho un po’ incuriosito questa è la loro pagina Facebook

https://www.facebook.com/groups/lacortedeiratti/

e questo il loro profilo Instagram

https://www.instagram.com/lacortedeiratti/?hl=it

Potrete rivedere ‘Cattivi noi?!?’ il giorno venerdì  10 maggio alle ore 21 al Teatro Bloser  e ve lo consiglio vivamente, oppure tenervi aggiornati per i nuovi spettacoli in arrivo. Pare che ce ne sia uno divertentissimo in programma per l’estate, per cui…seguitele!

Trovate Teresa anche nella scuola di recitazione Arti’s – Via Palmaria- per bambini e ragazzi e a breve anche corsi per adulti.

Io quasi quasi…un pensierino ce lo faccio. È già da un po’ che ci penso e sta a vedere che questa è la volta buona. Mi hanno davvero convinto!

Grimilde e lo specchio magico- Biancaneve

CATTIVI NOI?

Le sorellastre – Cenerentola

CATTIVI NOI?
Il lupo cattivo- I tre porcelllini

 

CATTIVI NOI?
Dama Gothel- Rapunzel

LA COLONNA SONORA

LA COLONNA SONORA

Sto ascoltando Spotify, con le cuffiette, dal cellulare. La playlist è una selezione proposta dalla app in base ai miei like e preferiti.
Io sono notoriamente smemorata ma la potenza evocativa della musica e di certi brani è davvero potente.

Mi trovo a provare emozioni forti ascoltando le canzoni una dopo l’altro perché sto facendo un viaggio nel tempo e per ogni brano ‘mi vedo’ esattamente in un luogo preciso. Come se fossi lì, come se fosse allora. È davvero notevole. Così con Halo, di Beyoncé, sono in un bar sul mare ad Ascea Marina. Uno dei quei bar costruiti sulle palafitte e il sole entra da tutte le pareti, che sono vetrate. Il mare brilla. È un luglio bellissimo. È il 2008.
Passa Frozen e sono a Siena. In un bar. Il video appare per la prima volta e io mi fermo incantata a vedere Madonna con lunghi capelli neri che diventa un levriero e poi uno stormo di corvi. Sono con un uomo che amo e sono felice.

LA COLONNA SONORA
Di nuovo Madonna, questa volta con Hung up. Sono in una stanza d’ospedale al Gaslini. Il cd è appena uscito e io ascolto senza fine, a ripetizione, questa canzone nelle giornate interminabili. È il 2005, Marco è appena nato e io sono felice che sia ancora vivo.
Bum! Mambo n° 5. MI trovo in un locale Brasiliano, è una serata con i colleghi. Ricordo ancora come sono vestita. Gonna nera corta con spacco e maglia rossa. Sono spensierata. Lì in mezzo, in tempi ancora non sospetti c’è il padre di mio figlio.
Ancora. Voulez coucher avec moi, 1987, remake di Sabrina Salerno, sono sedicenne, nella mia cameretta bianca e rosa e la ascolto con il walkman, pensando al ragazzo che mi ha registrato e regalato la cassetta. L’ho consumata quella cassetta a furia di sentirla.
E poi What a feeling, Irene Cara, colonna sonora di Flashdance e mi vedo nella palestra delle medie, per un corso di danza che non ho mai potuto finire perché mio padre, per un ritardo, non mi ci fece più andare. Era il 1983. Non un bel periodo da ricordare a dire il vero.

Balzo in avanti di 30 anni: 2013, quell’anno sono vissuta di musica pop. Ognuna delle hits mi ricorda un momento.

Ora sto aspettando il prossimo pezzo. Sono curiosa di sapere dove e ‘quando’ mi porterà. Vedo la mia vita come un film. Una pellicola consumata, con i bordi traforati sulla stringa nera laterale.

LA COLONNA SONORA

Posso mandare avanti e indietro e io sono sempre lì. L’attrice protagonista. A volte il regista mi ha sorpreso con eventi inattesi ma posso dire di avere sempre scelto le scene principali o di essermi adattata ad alcuni ciak inaspettati. Una cosa è certa. Amo la mia colonna sonora. E come alcuni sapori ti riportano a momenti sepolti nella memoria così alcune canzoni, come un flashback ti catapultano in un luogo e in un tempo passati.
Lascio scorrere il mio film e mi godo la trama. Spero solo in un lieto fine. Sono romantica, io.

LA COLONNA SONORA

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Ho letto un libro bellissimo. È il nuovo romanzo di Emanuela Ersilia Abbadessa : ‘È da lì che viene la luce’.

Dopo aver  letto il primo libro della Abbadessa, ‘Capo Scirocco’ ho iniziato a seguire gli aggiornamenti che la scrittrice postava sui social, apprezzando così anche la sua ironia e la sua sagacia. Sempre brillante, sempre tagliente, sempre appropriata.

Sono andata all’incontro con la scrittrice presso la libreria Feltrinelli e durante la presentazione, tenuta da Sara Rattaro, altra scrittrice che amo, ho capito che per me, questo, sarebbe stato un libro diverso. Una frase di Sara mi ha colpito; ha detto che questo è una lettura che nutre. Parlando della necessità di leggere, comunque sempre, ha specificato che libri così fanno la differenza perché lasciano qualcosa. Ed è assolutamente vero. Durante la lettura traspare tutta la cultura di chi scrive. L’amore per l’arte, per la musica, per i libri.

La storia è liberamente ispirata al fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden, vissuto a Taormina e famoso per le sue foto di nudi maschili, ispirati alla Grecia. Il periodo del racconto è quello fascista, anno 1932.

L’immagine di copertina è una foto intitolata Caino, scattata da von Gloeden e dalla stessa copertina mi è nata un’idea. La  Abbadessa parlando del suo modo di comporre un romanzo lo descrive come la costruzione di un”architettura’ per le scenografie e l’utilizzo della ‘pittura’ per descrivere personaggi e la storia. L’arte è ovunque in questo libro. Ne è permeata. La fotografia stessa è arte ed è attraverso essa che ciò che potrebbe apparire sconveniente viene purificato.

Purtroppo io non così ferrata in storia dell’arte, così ho avuto bisogno di ricorrere a Google ogni qualvolta  i protagonisti parlavano di arte o vi facevano riferimento. E lo fanno spesso! Ho così conservato tutte le ricerche e ho pensato di condividere le immagini stupende che ho potuto così scoprire.

Vi farò quindi fare un viaggio figurato nell’architettura di questo libro, alternando le immagini artistiche  a quelle dei luoghi dove si aggirano i personaggi del romanzo e ad alcuni oggetti d’epoca presenti. Non vi svelerò molto del contesto in cui si trovano per lasciarvi la curiosità di ritrovare il riferimento durante la lettura. Potrete comodamente leggere il romanzo, salvarvi l’articolo e scorrere le foto che lo compongono, a mano a mano che proseguite.

Prima di tutto, l’ambientazione. La splendida Taormina, dall’antica anima greca.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Piazza 9 aprile , Taormina

Ho scelto una piazza con una Chiesa perché mi fa pensare a un luogo immutato nel tempo. E poi la Messa è un riferimento costante nel racconto.

Castelmola, oggi nel circuito dei Borghi più belli d’Italia nel romanzo rappresenta il paese di montagna, quello da cui si sale e si scende a piedi.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Castelmola

Subito all’inizio ci imbattiamo in due eccellenze, due sculture: il Mosè di Michelangelo e  Bacco e veniamo accompagnati all’osservazione della luce e alla sua importanza.

“È il modo in cui si posa sulla materia a rendere viva la pietra”.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

 

 

 

 

Lo strumento con cui il protagonista, il Barone tedesco  Ludwig von Trier, immortala in auliche immagini i suoi modelli è una macchina fotografica Rolleiflex, ben descritta nelle prime pagine del romanzo e oggetto che scatena la curiosità di Sebastiano Caruso, giovane ragazzo siciliano.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
macchina fotografica Rollefleix

Più avanti nel romanzo fa la sua comparsa anche la Leica

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Leica

Il barone fotografo ovviamente è sempre alla ricerca di luoghi perfetti per i sui sfondi, così ci fa conoscere prima la meravigliosa Isola Bella, la perla del Mediterraneo, con i suoi colori e le sue sfumature di blu e poi ci porta nel sito archeologico di Megara Iblea, antica colonia greca.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Isola Bella, con la bassa marea raggiungibile a piedi
È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Megara Iblea

Il barone è benestante e per spostarsi non usa un auto qualunque. Ha un Mercedes Benz. Ma com’erano le auto nel 1930?

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Durante uno dei tanti colloqui tra il barone von Trier e la sua colta governante Elena fanno capolino Dante e Petrarca, Foscolo e Leopardi e a scatenare la curiosità di Ludwig verso la letteratura italiana furono le illustrazioni della Divina Commedia di  Doré. Tenete a mente l’illustrazione che ho scelto per voi, perché la ritroverete nel romanzo.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Paolo e Francesca, V° canto inferno

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Non vi svelerò in quale punto e perché si parli di questo dipinto di Donghi, ma vista l’importanza che ricopre era d’obbligo cercarlo. Se lo voleste vedere oggi dovreste andare a Venezia, alla Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Donna al caffè

L’epoca in cui è ambientato il romanzo è quella fascista e alcuni personaggi sono parte attiva del pensiero e dell’azione fascista. In quell’anno, il 1932, si posizionava il monolito di Marmo di Costantino Costantini nel Foro Mussolini, oggi Foro Italico, che fu inaugurato nell’ambito delle celebrazioni per il decennale della marcia su Roma il 28 ottobre 1932. Lo stadio dei Marmi invece fu inaugurato il 4 novembre dello stesso anno.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCEÈ DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

I riferimenti artistici si susseguono e a volte ci suggeriscono le sembianze di un personaggio, altre ci aiutano ad immaginare una scena, come se potessimo vederla.

Devo ammettere che di tutto quello che ho finora mostrato non conoscevo nulla, mentre ho ben presente lo sguardo di Davide nel dipinto di Caravaggio e la struggente posa della Pietà di Michelangelo. In entrambi i casi la potenza evocativa delle immagini che ricordavo mi hanno aiutato a vedere la scena descritta, come un film nelle mia testa.

 

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Davide con la testa di Golia, Caravaggio

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

 

 

 

 

Anche durante la presentazione del libro la scrittrice ha citato Via Crociferi a Catania e ne ha parlato come la perfetta scenografia. È la strada più antica di Catania, ricca di Chiese settecentesche  e architettura barocca. Un vero set a cielo aperto.

Ludwig e Elena si trovano ad un certo punto al cospetto dell’imponente Chiesa di San Francesco Borgia, con i suoi ampi scaloni in pietra  e le sue doppie colonne di marmo.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Chiesa di San Francesco Borgia,
È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Via Crociferi a Catania

 

 

 

 

 

 

Arrivata a questo punto ho voluto scegliere alcune foto che, secondo me, potrebbero aver ispirato Emanuela Abbadessa. Le riproduzioni delle foto di Von Gloeden che trovate sul web sono tante, perciò questa è una mia libera interpretazione, un ritrovare alcuni sguardi o alcune pose sapientemente descritte. Infatti nel romanzo i modelli del fotografo hanno un ruolo chiave nell’evolversi degli eventi.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Ad un certo punto della narrazione avviene una svolta, non completamente inaspettata ma che si preferirebbe non dover affrontare. Gli effetti del pensiero fascista sono arrivati ovunque e anche a Taormina esiste lo squadrismo. Qualcuno troverà su chi sfogare i suoi metodi intolleranti.

Camicie nere, fez, manganelli e spillette appuntate.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Ma nonostante l’ottusità del pensiero fascista c’è sempre uno spiraglio per far entrare la luce e pensare al bello. Ludwig, in un momento di sconforto, pensa alle sue sculture preferite, pensa alle loro pose e fattezze, alle loro membra e ai loro volti e queste gli comunicano solo bellezza.

‘La bellezza non era mai malata’.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
I prigioni di Michelangelo
È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Apollo sauroctono, Prassitele

 

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Aphrodite Cnida, Prassitele

 

 

 

 

 

 

 

 

La città di Palermo e l’immagine del Politeama fanno da sfondo ai pensieri di Alfredo Romano, gerarca fascista, amico di Ludwig e per lui preoccupato

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

ed è per questo motivo che trama alle sue spalle organizzando eventi mondani presso la sua abitazione, dove Ludwig si troverà a discorrere con una donna di fronte a questo dipinto di Donghi, La Canzonettista.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Se questo dipinto serve a introdurre la visione dei rapporti tra uomini e donne, secondo l’arguta interlocutrice del barone, l’immagine che vi mostro di seguito rappresenta invece le fattezze della donna ideale di Alfredo Romano. Benché non rilevante ai fini della narrazione vi è una forte contrapposizione di figure femminili nel romanzo, con le loro differenti fattezze, caratteristiche e corrispondenze artistiche. L’autrice semina indizi, sta a noi raccoglierli.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Statuina di Capodimonte

E così con l’ultimo richiamo pittorico che vi lascio, una delicata Madonna di Lippi.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Madonna col Bambino e due angeli

Non era mia intenzione svelare troppo della trama e degli avvenimenti narrati, anche perché vi toglierei il piacere di affrontare la lettura che invece va goduta appieno. Spero invece di avervi dato un supporto per poter fare un viaggio dentro a questo bellissimo romanzo.

Non mi resta che augurarvi buona lettura!

LUOGHI DA VISITARE: I MIEI VIAGGI

In questo post riassumo tutte le gite e i viaggi che ho fatto nel 2018.

Un piccolo sunto delle mete più o meno impegnative e delle scoperte che abbiamo fatto, anche di luoghi vicini e di cui magari si sa poco.

Basta un pizzico di temerarietà, di curiosità e di gioia di vivere per lasciarsi rapire dalla bellezza di una piazza, dall’antichità di un monumento e dalla golosità del cibo locale, che è sempre un piacere provare o dalla natura circostante.

Città vicine, città lontane, luoghi più conosciuti o paesi sconosciuti, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. Da un giorno a un weekend a una settimana. L’importante è andare, perché il viaggio è già di per sé una vacanza.

Partendo però da Genova, che è la mia città e che amo con tutto il cuore.

Ecco quindi le città e i luoghi visitati da me e da Marco nell’anno appena passato.

viaggiare in treno

 

Il presepe di Manarola

Benvenuti in Paradiso

La gita

Era tanto tempo che volevo portare mio figlio a vedere le Cinque Terre, così ho unito l’occasione di poter vedere il Presepe di Manarola, unico nel suo genere, con una gita in una meta a lui ancora sconosciuta.

Posso però dire che non sarà l’ultima perché le Cinque Terre meritano di essere viste tutte e noi in questa giornata ci siamo concentrati solo su Manarola, a un solo chilometro da Riomaggiore, l’ultima venendo da Genova. Le altre sono: Monterosso, Vernazza e Corniglia.

Per raggiungerla ho deciso di lasciare l’auto a Sesti Levante e proseguire con il treno. Ognuna delle Cinque Terre ha la sua stazione e ci sposta velocemente da una all’altra. Noi siamo scesi alla stazione di Manarola e un lungo tunnel ci ha portato nel centro del paese. Ci siamo diretti subito verso il Presepe. Avevo letto che è il più grande presepe al mondo ma non sapevo bene cosa aspettarmi. Non ho voluto vedere foto o descrizioni. Così quando ho iniziato a scorgere le prime grandi sagome bianche tra i filari di vite, nella collina di fronte, sono rimasta un pochino delusa. Però era già l’ora di pranzo e Marco reclamava da mangiare, così mi sono soffermata nel primo posto che ho incontrato e per mia fortuna si è rivelato eccezionale!

Il pranzo

In via Riccobaldi 1, poco prima della piazza della Chiesa di San Lorenzo (stile gotico, 1338, uno dei monumenti del terriotorio)  ho visto un’insegna allettante ‘Cappun Magro’ che si presenta come Vini&Cucina Artigianale Ligure, all’esterno una lavagna con alcuni piatti tra cui ovviamente il Cappon Magro. Io adoro questo piatto. E’ tipico della cucina ligure delle feste ed è un misto di pesce, verdure e crema di prezzemolo. Una mattonella sapientemente impilata, una fusioni di sapori unica.

Se volete leggere la ricetta o cimentarvi nella preparazione vi metto il LINK della ricetta della mia amica Luisa, dal suo blog Allacciate il grembiule.

Intanto vi mostro l’aspetto del mio meraviglioso piatto, decorato con cozze e ostrica al vapore, giardiniera fatta in casa e acciughe sotto sale, altro must della cucina ligure.

Cappun magro

La ragazza che mi ha servito al tavolo è stata molto cordiale e mi ha anche dato indicazioni sulla composizione del piatto. Trovo che quando si servono piatti della tradizione sia bello illustrarli e poter dire che i prodotti sono locali, come il pane posto alla base, preparato appositamente da un forno del luogo.

Il locale serve anche ‘panini marini’, per chi cerca qualcosa di meno impegnativo, anche take away.

panino marino

Ovviamente abbiamo gradito anche il dolce e non ho potuto non assaggiare una focaccia fatta con sciacchetrà, pinoli e uvetta.

focaccia con sciacchetrà, pinoli e uvetta

Lo Sciacchetrà

Lo Sciacchetrà è un nobile vino passito tipico delle Cinque Terre. Nel tempo ha avuto diversi nomi: vernaccia, amabile, roccese, rinforzato, ma solo verso la fine dell’ottocento ha assunto questo nome.

Il termine deriva da verbo «sciacàa» (schiacciare), utilizzato per indicare l’operazione di pigiatura dell’uva.

Si ottiene da uve a bacca bianca vermentino,bosco e albarola, sovra-maturate, con un metodo di produzione che ne determina l’alta gradazione alcolica, l’inconfondibile profumo e il bel colore ambrato. A causa del territorio scosceso e terrazzato tutte le lavorazioni devono essere fatte a mano e il futuro delle Cinque Terre è anche nella cura del territorio e della difesa dei suoi prodotti unici.

Vini e terrazze

Le Terrazze

Le terrazze su cui sono coltivate le vigne e tra cui sono sparse le sagome del Presepe sono frutto di un lavoro millenario.

Fin dal medioevo, con una lavoro costante e assiduo, il manto boschivo originario è stato sostituito dalle terrazze.

Le rocce furono frantumate in loco, con strumenti modesti e fornirono la base per la conseguente costruzione di muretti a secco che potessero contenere la terra per la coltivazione delle viti. La costruzione dei muretti a secco con arenaria e pietrisco, senza materiali di coesione, è alla base della buona riuscita delle coltivazioni e della tenuta del territorio che è costantemente controllato e mantenuto. La costruzione dei muretti è un arte antica e sapiente e va salvaguardata e tramandata.

Terrazze, viti e presepe di giorno

In questa immagine si può vedere il terrazzamento della Collina delle Tre Croci e la disposizione delle sagome del Presepe.

Il Presepe di Manarola

Quando sono arrivata non sapevo cosa aspettarmi, dalla collina opposta ho visto le grandi sagome bianche e alcune persone vi camminavano in mezzo. Le sagome sono a grandezza d’uomo e rappresentano persone e animali, imbarcazioni e case. Di giorno se ne coglie la grandiosità ma nulla di più.

Ogni 8 dicembre viene inaugurato e dura fino all’incirca alla fine di gennaio, perciò se dopo aver letto l’articolo vi venisse voglia di visitarlo sareste ancora in tempo e forse anche fuori dal maggior afflusso di turisti del periodo natalizio.

L’ideatore del presepe è Mario Andreoli, oggi pensionato, e vi si dedicava dal 1976. In trent’anni ha coperto tutta la collina e nel 2007 è stato inaugurato e subito inserito nel Guinnes dei Primati.

Il presepe è composto da trecento forme, costruite con materiale di riciclo, 8 km di cavi elettrici e 17.000 lampadine alimentate da un impianto fotovoltaico.

Vi rimando alla fine dell’articolo per il presepe illuminato. Inutile dire che è uno spettacolo mozzafiato. Quello che di giorno mi era parso solo grande alla sera, dopo il tramonto, al buio, l’ho trovato stupefacente e anche emozionante. Peccato io non disponga di una buona macchina da fotografare. In mancanza di una buona immagine seguite il mio consiglio: andate a vederlo.

Passeggiando per il paese

Manarola come tutte le cinque terre è aggrappata su una roccia e parte delle sue vie si snodano lungo una montagna.

Manarola, le sue vie

Il borgo si sviluppa lungo un torrente oggi ricoperto, ma prestando attenzione lo si sente scrosciare ovunque e in alcuni punti lo si può scorgere.

Manarola e il suo torrente

Un’altra parte di borgo si posa in un terreno come fosse un anfiteatro naturale che porta fino al mare e le colline sembrano abbracciarlo.

Manarola e il mare

Proseguendo oltre il locale dove abbiamo mangiato si possono imboccare le vie che attraversano tutto il paese in salite, discese e scalette. Ogni tanto la vista sarà sorpresa da una piazzetta, un arco o da un elemento inaspettato.

Manarola e i suoi segreti
Rosa dei venti, piazza Montale

Camminando per le vie scopro targhe dedicate a pittori e scrittori che hanno amato Manarola e le Cinque Terre.

Dicono di lei…

Il pittore Antonio Discovolo, toscano di nascita approda nel 1905 a Manarola e ne dipinge la luce e i colori del mare. Trova a Manarola l’amore e finirà la sua vita a Bonassola.

Dipinto di Discovolo Antonio

Eugenio Montale, poeta e scrittore, Nobel per la letteratura nel 1975 dedica questi versi alle cinque terre:

Riviere

Da: Ossi di seppia, 1925

Riviere,
bastano pochi stocchi d’erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare…

Giovanni Pascoli, XX secolo, poeta

ho nell’anima una gran sementa ideale che non aspetta se non la rugiada delle Cinque Terre per germogliare e poi fruttificare. Sii dunque benefico a questa ricchezza latente. La rugiada puoi mandarla per ferrovia a Borgo a Mozzano per Barga. Io l’aspetto a bocca aperta,

Gerolamo Guidoni, XIX secolo, studioso naturalista

per quanto sterile e incolta sembra questa contrada all’occhio indifferente del viaggiatore, s’egli vorrà però più da vicino considerarla, non mancherà di vedere con maraviglia, quanto l’industria dell’uomo sino da’ più antichi tempi, abbia reso fruttifero di un’immensa quantità di viti e ulivi, quel terreno che abbandonato alla sola natura, non presenterebbe ora che rupi inaccessibili e disabitate.

da’ Nuovo dizionario universale e ragionato di agricoltura, economia’ 

Renato Birolli, XX secolo, pittore, Compie lunghi soggiorni in provincia della Spezia, alle Cinque Terre, località tutte che ispireranno precisi esiti alla sua produzione artistica (Gli incendi)

L’uva è ovunque e pare una faccenda antica

che male venir via quando poi sarà il vino,

fresco e aromatico. giovane come il nostro spirito.

La donna dell’uva, scultura di Antonio Puja, a Punta Bonfiglio

Giacomo Bracelli, XV secolo, storico, diplomatico, intellettuale umanista.

E’ uno spettacolo davvero veder monti non solo scoscesi, ma veri dirupi faticano a passarli a volo, sassosi da non trattenere alcuna umidità, ricoperti da viti così assetate a gracili, da apparire più simili all’edera che non alla vite. Da cui si trae un vino che imbandisce le mense dei re.

Corrado Alvaro, XX secolo, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore.

La stessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico, e la strettezza a un armonia addirittura formale. Così è nelle Cinque Terre. Soin diversi i vini che vi si producono, uno famoso si chiama Sciacchetrà, un nome dritto come uno sparo; è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vita di questa contrada

Il mare

Dal cibo, al presepe, allo Sciacchetrà, alla passeggiata e alle citazioni la protagonista assoluta si direbbe sia la vite e la sua produzione, ma non dimentichiamo che Manarola è terra di mare. Scendiamo così verso la marina e ci avviciniamo al mare che oggi non è uno specchio e spumeggia nel suo infrangersi contro le onde; nel frattempo il cielo si è aperto, il sole ha fatto capolino e ci scalda, ci sta anche un gelato e ci godiamo i tiepidi raggi.

Manarola, onde
Manarola, la marina
Manarola, gozzi

Dalla piazzetta della Marina partono due sentieri, uno si dirige verso Punta Bonfiglio, da dove potrete godere di una bellissima vista su Manarola,

Manarola, panorama

osservare attrezzatura destinata all’uso delle barche

Argano

e il volo dei gabbiani

gabbiano a Manarola

Il sole è ancora alto, ma so dove andare ad aspettare il tramonto. In piazzetta Montale c’è una vista bellissima.

Marco non fa che chiedermi se sono felice perché secondo lui si vede e io davvero mi rendo conto di stare davvero bene. Sì, sono felice.

Tramonto a Manarola, Piazzetta Montale

E quando cala la sera…

Poi alle 17 cala il sole. Si inabissa nel mare in tripudio di colori, in parte mascherati dalle nubi all’orizzonte ma l’emozione è grande. Lo spettacolo della natura mi fa sempre quest’effetto. Il cielo si scurisce e ci dirigiamo verso le terrazzine poste di fronte alla collina Tre Croci per aspettare il buio e vedere finalmente il presepe illuminarsi.

Marco è un po’impaziente, inizia ad essere stanco e si lamenta del fatto che perderemo il treno delle 17.30, ma io come sempre cerco di farlo pazientare e alla fine mi da’ ragione; ne vale la pena. Nono si aspettava che fosse così bello.

Il presepe si accende un po’ per volta a partire dal basso, le sagome sono tutte colorate e si distinguono bene. Brillano nel buio, contro il nero della notte circostante. Finalmente, eccolo, in tutto il suo splendore.

Manarola, presepe

Lo so, così non rende,ma ho voluto mettere la foto solo per dirvi di guardare bene in basso, a destra. Il grande Andreoli ha voluto aggiungere una parola e un simbolo per ricordare la grande tragedia che ha colpito quest’anno la mia città: Genova e un cuore.

Mi sono commossa e tutta la felicità che ho provato durante la giornata si è sciolta in una lacrima.

Vi saluto con un dipinto di Renato Birolli, Incendio alle Cinque Terre, che ricorda le luci del presepe più grande del Mondo.

Incendio alle cinque terre, Birolli

 

LA COLLINA DI SPOON RIVER E LE CANZONI DI ANDRE’

Alcune settimane fa ho avuto la fortuna e il piacere di assistere ad un’intima rappresentazione di un bellissimo spettacolo: La collina di Spoon River e le canzoni di De André.

In un teatro che è un salotto gli attori e la band ci hanno stregato e ammaliato con la loro interpretazione e la loro musica.

Sotto la regia e con l’adattamento di Lazzaro Calcagno lo spettacolo nasce dalla collaborazione del Teatro Il Sipario Strappato di Arenzano e dell’Antico Teatro Sacco di Savona.

Lo spettacolo sarà infatti messo in scena il 12 gennaio alle ore 17.30 e alle 21 all’Antico Teatro Sacco e il Venerdì 18 e sabato 19 gennaio alle ore 21 al Teatro Grande Il Sipario Strappato.

Quando ho deciso di assistere a questa rappresentazione non conoscevo l’Antologia di Spoon River, ma all’epoca di Google basta una ricerca per avere almeno una base di informazione.

L’antologia di Spoon River è una raccolta di poesie in forma libera e ognuna di esse è l’epitaffio di un defunto abitante di un’immaginaria cittadina- Spoon River appunto- che racconta sé stesso; pubblicata tra il 1914 e il 1915 da Edgar Lee Masters è in realtà ispirata ad alcuni dei veri abitanti dei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield nell’Illinois che si offesero tantissimo nel leggere le loro vicende e i loro inconfessabili segreti. Difatti nell’antologia i defunti parlano liberamente in prima persona delle loro vite, dei loro peccati e debolezze non avendo più nulla da perdere, poiché giacciono ormai nel cimitero locale.

Nell’edizione finale l’Antologia raccoglie ben 248 personaggi che descrive quasi tutte le categorie e le professioni umane.

Nell’epoca fascista Fernanda Pivano tradusse l’Antologia, innamorandosi dei versi di quel libro all’epoca proibito, pubblicato poi da Einaudi con l’improbabile titolo di Antologia di S.River; la Pivano pagò comunque con la prigione questa audacia, non rinnegandolo mai.

Nel 1970 un giovane Fabrizio De André lesse i versi dell’Antologia e riconoscendosi in alcuni dei personaggi scelse nove poesie e riadattandone il testo, le musicò, con la collaborazione di Giuseppe Bentivoglio e Nicola Piovani. Nacque così il suo quinto album di inediti : “Non al denaro non all’amore né al cielo” . (cliccando sul titolo riproduzione dell’album con Youtube).

Queste le sue parole, sul retro di copertina : «Avrò avuto diciott’anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.»

Nella rappresentazione le anime che parlano si alternano con la riproduzione dal vero dei brani del disco. Le anime sono interpretate dai bravissimi attori Antonio Carlucci, Sara Damonte, Antonella Margapoti e Manuela Salviati  che si avvicendano sul palco, passandosi come testimone un oggetto di uso comune, che si trova sulla scena in un baule. Le anime, gli attori, indossano uno scarno abito bianco, una testimonianza del loro essere ‘fantasmi’, ‘defunti’ e recitano con dolore e passione la loro testimonianza.  Le canzoni di  De Andrè sono riprodotte dal bravissimo Matteo Troilo e dal gruppo London Valour Tribute Band. L’insieme dà vita a uno spettacolo di forte impatto emotivo. I personaggi sono vividi e sinceri e quando l’esternazione del dolore di ognuno di loro diventa musica è quasi impossibile rimanere impassibili. I brani del disco vengono riprodotti tutti e nove, a partire da ‘La collina’, con il refrain ‘dormono, dormono sulla collina’ ripetuto più volte come filo conduttore passando per ‘Il suonatore Jones’ ( libertà, l’ho vista dormire nei campi coltivati… libertà, l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato) e ‘Un Giudice’  (cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente..) fino a finire con ‘Un ottico’ (non più ottico, ma spacciatore di lenti per improvvisare occhi contenti)  mentre i personaggi parlanti sono in numero maggiore, anche per dare voce ai personaggi femminili che nel disco non avevano avuto spazio. Incontriamo così Aner Clute, la prostituta, Sonia la russa, Minerva Jones, la poetessa e tante altre. Le loro voci ci raccontano la vita in una piccola cittadina rurale, mettendo a nudo le meschinità e la realtà, demistificandola.

attori, regista e band

Lo spettacolo è stato messo in scena per la prima volta per il 70° anniversario della traduzione dell’Antologia e riproposto arricchito e ampliato per commemorare il ventennale della scomparsa di Fabrizio De André, che ricorrerà il giorno 11 gennaio 2019.

Non posso quindi che consigliarvi caldamente questo spettacolo, sia per l’intensità degli attori che per la bravura della Tribute band, di cui ho apprezzato tantissimo voce e violino. In omaggio al giorno del ventennale della morte di Fabrizio De Andrè, la band London Valour (nome che prende spunto da una canzone di Andrè dedicata a una nave affondata davanti a Genova il 9/4/1970)  darà vita alle sue canzoni più belle presso il teatro Bloser venerdì 11 gennaio alle ore 21.

Per vedere lo spettacolo invece:

Sabato 12 gennaio ore 17.30 e ore 21 Teatro Sacco

INFO E PRENOTAZIONI

TEL: 331.77.39.633 – 328.65.75.729 EMAIL: [email protected] 

Venerdì 18 e sabato 19 gennaio (ore 21) – Teatro Grande Il Sipario Strappato

La biglietteria del Teatro Il Sipario Strappato è sempre aperta grazie a  Happyticket

La prevendita è possibile allo Iat di Arenzano

Inutile dirvi che ho scritto l’articolo ascoltando la bella voce di Faber e riscoprendo questo bellissimo album, che fa da colonna sonora a tutto lo spettacolo.

(…e il cuore impazzì e non ricordo da quale orizzonte sfumasse la luce…)

copertina del disco

 

 

I macchiaioli, mostra a Genova

I macchiaioli, mostra a Genova
Atrio palazzo della Meridiana

Lungi da me volermi spacciare per intenditrice o critica d’arte, ma in questo campo ho le mie preferenze e una sana curiosità. Penso che la curiosità sia il sano motore della conoscenza e cerco di non perdere occasione per imparare qualcosa.
A volte le nostre città, Genova nel mio caso, offrono piccole mostre facilmente visitabili meno impegnative di un museo o di una pinacoteca. Si può godere di una mostra o di un’esposizione senza essere necessariamente degli esperti. Basta avvicinarsi con lo spirito giusto e magari ci si prende anche gusto. A me è successo così. Ho iniziato molto tardi ad andare per mostre e come spesso capita poi una tira l’altra.
Questa volta ho voluto approfittare della mostra ‘I macchiaioli’ presso Palazzo della Meridiana. La mostra è iniziata il 14 settembre e terminerà il 9 dicembre. Un consiglio che vi posso dare, se fosse la prima volta che vi avvicinate ad una mostra, è di farvi accompagnare da qualcuno di appassionato all’arte o che comunque ne sappia qualcosa. Io ero in compagnia di due amiche più esperte di me e questo è sempre un valore aggiunto. Inoltre non mi vergogno di chiedere, perciò faccio domande senza ritegno. Sappiate che chi sa le cose spesso è ben contento di condividerle.
In questo mio articolo vi esporrò maggiormente come è sviluppata la mostra e darò davvero pochi cenni sul movimento perché potrei togliervi il piacere di andare a visitarla. Pubblico alcune foto, fatte con il cellulare e dove a volte si vedono anche le luci del soffitto riflesse solo per dare un esempio dello svolgimento. A me è piaciuta molto, i quadri non sono moltissimi, circa una cinquantina, ma molto significativi per capire l’evoluzione, le caratteristiche e le varie fasi del movimento.
Innanzitutto si entra nel meraviglioso atrio del Palazzo della Meridiana, posto nell’omonima piazza tra Via Cairoli e Via Garibaldi, e ingresso sito in salita di San Francesco al civico 4. L’atrio è ampiamente decorato e nella parte centrale è ornato da una vetrata a soffitto molto colorata. Il pavimento è in marmo bianco e nero.

I macchiaioli, mostra a Genova
pavimento dell’atrio di Palazzo della Meridiana
I macchiaioli, mostra a Genova
vetrata del soffitto dell’atrio di Palazzo della Meridiana

Si accede alla mostra dall’atrio direttamente e nella prima sala si può vedere un breve video, con la voce narrante di un presunto Telemaco Signorini che espone brevemente nascita e momenti del movimento dei Macchiaioli, così sarcasticamente chiamati nell’ambiente accademico. La culla è Firenze e l’epoca è la meta dell’ottocento. Per motivi storici ben descritti dai tabelloni esposti nelle sale il movimento durò solo fino alla fine degli sessanta. Un ventennio, quindi, nel complesso.
Gli stessi autori mantennero la definizione di Macchiaioli, usata inizialmente con senso dispregiativo, per autodefinirsi in quanto incarnava il loro lavoro in maniera precisa.
La prima sala con il video è anche esposizione delle caricature e ritratti che loro stessi si facevano all’interno del Bar Michelangiolo, loro ritrovo abituale per un decennio, prendendo spunto da quelli che sulle sue mura avevano trovato collocazione. Nel 1893 Telemaco Signorini ne pubblicò una collezione a ricordo degli anni d’oro del Caffè Michelangelo, dove si riunivano tutti gli artiisti e gli intellettuali dell’epoca e da dove partì un certo fermento innovativo. Questo è il contenuto del primo cartellone espositivo, accanto ad una gigantografia di una foto di gruppo con diversi esponenti del movimento dei Macchiaioli.

Dopodiché si accede alla prima vera e propria saletta.

Il cartellone spiega Cos’è la macchia e racconta delle influenze della pittura francese e di artisti come Manet. Si spiega cosa è la scuola di Barbizon, da cui i macchiaioli prenderanno spunto per le loro rappresentazioni en plain air.

Il primo dipinto che ci appare in questa sala è quello sotto riprodotto ed è esempio dell’inizio della pittura macchiaiola.

I macchiaioli, mostra a Genova
Villa Salviati, 1856
Serafino da Tivoli

Le origini della ricerca macchiaiola è il secondo cartellone esplicativo. ‘La macchia è un mezzo per catturare il vero nelle sue più immediate impressioni’. La macchia diventa quindi il fine, non il mezzo. Il dipinto apparirà come un insieme di macchie e differenze di chiari scuro, con poche definizioni. Per gli accademici dell’epoca i loro dipinti erano appunto definiti come ‘appena abbozzati’.

Uno dei fondatori del movimento è Telemaco Signorini, di cui sono esposte diverse opere. Sue furono le opere rifiutate dalla Giuria di un’esposizione nel 1856 per eccesso di chiaroscuro. Il movimento era quindi nato.

Altro esponente importante è Vincenzo Casabianca. Suo è l’ombrellino qui sotto riportato ed utilizzato come immagine del depliant della mostra.

I macchiaioli, mostra a Genova
L’ombrellino
Vincenzo Cabianca 1859

La macchia nasce come strumento per ritrarre la realtà. Non si vuole appositamente descrivere i dettagli che ad occhio nudo non si colgono e si utilizza direttamente il pennello su tela, senza il disegno. Questo dipinto ne è la prova. Si vedono le macchie che determinano le due figure, l’ambiente circostante, vediamo la luce che arriva come un raggio da dietro il dipinto, ma non possiamo vedere i volti ben definiti, o le dita delle mani, le stecche dell’ombrellino.

Gli artisti si trovavano a dipingere insieme e si emozionavano alla vista di macchie di colore visibili ad occhio nudo nell’ambiente circostante.

“Bell’epoca! Bastava la vista di un bucato steso perché il bianco dei panni sul fondo grigio o verde gli facesse andare in frenesia”.

Il soggetto storico e letterario è il pannello che ci aiuta a collocare l’utilizzo dei temi storici all’interno del movimento.

In questa scena romantica di Banti per esempio, l’utilizzo di un tema medioevale in costume  è uno strumento per lo studio della macchia, degli effetti della luce e dei contrasti luminosi.

I macchiaioli, mostra a Genova
Scena romantica
Cristiano Banti

Diversamente invece Silvestro Lega, in questa  sua tela giovanile, mostra la sua vicinanza alla scuola purista , che si rifà al 1300, ma nello stesso tempo inizia a contaminare la sua pittura con il naturalismo europeo. Lega comunque non si allontanerà mai completamente dalla scuola purista e dalle regole della pittura quattrocentesca.

I macchiaioli, mostra a Genova
Tiziano e Irene di Spilimbergo
Silvestro Lega

Tutto ciò viene bel spiegato nel cartellone Il rapporto con l’Accademia e il Purismo: si capisce l’eterogeneità del panorama pittorico dell’epoca e la necessità di rivolgersi ad altri modelli, non volendo considerare i classici come unica fonte di ispirazione, pur rispettandoli.

Altro esempio di rappresentazione realistica di una scena ambientata nel passato è la tavola sotto riportata.

I macchiaioli, mostra a Genova
Dante nel Casentino, 1865
Vincenzo Casabianca

Con L’epopea risorgimentale si spiega cosa avviene durante le guerre di indipendenza e come ciò modifica la pittura. I pittori si buttarono anima  e corpo nelle battaglie e alcuni, come il giovane ventottenne Raffaello Sernesi  vi perirono. Le varie esperienza di battaglia e di incontro con altre realtà fornirono loro spunti per i loro dipinti, dove la guerra però venne rappresentata con temi non eroici o epici, bensì nei suoi momenti di accampamento, riposo, senza ovazione alcuna ad eroi o gesta memorabili. Fattori è uno dei maggiori esponenti di questo tipo di soggetti e il seguente ne è un esempio, nonostante lui fosse tra i pochi mai arruolatosi.

I macchiaioli, mostra a Genova
La lettera al campo
Giovanni Fattori
1873-1875

La sala e il tema successivo approfondiscono i Paesaggi.

Dopo un breve excursus storico del tema del paesaggio nella pittura italiana, il cartellone ci racconta come i macchiaioli si avvinarono ad esso per cogliere frammenti di realtà secondo le istanze della pittura dal vero, facendolo divenire campo di sperimentazione. Ci introduce inoltre l’inizio dell’utlizzo della fotografia, approfondito più avanti.

Alcuni esempi di paesaggi esposti:

I macchiaioli, mostra a Genova
Paesaggio con alberi
Eugenio Cecconi
I macchiaioli, mostra a Genova
Marina con barche e pescatori, 1861
Vincenzo Casabianca

Probabilmente, nonostante il titolo, vi è rappresentato il Lago di Massaciuccoli.

I macchiaioli, mostra a Genova
Strada solitaria
Giovanni Fattori

Dipinta sul coperchio di una scatola di sigari la tavoletta è un bell’esempio di paesaggio dei macchiaioli.  Purtroppo dalla foto non si possono apprezzare le diverse tonalità di verde di cui è ricco il dipinto, motivo per cui vi invito ad andare a vedere la mostra e a cogliere dal vero quanto sto provando a descrivervi.

Il prossimo dipinto, uno dei miei preferiti, può ben essere significativo per capire la connessione tra I macchiaioli e la fotografia.

I macchiaioli, mostra a Genova
Mercato del bestiame 1864 Telemaco Signorini

Agli inizi del 1860, dopo le guerre del Risorgimento, i pittori si ritrovano con rinnovato vigore e dal 1861 si riuniscono in una base comune:  I soggiorni a Castiglioncello. Qui infatti Diego Martelli eredita una casa che diviene quartier generale. Il luogo è di particolare ispirazione agli artisti e vengono prodotte alcune delle opere più importanti.

I macchiaioli, mostra a Genova
Punta Righini- Castiglioncello
Raffaello Sernesi

Anche questo dipinto dal vero è splendido, la foto non rende giustizia.

I macchiaioli, mostra a Genova
I fidanzati
Silvestro Lega

Questo dipinto di Silvestro Lega è nella parte finale della mostra e mai come in questo caso una semplice raffiguarazione non serve  a capire cosa si provi guardandolo. Io ho come avuto l’impressione che le figure fossero sospese nel dipinto. La bambina accucciata sembra venire fuori dal quadro stesso. Quello che dovrebbe essere il soggetto è in realtà defilato, raffigurato di spalle ma non per questo meno importante. L’aria è romantica. Il cielo è rosa. Si avverte una certa languida quiete, ma anche malinconia. Questo mi è piaciuto tanto!

La mostra si conclude con Dopo la macchia.

Firenze entra in crisi economica ed artistica. Verso la fine degli anni 60 il gruppo si disgrega e pur mantenendo buoni rapporti ognuno segue una propria strada, ma alcuni di loro,come Fattori avranno comunque aperto la strada alla ricerca del secolo seguente e ad artisti come Modigliani.

La mostra merita. Non so se la mia stringata descrizione vi ha fatto venire voglia di andare a vederla, ma io me lo auguro. Pur leggendo tutte le didascalie ci vuole solo un’oretta. Il costo è 10 euro  e l’orario dal martedì al venerdì dalle 12 alle 19, sabato e domenica dalle 11 alle 19. Lunedì chiuso.

Per info e prenotazioni gruppi: tel. 0102451996

Per concludere la mia bella giornata, arrivata a Pra’ e scesa dal treno mi hanno regalato un tramonto con i fiocchi, dopo la pioggia…

I macchiaioli, mostra a Genova
Pra’ dopo la pioggia

GOURDON, IL NIDO D’AQUILA IN PROVENZA

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA

Era da parecchio tempo che studiavo i cataloghi della Pesci Viaggi per le gite in giornata, ma non mi decidevo mai. Mi sono salvata la loro pagina Facebook sullo schermo dello smartphone e ogni tanto sbirciavo tra le proposte, finché alla fine  mi sono decisa e ho fatto la mia scelta:  Gourdon e Cannes.

Tutto in giornata, a soli 45 euro, guida inclusa, pranzo escluso.

Ho aspettato il pullman alle 7,30 dall’uscita del casello di Pra’. Più comodo di così!

Io amo viaggiare, scoprire cose nuove, imparare, ma a volte questo desiderio si scontra con un po’ di pigrizia e con il fatto che non adoro guidare troppo a lungo. Mi sono dovuta obbligare ad alzarmi alle 6 anche di sabato! Ma ne è valsa la pena.

II viaggio è andato bene, abbiamo fatto una pausa  ad Arma di Taggia, dove poi è salita anche Raffaella, la nostra accompagnatrice molto brava e loquace. In realtà non avevo intenzione di scrivere un articolo di questa gita ma in men che non si dica mi sono trovata a prendere appunti su tutte le cose interessanti che ci raccontava Raffaela. E così ecco qua.

Abbiamo oltrepassato la costa di Sanremo, caratterizzata da ville e serre, per dirigerci verso il confine e oltrepassare la val Roja, divenuta in buona parte francese con i trattati del 1947, dopo la fine della seconda guerra. Poiché nel 1941 le truppe italiane avevano utilizzato proprio quella valle per entrare in Francia nei trattati insistettero per averne il controllo.

Appena dopo una galleria, dopo il confine, compare Mentone, il cui simbolo sono i limoni. Questo agrume è protagonista del bel carnevale di Mentone, detto anche Fête du Citron®, secondo solo a quello della vicina Nizza ed esistente da ben 75 anni. Un tempo i limoni venivano coltivati e inviati nel Nord Europa, grazie al clima mite, dovuto all’assenza di venti di tramontana e maestrale per le caratteristiche del territorio; ora il commercio degli agrumi non esiste più. Le piante tuttora esistenti, producono un frutto con i semi, con la buccia spessa anche se molto profumato e ricco di oli essenziali, ma che non può competere con quelli commercializzati nelle retine, con buccia sottile, senza semi e molto succosi. Quest’anno il tema del Carnevale era Bollywood e sono state utilizzate ben 135 tonnellate di limoni, acquistati per l’evenienza, per i carri e per le sculture.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA

I carri sono visibili, oltre che nelle giornate di sfilata, in apposite aree a pagamento durante tutto il periodo. Il prossimo anno si svolgerà dal 16 febbraio al 3 marzo 2019 e io ci sto già facendo un pensierino. Pare che sia uno spettacolo imperdibile e non vorrei perdermelo, proprio ora che l’ho scoperto!

Ah, dimenticavo, i francesi amano raccontare che fu Eva, cacciata dal Paradiso Terrestre,a  portare con sé il limone. Ella aveva affermato che avrebbe lasciato il prezioso frutto solo in un luogo che le avrebbe ricordato l’Eden. Lo trovò in Mentone e lì lasciò l’agrume.

Poco dopo passiamo sotto la roccia detta Testa di Cane,  che domina il passaggio sopra il Principato di Monaco per dirigerci verso Nizza ed uscire così dall’autostrada.

Gourdon

Affrontiamo così la salita nell’entroterra che ci porterà a 760 mt sul livello del mare, nelle Prealpi francesi, nella Valle del Loup che è il fiume che vi scorre dentro. La valle è ampia e nelle belle giornate, una volta in cima si può scorrere la vista per 80 km da Nizza a Cap D’Antibes a Cap Roux. Oggi siamo abbastanza fortunati, la giornata è serena.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, la vista fino ad Antibes

Gourdon è un’antica cittadina fortificata saracena, chiamata il nido d’aquila per la sua caratteristica posizione arroccata, una delle tradizione architettoniche più suggestive in Provenza. Da qui , avamposto dei pirati, partivano le scorribande. La posizione inespugnabile, le mura e la fortezza, sui cui resti fu costruito il Castello ne facevano un luogo perfetto per ritirarsi e difendersi.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon , il nido d’aquila

E’ ad oggi considerato tra i più bei villaggi di Francia.

La visita si snoda in un dedalo di stradine e vicoli stretti, è tutto molto raccolto e in breve tempo ci si ritrova sempre nello stesso punto. La conservazione degli edifici è mirabile e nonostante in alcuni momenti possa sembrare quasi artificioso la caratteristica aria provenzale viene integralmente rispettata,anche grazie ai bei negozietti e alla colorata merce esposta.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, vicoli
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, vicoli
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
tipica finestra provenzale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
girasole, sullo sfondo ceramiche
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
tutte diverse e variopinte, le borse di paglia

 

Ho cercato di non farmi tentare da un acquisto impulsivo ma non ci sono riuscita e nel negozio di ceramiche ho comprato una rana per la mia collezione (ne ho più di 50!) benché tra i souvenir quello che va per la maggior è la cicala, simbolo della Provenza. Di sicuro la presenza di quest’insetto, bruttino a dire il vero, è molto rilevante nel Sud della Francia e lo rivela l’assordante rumore che esse producono d’estate. Un detto svela che esse esistono in così gran quantità per tenere svegli i francesi, intorpiditi dal caldo e dal relax.

L’altro acquisto l’ho fatto presso il bel negozio ‘La fabrique de Pain d’Epice’ , forno che produce dolci artigianali, appunto. Il mio pan d’epice era con noci e fichi. La produttrice mi aveva garantito un mese di durata dall’apertura: l’ho mangiato in quattro giorni! Era eccezionale.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, la fabrique de pan d’epice

La visita a Gourdon è davvero gradevole ma finisce in fretta, la cittadina è molto piccola e pur apprezzando tutti gli scorci e i negozietti in un’ora si è visto tutto.

Route Napoleon

Riprendiamo così il pullman per scendere verso Cannes. Passiamo in mezzo a Grasse e Raffaella ne approfitta per raccontarci alcune cose molte interessanti. Prima di tutto ci svela che quella che stiamo percorrendo si chiama Route Napoleon, ossia la strada di crinale, di torre in torre che scelse Napoleone nel 1815 per tornare a Parigi dopo essere scappato dall’Elba. L’imperatore aveva soggiornato da giovane in queste zone ed era certo che avrebbe trovato collaborazione e assistenza durante la sua ascesa verso la capitale. I francesi del Sud erano ancora memori della difesa di Tolone nel 1793 e delle eroiche gesta del Buonaparte. Oggi la Route Napoleon è un percorso turistico che si può scegliere di affrontare, tutta o in parte, in diversi modi: in bicicletta, a piedi, in moto. Inaugurata nel 1932 conta all’incirca poco più di 300 km.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Targa su una fiancata di Notre dame de Bon Voyage a Cannes

Grasse è una cittadina sulla Route Napoleon e fu soggiorno obbligato di Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore, e anche della regina Vittoria. Famosa per la produzione di essenze, caratterizzata dalla presenza di due antiche torri, ma anche nota per la presenza di un supercarcere.

Cannes

Giunti a Cannes decido di seguire Raffaella verso la parte più antica di Cannes per arrivare al punto panoramico. In passato c’ero già stata e avevo camminato lungo la Croisette, che ho scoperto chiamarsi così per l’originaria presenza di una croce posta alla base della collina del Suquet, a simboleggiare l’inizio del  territorio dell’ordine religioso dei monaci di Lerino. Difatti l’antico nome della Promenade de La Croisette è Chemin de la petite croix. La Croisette, lunga 2 km, è caratterizzata dalla presenza di un litorale sabbioso da una parte e da alberghi e negozi di lusso dall’altra.

A Cannes si svolge il famoso Festival del Cinema, a maggio di ogni anno, e la cittadina per sostenere le spese del Palazzetto del Festival e dei congressi ospita perennemente esposizioni e congressi internazionali. Gira attorno alla cittadina una clientela ricca ed esigente attirata anche da queste expo molto importanti, come quelle immobiliari destinate alle grandi magioni e residenze di lusso.

Camminiamo attraverso la via centrale, la Rue Meynadier, caotica e caratteristica, ricca di piccole attività commerciali non costose. Giungiamo così sulla fortificazione, che domina la baia di Cannes, rara testimonianza del Medioevo con il suo castello a base quadrangolare, inizialmente nato come monastero.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, Le Castre

Dalla fortificazione possiamo ammirare la vista, fino alle isole Lerins.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, panorama
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Cannes, le isole Lerins

Raffaella si diverte a incuriosirci con la storia della maschera di ferro, famoso prigioniero di Luigi XIV dall’identità sconosciuta detenuto inizialmente proprio nella fortezza sull’isola di Santa Margherita.

Ci dice scherzando e ridendo che, scappato si fosse nascosto in un’abitazione, poi catturato nuovamente, poiché in seguito fu giustiziato, dopo successive detenzioni.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
testimonianza della fuga del prigioniero, chiamato maschera di ferro

Sulla fortificazione si trova anche il Museo de la Castre, mostra eterogenea di pezzi d’arte regalati da facoltosi donatori.

A questo punto torniamo verso la base della collina e ognuno è libero di andare a curiosare tra i negozietti e le vie antiche del Suquet, oppure nel mercatino sulla piazza centrale.

Riesco addirittura a trovare la statua dedicata a Lord Brougham, un inglese che voleva andare a Nizza ma fu fermato per via del colera e rimase a Cannes alcuni giorni. Fu colpito dal clima e dal paesaggio e fu quindi artefice del suo sviluppo come meta turistica.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Lord Brougham

La mia gita termina nella meravigliosa pasticceria di Jean Luc Pelé, dove mi tocca scegliere tra innumerevoli gusti di macaron, uno dei miei dolci preferiti, che qui sono a dir poco deliziosi.

Il viaggio di ritorno è stato allietato dal consolidarsi di un’amicizia nata per caso, su un pullman per la Francia, tra chiacchiere e risate e innocenti confessioni. Anna ed io ci rivedremo di sicuro.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
casa dipinta con personaggi del cinema

Segue galleria fotografica di altri scorci di Gourdon.

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA

GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
Gourdon, scorci
GOURDON, IL NIDO D'AQUILA IN PROVENZA
fortificazione

 

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire

Nello scorso articolo vi ho parlato della rassegna letteraria che si è svolta a Velva il 17 agosto a cui ho assistito e partecipato.

Di nome conoscevo già il paese e c’ero anche stata parecchio tempo fa quando un mio amico mi aveva mostrato il rustico e il terreno su cui sarebbe sorto il suo b&b, oggi in piena attività. Si chiama ‘La Casa di Nonna Carlotta e può essere una piacevole base per escursioni nelle Cinque terre o nell’appennino ligure, se prima non arrivano tedeschi che hanno preceduto anche me!

Devo però ammettere che rivedere il paesino è stata una piacevole sorpresa. Velva è un borgo medievale tra le colline di Liguria a 15 km da Sestri Levante, sito nel comune di Castiglione Chiavarese, a 432 mt s.l.m e conta poco più di 100 abitanti.

Se ci passate con l’auto rischiate di perdervi il meglio, perché la statale passa tra case relativamente nuove, ma la vera bellezza è nel suo centro storico. Dovrete perciò abbandonare l’auto e intrufolarvi nei suoi vicoli e viuzze. Ogni scorcio è una poesia. Ogni casa, pietra sconnessa, arco, discesa impervia o rampicante vi riporta indietro in un tempo antico.

Gli stranieri hanno iniziato ad apprezzare la bellezza antica dei nostri borghi, ritengo perciò che sia giusto portare anche all’attenzione di tutti i tesori che il nostro territorio nasconde e custodisce. Da Genova è solo un’ora e mezza di autostrada e una gita fuori porta di domenica può portarvi a scoprire posti mai visti.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
scorci di Velva

L’uscita autostradale è Sestri  Levante poi si prosegue per Castiglione Chiavarese, da lì sono solo 2 km e mezzo, ma l’importante è fermarsi quando si legge il cartello ‘Centro storico’, si possono percorrere ancora qualche centinaio di metri con l’auto poi si posteggia e ci si dirige verso la Chiesa di San Martino di Tours, situata al centro del paese e con un piazzale antistante decorato di bellissime pietre di fiume o di mare, bianche e nere. Quelle che chiamano anche risseu, ciottoli, e spesso decorano le piazzette in Liguria.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Campanile di Chiesa San Martino di Tours

Il campanile ha la particolarità di avere ben cinque campane intonate sulle prime cinque note della scala maggiore di MI bemolle e suonano anche tanto! Hanno infatti spesso simpaticamente interrotto la rappresentazione letteraria a cui stavo assistendo.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
piazzale antistante la Chiesa San Martino di tours
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Antico cancello
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Casa sul piazzale della Chiesa

Per stupirsi bisogna lasciarsi guidare dalla curiosità e addentrarsi nella pancia del paese, passare sotto i Volti e non temere la penombra.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Antichi passaggi

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire

Fino ad arrivare ad antichi sentieri. Ho così trovato un cartello che indica la strada di Vasca. Infatti proprio in quel punto aveva inizio la mulattiera che collegava Velva con Moneglia, unica strada per lo scambio di genti e di merci, oppure per pellegrinaggio e recarsi al Santuario della N.S. della Guardia di Velva. Vi si spostavano anche i contadini che andavano a lavorare nei castagneti.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
cartello informativo
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
da qui parte il sentiero di Vasca

Sempre curiosando tra le case e le piazzette si trovano scorci che sarebbero perfetti per i pittori

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
porta azzurra
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
alla tavernetta
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
tetti e boschi

All’interno del paese, nei locali dell’antico oratorio dei Bianchi, è stato creato il Museo Diffuso della Civiltà Contadina, al cui interno sono visibili reperti e testimonianze della vita contadina del secolo scorso. L’intera zona ha vissuto di solo lavoro della terra per parecchio tempo ed essendo un territorio impervio e difficile il Museo dà valore ad un lavoro difficile e spesso ai limite dell’impossibile, facendo dell’intera Velva testimonianza e parte integrante.

Spostandosi di pochi chilometri verso Varese Ligure, sulla linea di valico della strada provinciale passo Centocroci troverete il Santuario di N.S. della Guardia di Velva: costruito nel 1895. Ammetto, mea culpa, di non aver visitato il Santuario al suo interno benché vi siano oggetti sacri mirabili ma di essermi fermata sul suo piazzale solo per mangiare a pranzo presso l’albergo ristorante omonimo, di cui avevo letto ottime recensioni. Ed è infatti stato all’altezza. Come dire, va bene la cultura, ma quando è l’ora di mangiare ci fermiamo e assaporiamo i cibi locali.

Restando sull’argomento e con una piccola digressione vi parlerò di un altro posto particolare in cui ero stata qualche anno fa e dove ho voluto portare mio figlio Marco, che è un’ottima forchetta nonché buongustaio.

Dopo aver superato Velva c’è un bella curva a gomito che vi porta a Carro, poco prima del paese stesso c’è una deviazione sulla destra per Pavareto. Percorrete 2,2 km ed eccovi in un posto speciale: Il Filo di Paglia.

Perché è speciale? Ve lo spiego. La casa che ospita il ristorante e le stanze, alcune, del b&b è stata costruita con la paglia, mentre le altre stanze sono in una Villa Coloniale , ristrutturata in bioedilizia.

La proprietaria ha fortemente voluto questo tipo di costruzione e si impegna quotidianamente in questa sua ricerca di biologico e naturale. Le stanze sono belle e curate, di charme, ognuna con un arredamento curato e ingresso indipendente e il pilastro portante dell’Agriturismo è la cucina. La produzione propria di verdure e l’allevamento di una rara razza bovina, tipica della Liguria, la ricerca costante di ingredienti biologi e naturali, nonché la romantica terrazza con vista boschi e cielo stellato faranno della vostra cena un’esperienza indimenticabile.

Appena arrivata Francesca mi saluta con affetto e mi invita ad andare a vedere l’ultimo nato nella stalla: un vitellino di razza bovina cabannina.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
vitellino di razza Cabannina

Questa razza stava per estinguersi ma grazie anche al loro allevamento i capi sono nuovamente in aumento. È una razza rustica, di taglia medio-piccola , produce poco latte ma di altissima qualità, da qui la produzione in proprio di formaggi unici a latte crudo. Inutile dire che ne ho preso un piatto intero di degustazione, serviti con miele, noci e mostarda di frutta. Marco invece ha potuto degustare ragù di carne e brasato e mi ha dato ragione, ne valeva la pena!

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
A lume di candela, con vista Appennino

Ah, per amanti del vino e del buon bere la carta dei vini è ricca e speciale: vini naturali del territorio. Insomma se vi trovate da queste parti io una visita la farei.

Per proseguire invece nella scoperta del territorio sabato 18 ho voluto portare Marco a vedere Varese Ligure. Il borgo è situato nella Alta Val di Vara, nota come ‘Valle del Biologico’.

 Varese Ligure è stato il primo comune italiano ad ottenere le certificazioni ambientali (ISO 14001 e EMAS) e nel 2004 è stato premiato dall’Unione Europea come migliore comunità rurale.

Io conosco molto bene le bellezze del territorio e la qualità del cibo di questa valle perché per anni sono andata in un agriturismo che faceva allevamento del bufalo, a Suvero, Rocchetta di Vara. La mia frequentazione era così assidua da stringere amicizia con i proprietari. Purtroppo poi hanno ceduto e io non ho mai avuto il coraggio di provare la gestione dei  nuovi proprietari.

Pertanto vi consiglio di prendervi un weekend, soggiornare in uno dei tanti b&b e girare per i borghi medioevali, concedendovi soste per ottimo cibo e vini autoctoni.

Varese Ligure è anche chiamato il paese tondo per la caratteristica forma ellittica con al centro la piazza adibita a mercato, la forma tonda fungeva da fortificazione.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
foto dal web, Varese Ligure dall’alto
VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
descrizione del borgo

Il nome Varese deriva appunto dal fiume Vara, che lo attraversa e la sua storia di feudo dei Fieschi è testimoniata dal bellissimo castello medioevale.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Castello dei Fieschi

Ancora funzionante e intatto nella sua forma il bellissimo ponte romanico che porta al quartiere Guercino che si sviluppa sulla collina e  degrada verso il fiume Vara.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
ponte romanico di Varese Ligure

Il ponte è a una sola fornice e risale 1515, costruito dopo una forte pioggia che  spazzò via la passerella e che trascinò con sé anche un giovane ragazzo che si salvò e raggiunse la giovane moglie.

Sulla sponda destra del ponte notiamo  questo bassorilievo quattrocentesco,

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
La Nascita, la Morte la Resurrezione di Cristo

esempio di devozione popolare.

VAL DI VARA: VELVA E DINTORNI, un territorio tutto da scoprire
Varese Ligure, scorcio

Lasciatevi portare dalle sue vie, dai suoi portici, a volte dalle note di un pianoforte, scappate da una finestra aperta, che vi porteranno a seguirle ipnotizzati, come se fosse il pifferaio magico.

Per ora il mio giro è terminato, non ho potuto fermarmi di più perché mi sarei trovata a tornare il sabato di ferragosto, ma devo ammettere che dopo questa gita mi è rimasta una gran voglia di tornare a scoprire altri territori stupendi, a volte un po’ sottovalutati, ma ricchi di storia, testimonianze umane, duro lavoro della terra e dominio su terreni aspri e impervi ma che sano dare frutti ricchi,saporiti e dolci, cullati dal sole e dall’aria salmastra di Liguria.

Val di Vara, la valle dei borghi rotondi del biologico e dello sport.

 

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO

    IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLOVista di Velva

Si è svolta venerdì 17 agosto  la rassegna letteraria ‘In Velva Litterae: ai margini’, nome dovuto al luogo in cui si è svolta: l’incantevole paesino medioevale Velva, entroterra di Castiglione Chiavarese. Vi rimanderò ad un articolo seguente per i cenni sul luogo e su alcune eccellenze dei suoi dintorni.

Dopo il tragico evento del 14 agosto, giorno in cui è crollato il ponte Morandi e in cui hanno perso la vita 39 persone e la vita di molte famiglie si è interrotta o spezzata ero molto in dubbio sulla partecipazione. Sono rimasta molto colpita e sconvolta da quanto accaduto e tuttora e per molto ancora il mio pensiero andrà lì e alla fatalità per cui ‘non ero io’. La stessa organizzatrice ha rischiato di essere sopra il ponte se un paio di inconvenienti non l’avessero fatta tardare. Per cui l’animo con cui abbiamo affrontato la rassegna non è stato festoso, ma semmai di riflessione. La letteratura e la poesia da sempre affrontano temi come la vita, la morte e il loro significato, e quasi per caso il titolo della rassegna quest’anno era : al limite.

La rassegna è stata organizzata dall’associazione culturale LIBRIDA, patrocinata dal Comune di Castiglione Chiavarese e organizzata da Alessandra Giordano, in arte anche Rosa Johanna Pintus, scrittrice e poetessa, istrionica e vitale.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Rosa Johanna Pintus

Le presentazioni in programma erano diverse e varie, tutte molto interessanti e intorno alle 20 era previsto un break per cena buffet.

Velva non è un paese molto conosciuto, almeno da noi liguri, perché vi assicuro che tra gli stranieri va per la maggiore. Interessata ad andare a sentire ho dovuto ripiegare per una stanza in un paese vicino perché tutti i bed&breakfast erano pieni, compreso quello di un mio caro amico di vecchia data che ha comunque partecipato con la sua presenza.

E’ un piccolo borgo antico, molto adatto ad una rappresentazione culturale, anche scenografica.

La prima presentazione si è tenuta in una stanza del museo contadino e il professor Fausto Figone ha presentato il suo libro ‘La Fabbrica dei Tubi’, raccontando storia, crescita e declino di una delle più importanti aziende del Tigullio dai primi del ‘900 fino alla sua chiusura negli anni ’80. Localmente la fabbrica era chiamata Tubifera ed è stata tra le prime in Italia a produrre tubi senza saldature.

La presentazione è stata accompagnata dalla visione di belle fotografie d’epoca che ci hanno mostrato i cambiamenti di Sestri levante, le nuove costruzioni dovute all’adeguamento della città alla nuova realtà e soprattutto ci hanno mostrato il lato umano, aspetto su cui il libro stesso punta molto. Difatti benché sia consistente la parte meramente tecnica del racconto è altrettanto importante il tessuto sociale in cui si inserì la fabbrica. Nel momento di massimo impiego la fabbrica occupava circa 2.500 persone ed erano per lo più tutti uomini della valle. Il libro perciò lascia ampio spazio alle storie umane, raccogliendo testimonianze e frammenti di vita vissuta. Lo stesso Prof. Figone ha lavorato per diversi anni nella F.I.T, dopo essere uscito dalla scuola professionale che preparava i giovani all’impiego in tale ambito.

Fausto Figone, nato a Varese Ligure, ha al suo attivo diversi titoli che trattano le stesse tematiche sociali storiche, ambientate nel Comune di Castiglione Chiavarese, di cui è stato anche  Assessore alla Cultura e Sindaco.

Per proseguire nelle presentazioni ci siamo quindi spostati di locali dove ci attendevano le scrittrici, Sergia Monleone e Isabella Nicora che si sono presentate a vicenda.

Sergia Monleone e Isabella Nicora

Sergia Monleone presentava il suo noir, ‘Palaseomnost, le inchieste del commissario Primo Miraggio’, lasciandoci con molta curiosità sulla doppia inchiesta del commissario su traffico di organi e una strana agenzia matrimoniale. Tutto raccontato anche  attraverso riflessioni personali tratte dalla movimentata vita famigliare del protagonista. Edizioni Liberodiscrivere. Questo è il secondo libro dell’autrice, seguito di ‘Primo Miraggio’, nel quale possiamo conoscere il protagonista e la sua storia.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Copertina di Paleseomnost

Durante la presentazione sono state lette alcune pagine rappresentative del romanzo, quelle cosiddette della svolta dell’indagine. Ma è chiaro che non che resti che leggerlo per sapere cosa accadrà!

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Anna Scelzo legge i brani scelti dai libri presentati

Ugualmente abbiamo ascoltato la lettura di pagine scelte da ‘Il cavallo a dondolo’ di Isabella Nicora, storia di amore e di ludopatia. Un tema purtroppo scottante  e di tragica attualità di questi tempi. La protagonista è una donna, che ha già alle sue spalle diverse sofferenze e che si trova ad affrontare questo dramma proprio nella sua famiglia. Le pagine lette erano molto toccanti e ci lasciavano intendere l’enorme peso e tragedia nella vita della ragazza.

Isabella Nicora nasce come pittrice, ha infatti curato e creato la copertina del suo libro con una creazione originale, e ha iniziato a dedicarsi alla scrittura dalla nascita del nipotino, iniziando con le favole per poi spostarsi su un pubblico adulto.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Il cavallo a dondolo, copertina

Terminate queste presentazioni ci siamo diretti sullo spiazzo antistante il Museo Contadino, per assistere ad una drammatica rappresentazione.

Il romanzo ‘Semi di Guerriglia’ di Camilla Ferroni, è una distopia, ossia una storia di fantascienza ambientata in un (non così tanto) ipotetico futuro, dove una milizia dittatoriale ha preso il potere nell’emisfero boreale, dopo una guerra tra i due emisferi. Un brano iniziale del suo romanzo è stato letto da Alessandra Giordano e messo in scena d Danilo Mantegna e una sua allieva, con una battaglia ju-jitsu con la katana.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Semi di Guerriglia, rappresentazione di brano con lotta ju jitsu

Siamo così catapultati nel romanzo, in un futuro apocalittico, quando il protagonista, facente parte della milizia incontra una ribelle e c’è uno scontro. La battaglia con le  spade, la musica di sottofondo, la voce di Alessandra e lo spazio esterno, con tutti i boschi come cornice ci hanno trasportato in un’altra dimensione. Geniale Alessandra che ha collocato questa scena in una piazzetta con la vista sui monti e sul verde in quanto il mondo vegetale, manipolato geneticamente, è parte fondamentale di questo romanzo.

Camilla si presenta come una persona timida e riservata ma quando parla del suo romanzo, delle motivazioni che l’hanno spinta a scriverlo e dei suoi significati si accende e si anima. Lo trovate in versione digitale.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
Camilla Ferroni

Una menzione speciale a Danilo Mantegna e alla sua giovane allieva che ci hanno mostrato un esempio dell’attività che l’associazione DAS- Difesa Arte Spirito, svolge in quartieri più disagiati per dare ai ragazzi uno sbocco sportivo e l’insegnamento della disciplina.

A seguire i bambini di Velva ci hanno allietato con la rappresentazione di un laboratorio teatrale, mettendo in scena una favola scritta da Alida Maria Olivetta. La fiaba racconta di una fabbrica di giocattoli che utilizza gli stessi per scopi bellici, ma sono gli stessi giochi, interpretati dai bravissimi bambini a ribellarsi a questo loro destino, togliendosi le bombe di cui erano imbottiti  e a cercare invece bambini bisognosi di un gioco per svago.

A questo punto è stata offerta una cena, preparata sul luogo, che ci ha dato modo di riposare e rinfrancarci senza doverci spostare da Velva.

Accanto alla zona buffet la pittrice Francesca Bellati ha messo in mostra le sue opere, delicati acquarelli di paesaggi e ritratti. Ho approfittato della sua postazione temporanea per far fare un ritratto a Marco, che contro le mie aspettative si è reso disponibile, e Francesca ne ha colto sguardo ed espressione. Francesca è di Genova ed è pittrice, potete contattarla dal suo profilo fb e dare un’occhiata al suo blog e alle foto di alcuni  suoi lavori che ho scattato ieri.

IN VELVA LITTERAE, RASSEGNA LETTERARIA E NON SOLO
opere di Francesca Bellati

Dopo il break ci siamo diretti sulla piazza della Chiesa, di fronte all’oratorio dove era allestito un palco. La prima presentazione era quella del mio romanzo, ‘Viola e i tempi del verbo essere’, storia che ho scritto per convogliare le emozioni che mi hanno sopraffatta dopo la nascita di mio figlio, nato gravemente malformato e che ha combattuto tra la vita e la morte. E’ nata così la storia di una donna moderna, forte ma fragile. Ho tratteggiato attraverso diversi flashback temporali, i tempi del verbo essere, la sua storia difficile fino all’interrogativo: la nostra vita è destino o il frutto delle nostre scelte? Nel romanzo sono trattati anche temi forti come la violenza famigliare e le relazioni sentimentali vissute fino al limite. Ringrazio Alessandra per l’opportunità che mi ha dato in questo importante contesto.

A seguire Alessandra  ha presentato il suo libro ‘Brandelli Blu Mare’, edito con lo pseudonimo Rosa Johanna Pintus, con la collaborazione di Ibrahima Diallo, rifugiato della Guinea. Il libro nasce come una raccolta di testimonianze dirette raccolte da ragazzi che hanno sfidato le prigioni libiche e il mare per trovare una vita più dignitosa, tra cui lo stesso Ibrahima. Alessandra ci ha spiegato come in Guinea non esista democrazia e vi sia un forte assoggettamento alla Francia e alle sue politiche economiche.

Presente alla manifestazione e  invitato a portare la sua testimonianza c’era invece un’altro ragazzo della Guinea , Oumar Barry che ha cantato una canzone rap nella sua lingua natìa e ci ha fatto emozionare per la sua bella voce e la musicalità della stessa.

Alessandra Giordano, insegnante, ha scritto diversi libri le cui tematiche  principali sono le persone e i quartieri disagiati in cui vivono. Infatti in ‘Frammenti in Fiore’ ci racconta l’età dell’adolescenza, romanzo corale con protagonisti alcuni  ragazzini del Cep di Pra’ e in ‘In un posto sbagliato’ ci offre la descrizione di una realtà urbana poco conosciuta. e dei suoi abitanti.

Dopo abbiamo avuto il piacere di ascoltare la chitarra e le poesie di Roberto Marzano, che si autodefinisce bidello giulivo: questo fa di professione, ma per diletto e passione gioca con le parole e le note, in una maniera inaspettata e divertente, a tratti irriverente. L’ecletticità di Roberto non può essere raccontata, ne’ le sue poesie descritte, bisogna ascoltarle e godere dei giochi di parole e delle allitterazioni che tolgono e danno significato allo stesso tempo. Curiosate sulle sue pagine Facebook, collegate al suo profilo principale, ne vedrete delle belle!

Tra le due rappresentazioni di Roberto, abbiamo assistito alla lettura con annessa coreografia danzata di tre bellissime poesie di Francesco Brunetti, scrittore e poeta. Si definisce estemporaneo, non segue trame o canovacci ma si lascia ispirare dalla parola e dai fatti contingenti.

Sulle parole di Lola, splendida poesia, toccante e aspra, tratta  da AISEOPOESIA  (2013) Alessandra ha danzato e Oumar ha inserito pezzi rap. La sera aveva ormai lasciato spazio alla notte, il cielo color indaco e lo spicchio di luna brillava alto. L’atmosfera era magica e ci siamo lasciati trascinare dalla ritmicità delle parole e dalle immagini che dipingevano per noi.

Queste le prime parole della poesia:

Mi presento: Lola, ballerina di flamenco,

scuola di danza mai iniziata, cominciò prima la vita.

Nutrita di latte e canto flamenco,

cresciuta tra nacchere e mosse di anche,

donna di sogni consunti.

E il ritmo della poesia incalza come un flamenco, appunto, fino all’epilogo, tragico.

Da ‘Strane idee’ del 2010 il poeta ha selezionato per noi il componimento ‘Al Principio era il buio’ per poi concludere con il toccante ‘Adamo’, dove forti sono risuonate le parole e ci hanno scavato l’anima, e riempito  di lacrime gli occhi riportandoci con il pensiero alla nostra amata Genova. Strano come parole scritte in passato ci riportino a eventi appena accaduti.

Ecco alcuni versi:

Adamo non si è mai pentito/e tu invano gli hai scavato l’anima./ Il sangue ancor macchia la pietra assassina /Ascoltando il verbo mi ci riconosco….la terra trema,tuona,si fende, rovina/ l’ urlo urge e deflagra mentre crolla il muri

 

Per concludere con un sorriso l’organizzatrice ha voluto far recitare la più leggera poesia, ma dal significato chiaro e semplice, di Roberto Marzano, ‘Downlove: l’amore ai tempi di Facebook’. Che vi pubblico intera, su sua gentile concessione.

DOWNLOVE

Ti prego taggami
lungo la schiena un browser
copia ed incollami
i file tuoi nell’anima
tesoro mio modificami
sarò il tuo umile server
il tuo disco fisso
la perdizione in bluetooth
piccolo mouse che non fugge
sta connesso ed anela
a loggare i tuoi giga
ammorbidendo il firewall…
Ma il downlove non si avvia
non resettarmi la ram
forse il software è obsoleto
s’imporrebbe un upload
ma amor mio mi accontento
di un pdf anche piccolo
un media player d’annata
un viaggio su google earth
basta che tu mi dia
la tua mail od un brivido
un sorriso zippato
e che clicchi “mi piace”
condivida il mio post
ma fa presto se no
mi si arresta il sistema
e davvero non so
se poi mi riavvierò…

Con ringraziamenti e saluti la rassegna si è conclusa e torniamo tutti a casa arricchiti di parole, pensieri, suoni e immagini.

Leggendo il post di un amico su Facebook ho riflettuto sulla bellezza. Il suo pensiero era abbastanza disfattista, esprimeva una certa riluttanza a credere che la bellezza salverà il mondo. Come spesso ci capita di leggere e di dire, tra l’altro. Pur condividendo in un certo senso le sue parole, che estendevano all’intera società la possibilità di salvarsi grazie alla bellezza, non al singolo individuo che la pratica, io però preferisco continuare a pensare che la bellezza potrebbe non salvare il mondo, ma che lo rende nel frattempo un posto decisamente migliore in cui vivere.

Anche se fosse solo l’effimera illusione di una sera.