ALL’ELAH

Tutti i pomeriggi quando rientro dal lavoro porto i cani a fare un giretto e li porto ai giardinetti ( i Giardi,detti anche dell’Elah, per via della fabbrica che occupava l’area in precedenza). Di solito Marco va lì e vado a dare un’occhiata.

Tutti i giorni ci sono più o meno le stesse persone e le 17,30 è l’orario in cui tutti i ragazzini e i bambini, usciti da scuola, si godono l’oretta d’aria. Ma non solo loro.

Così ho osservato una cosa. La distribuzione negli spazi è più o meno sempre la stessa, c’è una specie di codice muto, sottinteso per cui ci si piazza a seconda delle fasce di età e si migra nelle aree di appartenenza solo una volta giunti all’età giusta.

Nell’angolino estremo a destra, nascosti da un muretto e con due panchine a disposizione ci sono i QPG, quelli più grandi. Arrivano con la moto o con l’auto che a volte lasciano con la musica accesa e di solito sono avvolti da una nube di fumo. Bevono birra e chiacchierano tranquilli. Curano una rosa rossa, piantata nell’aiuola vicino, per ricordare un loro amico scomparso.

Nella parte di corridoio superiore, sotto la balza degli ulivi, all’estrema sinistra stanno i NCNP, né carne né pesce. Ragazzotti in piena adolescenza, di solito alle superiori, dediti anche loro alla birretta ma spesso anche all’estathé. Intorno alla loro panchina abbondano i rifiuti di carta di patatine e cartoni delle pizze. La musica arriva dagli smartphone, spesso è trap.

Se li sorpasso arrivo alle scalette che tornano verso la piazza più grande. Lì sacrificati in un angolo, che poi è un trapezio, incastrati tra una scala e l’altra stanno i NAA, non ancora adolescenti. Bimbetti che aspirano a giocare nella piazza grande, ma non andando ancora alle medie non hanno raggiunto il diritto di partecipare al campionato. Riescono a vedere un campo e una porta in quattro metri quadrati e difendono il loro spazio con le unghie e con i denti.

La piazza principale, occupata centralmente da una grande fontana vuota, costruita apposta per non fare giocare i ragazzini a pallone (ah ah ah) è di uso esclusivo del TM, trienno medie; agognata sin dalle elementari permette gran partitoni, crossando la fontana e cercando il gol tra la scala nord o la scala sud, a seconda della squadra.

A volte questa foga suscita le ire dei VDZ, vecchietti della zona, che pare non trovino altro posto in cui sedersi che non siano le panchine fuori dalla piazza, rischiando pallonate in testa. Ma forse lo fanno apposta: non trovano più cantieri da osservare.

Lo stesso può capitare con le mamme e i papà dei IPP, i più piccoli che occupano gli scivoli della piazzetta sotto la scala Sud. Talvolta una parata mal riuscita lascia passare una palla assassina verso i giochi sottostanti, c’è sempre solo da sperare che la palla perda forza non centrando alcun bambino. Ovvio che le mamme e i papà gridano improperi verso i TM, che si prodigano in ‘scusi, scusi, scusi’ per poi ricominciare a calciare come se non ci fosse un domani!

IPP devono dividere i loro giochi con quelli della ZTM, zona tacchinamento medie. Due panchine e un gioco  a casetta delimitano la zona di quei maschietti che disertano la partitona quotidiana per dedicarsi al tacchinamento.  Dopo aver fatto tutto il giro di solito è lì che becco Marco. Nonostante ciò, quando mi vede se mi vede, mi corre ancora incontro per salutarmi e questo mi fa sorridere.

Il mio giro è completo, ritorno lungo la piazza e passo davanti all’ultimo settore, IVE, la quarta elementare con mamme, che si sono accaparrati il muretto e le panchine intorno all’aiuola più grande; sono ancora troppo piccoli per non stare sotto controllo diretto.

Quando verrà caldo, veramente caldo, i Giardi si svuoteranno e i ragazzini andranno al mare o in piscina per tornare ad animarsi solo dopo il tramonto, con il fresco. Ma piano piano si attuerà la migrazione e con il passare dei mesi gli occupanti di determinate zone  si sposteranno in quella successiva.

Poi verrà il momento che anche per loro gli Elah saranno solo un ricordo d’infanzia, una tappa obbligata che li avrà accompagnati nella loro crescita, una specie di rito del rispetto delle gerarchie.

Noi li vediamo solo giocare, o passare il tempo libero, in realtà anche lì imparano e crescono.

Tutti i bambini e i ragazzi del mondo avrebbero diritto a un loro spazio e al loro tempo per crescere.

E voi ricordate il vostro luogo dell’infanzia e adolescenza?

ALZA GLI OCCHI…DAL TUO SMARTPHONE!

Alza gli occhi dal tuo smartphone e scopri…

L’albero di Giuda

Eccomi di nuovo con un invito a guardarvi intorno.

Questo tipo di post non vuole avere la pretesa di raccontare chissà che, ma piuttosto di esortarvi  a vedere la bellezza di ciò che ci circonda.

La bellezza c’è anche dove parrebbe non esserci.

Lo so che a volte è davvero difficile. Siamo stanchi, nervosi, preoccupati. Ci svegliamo già con il piede sbagliato, arrabbiati di avere giornate una uguale all’altra e arrivare a sera sfiniti. È normale che in alcuni momenti della vita ciò sia inevitabile, ma altre volte può dipendere da noi.

Il mio umore, al mattino, quando vado a prendere il treno non è mai dei migliori. Non amo alzarmi presto e inizio anche a essere un po’ stufa dopo tanti anni di fare la pendolare. Ma al momento non ho alternative, devo lavorare e non posso spostarmi dalla periferia in cui abito.

Però questo periodo dell’anno offre cose belle da vedere. Invece di rimuginare sui brutti pensieri mi guardo in giro e mi accorgo che sono già fioriti quei bellissimi alberi nel posteggio della stazione.

Tempo fa mi sono chiesta cosa fossero. Sembrano alberi di pesco, per il colore rosa acceso della fioritura ma ovviamente non ho mai visto pesche mature nel posteggio! Così ho fatto una ricerca e ho scoperto che…

Si tratta dell’albero di Giuda. È una leguminosa e i suoi fiori si possono addirittura mangiare!

Si può chiamare anche Siliquastro (nome botanico Cercis siliquastrum). Il suo nome volgare deriva dalla regione della Giudea, nel vicino Oriente, ma pare che vi sia anche una leggenda legata a Giuda Iscariota, da cui far discendere il nome della pianta.

Si narra infatti che Giuda tradì Gesù sotto questo albero, con il famoso bacio,e che poi vinto dal rimorso vi si impiccò.

Di sicuro l’albero di Giuda ha una fioritura che non passa inosservata: i fiori sono rosa scuro, quasi lilla e spuntano direttamente sulla scura corteccia nuda ancor prima delle foglie fino ad avvolgere completamente i rami. Il tempo di fioritura va da marzo ad aprile, quindi in corrispondenza con il periodo pasquale. Perciò le antiche leggende fanno riferimento a questo albero: la fioritura rimanda alla passione di Cristo, i paramenti della liturgia pasquale sono dello stesso colore, le bacche sono di un acceso rosso vivo, ricordando il sangue.

Ho scoperto che questo bellissimo albero viene appositamente utilizzato nei parchi e nei giardini, perché oltre che essere ornamentale, è molto forte. Ha bisogni di pochissima cura ed è molto resistente all’inquinamento atmosferico, rendendolo adatto alle città. Può stare in un clima molto caldo oppure moderatamente freddo, necessitando di davvero poca acqua nelle torride estati.

Cresce lentamente e può arrivare fino a 10 metri.

La curiosità più saliente è che i sui fiori sono edibili. Si possono mettere in insalate o minestre.

Il loro sapore è infatti dolce, ma leggermente acido e contrasta magnificamente con gli altri ingredienti.

Ecco un esempio di utilizzo:

Marmellata di fiori

Ingredienti

500 grammi di fiori

400 grammi di zucchero

1 bustina di pectina

Succo di mezzo limone

1 litro di acqua

Raccogliere i fiori all’inizio di aprile, prima che si siano schiusi completamente. Mettiamoli in una pentola con l’acqua e portiamo a bollore, mantenendolo per 10 minuti. Lasciamo in infusione per almeno 12 ore e infine filtriamo con un colino a maglie fitte. Aggiungiamo l’equivalente del peso complessivo in zucchero, la pectina e poco succo di limone. Facciamo cuocere fino a quando avrà raggiunto la giusta consistenza.

Ecco, ogni cosa che ci circonda ha una storia. A me piace scoprire queste storie. Non cambieranno la mia vita, ma forse mi strapperanno un sorriso.

E voi? Avete visto un albero di Giuda ultimamente?

CATTIVI NOI? L’altra faccia della favola

In questi ultimi due anni ho visto molti spettacoli teatrali, di vario genere e mi sono appassionata a questo mondo. Trovo che il teatro sia magico. Ti trasporta in un’altra realtà ma quando ne esci non ne sei mai completamente fuori. Qualcosa ti resta sempre appiccicato addosso e questo è merito degli attori. Quando ne ho la possibilità mi piace intrattenermi a parlare con gli artisti e fare loro domande su cosa li abbia spinti verso il teatro e cosa esso rappresenti per loro. Talvolta, per alcuni, calcare le scene è qualcosa di poco più di un passatempo, magari fatto con passione, ma a livello amatoriale, altre volte è invece pane quotidiano.

Sabato scorso ho avuto il piacere di vedere lo spettacolo ‘Cattivi noi?!? L’altra faccia della favola’ della Compagnia ‘La Corte dei Ratti’, scritto e diretto Teresa Vatavuk.

CATTIVI NOI?
Locandina

La stessa Teresa è interprete insieme a Francesca Margagliano, Chiara Gnecco e Martina Beccaro di questo divertentissimo spettacolo.

Teresa si è divertita a riscrivere le favole e a mostrarci una prospettiva differente. Le cose infatti potrebbero essere andate molto diversamente da come ce le hanno sempre raccontate e i cattivi potrebbero non essere davvero così cattivi.

Il risultato è un’ora e un quarto di esilarante recitazione in cui le quattro attrici si alternano sul palco nella reinterpretazione di alcune tra le favole più famose dando vita ad uno spettacolo unico.

Mi ha davvero colpito di queste bravissime ragazze quanto siano tra di loro diverse e allo stesso tempo complementari. Forse per questo lo spettacolo è brioso e non perde mai né tono né ritmo. Le scenette si susseguono velocemente e quasi quando ci si ritrova alla fine se ne vorrebbe ancora.

Gli applausi sono strameritati.

È stato osservato dal presentatore quanto sia particolare una compagnia di sole donne con attitudine comica e questo mi fa ha fatto riflettere.

Io non credo che la comicità sia appannaggio maschile, credo forse più ad un’abitudine a vedere gli uomini nei panni comici. Forse come in molti altri ambiti le donne soffrono dello stereotipo femminile per cui rivestire alcuni ruoli irriverenti, buffi o ‘abbruttenti’ non sia (stato) consono.

La figura femminile ingabbiata talvolta nell’obbligo di essere ‘piacente’ a tutti costi fatica a trovare spazi dove non deve esserlo per forza. Anzi dove la sua bravura sta nel superare il genere e appropriarsi del mestiere di attore, in questo caso comico.

Teresa, Francesca, Chiara e Martina in questo sono bravissime. Hanno una comicità pulita, mai volgare, fresca e diretta. La loro bravura è nella mimica, nelle battute, nell’interpretazione.

Se vi ho un po’ incuriosito questa è la loro pagina Facebook

https://www.facebook.com/groups/lacortedeiratti/

e questo il loro profilo Instagram

https://www.instagram.com/lacortedeiratti/?hl=it

Potrete rivedere ‘Cattivi noi?!?’ il giorno venerdì  10 maggio alle ore 21 al Teatro Bloser  e ve lo consiglio vivamente, oppure tenervi aggiornati per i nuovi spettacoli in arrivo. Pare che ce ne sia uno divertentissimo in programma per l’estate, per cui…seguitele!

Trovate Teresa anche nella scuola di recitazione Arti’s – Via Palmaria- per bambini e ragazzi e a breve anche corsi per adulti.

Io quasi quasi…un pensierino ce lo faccio. È già da un po’ che ci penso e sta a vedere che questa è la volta buona. Mi hanno davvero convinto!

Grimilde e lo specchio magico- Biancaneve

CATTIVI NOI?

Le sorellastre – Cenerentola

CATTIVI NOI?
Il lupo cattivo- I tre porcelllini

 

CATTIVI NOI?
Dama Gothel- Rapunzel

ALZA GLI OCCHI…DAL TUO SMARTPHONE!

Questa foto l’ho scattata nella mia via, nel quartiere dove abito.

ALZA GLI OCCHI...DAL TUO SMARTPHONE!

È un oggetto appena sopra le nostre teste, ma sono quasi certa che a tanti potrebbe essere sfuggito perché spesso camminiamo veloce, con la testa persa fra mille pensieri e preoccupazioni o peggio con gli occhi sullo schermo del nostro smartphone.

Io faccio spesso tutte e tre e le cose e mi ritrovo a sgridarmi da sola mentalmente.

‘Non correre, tanto non cambia nulla, cinque minuti più, cinque minuti meno, fa lo stesso…’

‘Non ti angosciare con troppi pensieri, tanto qualcosa sarà.’

‘Metti via il telefono, basta social, stai nella vita reale!’.

Di solito sono brava e mi ascolto. Mi guardo in giro, cammino più lenta, faccio due respiri profondi e mi godo il mio tempo e lo spazio attorno a me, con tutto quello che può offrire.

Così ho deciso di iniziare a condividere quello che i miei occhi colgono. In realtà possiamo stare attenti con tutti i sensi, ma la vista è quella attraverso cui elaboriamo la maggior parte delle nostre esperienze.

Ora, tornando al soggetto della foto, sapete cos’è?

Si chiama palo del barbiere, o barber pole, ed è un’insegna antichissima che esiste sin dal Medioevo. E’ un cilindro trasparente in cui la parte interna può ruotare, alternando così i tre colori: bianco, rosso e blu. Talvolta può essere anche solo bianco e rosso. L’insegna che ha appunto origine molto antiche serviva infatti a segnalare l’attività di un barbiere, che in tempi passati non si limitava al taglio dei capelli ma si estendeva a piccole pratiche mediche come l’estrazione dei denti, l’incisione degli ascessi, la ricomposizione di piccole fratture e soprattutto la pratica del salasso.

Il salasso era il prelievo di sangue effettuato con incisioni o sanguisughe e serviva a purificare il corpo, o almeno così pensavano al tempo. Oggi per fortuna non è più in uso!

Quando per questioni igieniche a Londra fu vietato di esporre il sangue fuori dai negozi per avvertire che si facevano i salassi, quest’insegna ne prese il posto.

Il palo simboleggia l’asta che veniva data al cliente per tenere il braccio orizzontale, il pomo l’ampolla in cui veniva raccolto il sangue, il rosso richiama il colore del sangue, il blu il colore delle vene e il bianco quello delle bende. Originariamente le bende venivano avvolte attorno al palo perché asciugassero, poi anche quest’usanza fu abbandonata per essere sostituita dalla semplice tinteggiatura.

Ho voluto inaugurare questa nuova categoria #alzagliocchi , con questa foto e questo articolo perché io quest’insegna la vedo tutti i giorni e ne conoscevo già il significato. Voi lo sapevate?

Quante ne avete viste?

La professione del barbiere da uomo sta lentamente scomparendo lasciando posto ai parrucchieri unisex, quindi si vedranno sempre meno di queste insegne.

Ditemi se ne avete vista una!

 

LA COLONNA SONORA

LA COLONNA SONORA

Sto ascoltando Spotify, con le cuffiette, dal cellulare. La playlist è una selezione proposta dalla app in base ai miei like e preferiti.
Io sono notoriamente smemorata ma la potenza evocativa della musica e di certi brani è davvero potente.

Mi trovo a provare emozioni forti ascoltando le canzoni una dopo l’altro perché sto facendo un viaggio nel tempo e per ogni brano ‘mi vedo’ esattamente in un luogo preciso. Come se fossi lì, come se fosse allora. È davvero notevole. Così con Halo, di Beyoncé, sono in un bar sul mare ad Ascea Marina. Uno dei quei bar costruiti sulle palafitte e il sole entra da tutte le pareti, che sono vetrate. Il mare brilla. È un luglio bellissimo. È il 2008.
Passa Frozen e sono a Siena. In un bar. Il video appare per la prima volta e io mi fermo incantata a vedere Madonna con lunghi capelli neri che diventa un levriero e poi uno stormo di corvi. Sono con un uomo che amo e sono felice.

LA COLONNA SONORA
Di nuovo Madonna, questa volta con Hung up. Sono in una stanza d’ospedale al Gaslini. Il cd è appena uscito e io ascolto senza fine, a ripetizione, questa canzone nelle giornate interminabili. È il 2005, Marco è appena nato e io sono felice che sia ancora vivo.
Bum! Mambo n° 5. MI trovo in un locale Brasiliano, è una serata con i colleghi. Ricordo ancora come sono vestita. Gonna nera corta con spacco e maglia rossa. Sono spensierata. Lì in mezzo, in tempi ancora non sospetti c’è il padre di mio figlio.
Ancora. Voulez coucher avec moi, 1987, remake di Sabrina Salerno, sono sedicenne, nella mia cameretta bianca e rosa e la ascolto con il walkman, pensando al ragazzo che mi ha registrato e regalato la cassetta. L’ho consumata quella cassetta a furia di sentirla.
E poi What a feeling, Irene Cara, colonna sonora di Flashdance e mi vedo nella palestra delle medie, per un corso di danza che non ho mai potuto finire perché mio padre, per un ritardo, non mi ci fece più andare. Era il 1983. Non un bel periodo da ricordare a dire il vero.

Balzo in avanti di 30 anni: 2013, quell’anno sono vissuta di musica pop. Ognuna delle hits mi ricorda un momento.

Ora sto aspettando il prossimo pezzo. Sono curiosa di sapere dove e ‘quando’ mi porterà. Vedo la mia vita come un film. Una pellicola consumata, con i bordi traforati sulla stringa nera laterale.

LA COLONNA SONORA

Posso mandare avanti e indietro e io sono sempre lì. L’attrice protagonista. A volte il regista mi ha sorpreso con eventi inattesi ma posso dire di avere sempre scelto le scene principali o di essermi adattata ad alcuni ciak inaspettati. Una cosa è certa. Amo la mia colonna sonora. E come alcuni sapori ti riportano a momenti sepolti nella memoria così alcune canzoni, come un flashback ti catapultano in un luogo e in un tempo passati.
Lascio scorrere il mio film e mi godo la trama. Spero solo in un lieto fine. Sono romantica, io.

LA COLONNA SONORA

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Ho letto un libro bellissimo. È il nuovo romanzo di Emanuela Ersilia Abbadessa : ‘È da lì che viene la luce’.

Dopo aver  letto il primo libro della Abbadessa, ‘Capo Scirocco’ ho iniziato a seguire gli aggiornamenti che la scrittrice postava sui social, apprezzando così anche la sua ironia e la sua sagacia. Sempre brillante, sempre tagliente, sempre appropriata.

Sono andata all’incontro con la scrittrice presso la libreria Feltrinelli e durante la presentazione, tenuta da Sara Rattaro, altra scrittrice che amo, ho capito che per me, questo, sarebbe stato un libro diverso. Una frase di Sara mi ha colpito; ha detto che questo è una lettura che nutre. Parlando della necessità di leggere, comunque sempre, ha specificato che libri così fanno la differenza perché lasciano qualcosa. Ed è assolutamente vero. Durante la lettura traspare tutta la cultura di chi scrive. L’amore per l’arte, per la musica, per i libri.

La storia è liberamente ispirata al fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden, vissuto a Taormina e famoso per le sue foto di nudi maschili, ispirati alla Grecia. Il periodo del racconto è quello fascista, anno 1932.

L’immagine di copertina è una foto intitolata Caino, scattata da von Gloeden e dalla stessa copertina mi è nata un’idea. La  Abbadessa parlando del suo modo di comporre un romanzo lo descrive come la costruzione di un”architettura’ per le scenografie e l’utilizzo della ‘pittura’ per descrivere personaggi e la storia. L’arte è ovunque in questo libro. Ne è permeata. La fotografia stessa è arte ed è attraverso essa che ciò che potrebbe apparire sconveniente viene purificato.

Purtroppo io non così ferrata in storia dell’arte, così ho avuto bisogno di ricorrere a Google ogni qualvolta  i protagonisti parlavano di arte o vi facevano riferimento. E lo fanno spesso! Ho così conservato tutte le ricerche e ho pensato di condividere le immagini stupende che ho potuto così scoprire.

Vi farò quindi fare un viaggio figurato nell’architettura di questo libro, alternando le immagini artistiche  a quelle dei luoghi dove si aggirano i personaggi del romanzo e ad alcuni oggetti d’epoca presenti. Non vi svelerò molto del contesto in cui si trovano per lasciarvi la curiosità di ritrovare il riferimento durante la lettura. Potrete comodamente leggere il romanzo, salvarvi l’articolo e scorrere le foto che lo compongono, a mano a mano che proseguite.

Prima di tutto, l’ambientazione. La splendida Taormina, dall’antica anima greca.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Piazza 9 aprile , Taormina

Ho scelto una piazza con una Chiesa perché mi fa pensare a un luogo immutato nel tempo. E poi la Messa è un riferimento costante nel racconto.

Castelmola, oggi nel circuito dei Borghi più belli d’Italia nel romanzo rappresenta il paese di montagna, quello da cui si sale e si scende a piedi.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Castelmola

Subito all’inizio ci imbattiamo in due eccellenze, due sculture: il Mosè di Michelangelo e  Bacco e veniamo accompagnati all’osservazione della luce e alla sua importanza.

“È il modo in cui si posa sulla materia a rendere viva la pietra”.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

 

 

 

 

Lo strumento con cui il protagonista, il Barone tedesco  Ludwig von Trier, immortala in auliche immagini i suoi modelli è una macchina fotografica Rolleiflex, ben descritta nelle prime pagine del romanzo e oggetto che scatena la curiosità di Sebastiano Caruso, giovane ragazzo siciliano.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
macchina fotografica Rollefleix

Più avanti nel romanzo fa la sua comparsa anche la Leica

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Leica

Il barone fotografo ovviamente è sempre alla ricerca di luoghi perfetti per i sui sfondi, così ci fa conoscere prima la meravigliosa Isola Bella, la perla del Mediterraneo, con i suoi colori e le sue sfumature di blu e poi ci porta nel sito archeologico di Megara Iblea, antica colonia greca.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Isola Bella, con la bassa marea raggiungibile a piedi
È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Megara Iblea

Il barone è benestante e per spostarsi non usa un auto qualunque. Ha un Mercedes Benz. Ma com’erano le auto nel 1930?

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Durante uno dei tanti colloqui tra il barone von Trier e la sua colta governante Elena fanno capolino Dante e Petrarca, Foscolo e Leopardi e a scatenare la curiosità di Ludwig verso la letteratura italiana furono le illustrazioni della Divina Commedia di  Doré. Tenete a mente l’illustrazione che ho scelto per voi, perché la ritroverete nel romanzo.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Paolo e Francesca, V° canto inferno

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Non vi svelerò in quale punto e perché si parli di questo dipinto di Donghi, ma vista l’importanza che ricopre era d’obbligo cercarlo. Se lo voleste vedere oggi dovreste andare a Venezia, alla Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Donna al caffè

L’epoca in cui è ambientato il romanzo è quella fascista e alcuni personaggi sono parte attiva del pensiero e dell’azione fascista. In quell’anno, il 1932, si posizionava il monolito di Marmo di Costantino Costantini nel Foro Mussolini, oggi Foro Italico, che fu inaugurato nell’ambito delle celebrazioni per il decennale della marcia su Roma il 28 ottobre 1932. Lo stadio dei Marmi invece fu inaugurato il 4 novembre dello stesso anno.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCEÈ DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

I riferimenti artistici si susseguono e a volte ci suggeriscono le sembianze di un personaggio, altre ci aiutano ad immaginare una scena, come se potessimo vederla.

Devo ammettere che di tutto quello che ho finora mostrato non conoscevo nulla, mentre ho ben presente lo sguardo di Davide nel dipinto di Caravaggio e la struggente posa della Pietà di Michelangelo. In entrambi i casi la potenza evocativa delle immagini che ricordavo mi hanno aiutato a vedere la scena descritta, come un film nelle mia testa.

 

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Davide con la testa di Golia, Caravaggio

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

 

 

 

 

Anche durante la presentazione del libro la scrittrice ha citato Via Crociferi a Catania e ne ha parlato come la perfetta scenografia. È la strada più antica di Catania, ricca di Chiese settecentesche  e architettura barocca. Un vero set a cielo aperto.

Ludwig e Elena si trovano ad un certo punto al cospetto dell’imponente Chiesa di San Francesco Borgia, con i suoi ampi scaloni in pietra  e le sue doppie colonne di marmo.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Chiesa di San Francesco Borgia,
È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Via Crociferi a Catania

 

 

 

 

 

 

Arrivata a questo punto ho voluto scegliere alcune foto che, secondo me, potrebbero aver ispirato Emanuela Abbadessa. Le riproduzioni delle foto di Von Gloeden che trovate sul web sono tante, perciò questa è una mia libera interpretazione, un ritrovare alcuni sguardi o alcune pose sapientemente descritte. Infatti nel romanzo i modelli del fotografo hanno un ruolo chiave nell’evolversi degli eventi.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Ad un certo punto della narrazione avviene una svolta, non completamente inaspettata ma che si preferirebbe non dover affrontare. Gli effetti del pensiero fascista sono arrivati ovunque e anche a Taormina esiste lo squadrismo. Qualcuno troverà su chi sfogare i suoi metodi intolleranti.

Camicie nere, fez, manganelli e spillette appuntate.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Ma nonostante l’ottusità del pensiero fascista c’è sempre uno spiraglio per far entrare la luce e pensare al bello. Ludwig, in un momento di sconforto, pensa alle sue sculture preferite, pensa alle loro pose e fattezze, alle loro membra e ai loro volti e queste gli comunicano solo bellezza.

‘La bellezza non era mai malata’.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
I prigioni di Michelangelo
È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Apollo sauroctono, Prassitele

 

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Aphrodite Cnida, Prassitele

 

 

 

 

 

 

 

 

La città di Palermo e l’immagine del Politeama fanno da sfondo ai pensieri di Alfredo Romano, gerarca fascista, amico di Ludwig e per lui preoccupato

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

ed è per questo motivo che trama alle sue spalle organizzando eventi mondani presso la sua abitazione, dove Ludwig si troverà a discorrere con una donna di fronte a questo dipinto di Donghi, La Canzonettista.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE

Se questo dipinto serve a introdurre la visione dei rapporti tra uomini e donne, secondo l’arguta interlocutrice del barone, l’immagine che vi mostro di seguito rappresenta invece le fattezze della donna ideale di Alfredo Romano. Benché non rilevante ai fini della narrazione vi è una forte contrapposizione di figure femminili nel romanzo, con le loro differenti fattezze, caratteristiche e corrispondenze artistiche. L’autrice semina indizi, sta a noi raccoglierli.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Statuina di Capodimonte

E così con l’ultimo richiamo pittorico che vi lascio, una delicata Madonna di Lippi.

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE
Madonna col Bambino e due angeli

Non era mia intenzione svelare troppo della trama e degli avvenimenti narrati, anche perché vi toglierei il piacere di affrontare la lettura che invece va goduta appieno. Spero invece di avervi dato un supporto per poter fare un viaggio dentro a questo bellissimo romanzo.

Non mi resta che augurarvi buona lettura!

IL LIMITE

Una riflessione sul limite di sopportazione.

Il limite di sopportazione, in un qualsiasi rapporto, in caso di incomprensioni o problemi è un fattore assolutamente personale. Come la soglia del dolore, ognuno l’ha diversa. Così il limite di sopportazione. Quante volte ci troviamo a pensare che in una data situazione, a noi estranea, noi non sopporteremmo un minuto di più? E poi magari ciò non è vero, perché in realtà ne abbiamo sopportato di peggio. Nemmeno noi sappiamo qual è il nostro limite, in partenza. Lo scopriamo vivendo.

Il dizionario dà due differenti versioni del verbo sopportare. Alcune situazioni non possiamo fare altro che sopportarle perché sfuggono al nostro controllo. E’ il caso numero uno. Dove sopportare significare tollerare, adattarsi. Resistere. Da ciò essere resilienti.

Il caso due implica invece che potremmo sottrarci alla pena o al disturbo che ci affligge. Difatti in questa accezione sopportare è sinonimo di patire, subire. Da ciò ne discende che dipende da noi decidere quando far cessare la sofferenza. Di solito entrano in gioco molti fattori che ci impediscono di prendere delle decisioni. Sia sul lavoro, che in amicizia o in un rapporto di coppia, ma ovviamente tutto ruota attorno alla relazione tra sopportazione e beneficio. O presunto tale. Perché dobbiamo avere la percezione di un beneficio per rimanere in una situazione tossica.

Personalmente mi fanno sorridere le affermazioni secondo cui le coppie una volta duravano di più perché si aggiustava invece che buttare. Le relazioni non sono oggetti.

C’è un’usanza giapponese che sostiene che la tazza rotta e aggiustata sia più preziosa. Infatti attraverso un procedimento sofisticato che prende il nome di “tecnica Kintsugi” si rimettono insieme tutti i cocci con una resina fa da collante mista a oro, argento o platino. La tazza così rappresenterebbe la vita e i cambiamenti che essa porta, mostrando con fierezza le difficoltà che ha dovuto, appunto, sopportare.

Però è anche vero che a volte a quella tazza è impossibile riattaccare tutti i pezzi. Voi berreste da una tazza che fa acqua da tutte le parti?

Ci sono volte in cui aggiustare è impossibile. Il limite è personale. Personalmente credo e ritengo che il giusto limite sia quello del rispetto, della fiducia  e della  propria dignità. Decaduti quelli la tazza è irrimediabilmente da gettare.

LA MEMORIA

La Memoria

Una sera mi sono addormentata con un pensiero in testa.

E se domani mattina mi svegliassi e non ricordassi più nulla? Se tutti, tutti gli abitanti della Terra non ricordassero più nulla? Lì per lì ho accarezzato l’idea di scrivere un racconto, una storia, alla Stephen King, uno di quei mattoni con descrizioni assurde e personaggi epici, ma ho ritenuto di non essere all’altezza. Bisogna riconoscere i propri limiti. Però questo chiodo fisso non mi ha lasciato e ho iniziato a ipotizzare diversi scenari e situazioni.

Vi va di seguirmi in questo volo fantascientifico, ma anche antropologico?

Innanzitutto, vi domanderete, perché mi sono posta questa domanda. Il motivo c’è. Sto facendo un lavoro su me stessa per elaborare i brutti ricordi. Sono più che certa che dolori antichi alterino la mia percezione del vivere quotidiano, rendendomi vulnerabile. I brutti ricordi sono lì a ricordarmi che sono stata fragile, indifesa e sola e ancora oggi quei ricordi fanno male e interagiscono con la mia vita. Non sono situazioni di cui si è consapevoli. Non si può scegliere, si può solo cercare di elaborare, ma difficilmente ci si riesce da soli. In autonomia si trovano gli strumenti per vivere più o meno bene, per sopravvivere, per far fronte, per reagire. Ma inevitabilmente quanto di brutto ci è accaduto può tornare a chiederci il conto in qualsiasi momento rendendoci anche solo tristi o fragili per una frazione di secondo, un’ora, un giorno o due, una mese o una stagione. Dipende. Io me ne accorgo. Ho imparato a conviverci, finché non mi sono stufata e ho deciso di agire. Ma si fa un viaggio mica da ridere… niente è senza sforzo e senza prezzo.

Così mi sono immaginata lo sforzo zero. Perdita di memoria. Totale. Poi ho spaziato con la fantasia e e ho ipotizzato che tutti gli abitanti della Terra in un’ora X perdano la memoria. Ma proprio tutti. Nessuno escluso.

Certo, radicale. Effettivamente la sofferenza di alcuni ricordi verrebbe sostituita dalla sofferenza di non sapere chi si è. Ve lo immaginate?

Suona la sveglia. Perché? Sì, perché se non so chi sono, non so che lavoro faccio, non mi ricordo dove devo andare, a fare cosa… La spengo, ovviamente, gli atti meccanici e alcune informazioni di base sono in mio possesso. Mi guardo in giro, non riconosco la stanza, la mia, non riconosco le foto alle pareti, che ritraggono me in momenti diversi della vita. Mi alzo e vado alla specchio. Vedo il mio viso e non lo riconosco. I cani abbaiano per farsi aprire dalla stanza dove han dormito e dopo aver loro aperto mi corrono incontro per farmi le feste, così come i gatti, che si strusciano contro le gambe e fanno le fusa. Ok, fin qui è certo. Amo gli animali e loro amano me. E’ già qualcosa, mi strappano un sorriso.

Se ci pensate se perdeste la memoria sareste solo voi stessi, senza il background che ha costruito il vostro carattere fino a quel momento. Sarebbe meglio o peggio? Saremmo migliori? Avremmo dimenticato i torti subiti? E quelli fatti?

Io capirei di avere un figlio, dalle foto in sala. Ma non un marito, mi sono svegliata sola e non ci sono foto di matrimoni o vacanze insieme appese alle pareti. Il primo pensiero è dove sia il figlio. Ho due opzioni, mio figlio è con me e dorme nella sua cameretta, apro la porta e lo vedo dormire mezzo scoperto e scomposto nel suo letto, lo guardo, muta e stupita che quello sia davvero mio figlio. Ma la felicità che provo è la stessa della prima volta che l’ho visto, quando l’ho messo al mondo, non me lo ricordo, ma la felicità la provo ugualmente. Arriva dalla pancia, dalla gola, dal cuore, arriva da dentro. Sono sicura che sarebbe così. Si potrebbe rimanere indifferenti di fronte al proprio figlio, se immaginassimo che è lui, ma non ce lo ricordassimo?

Opzione due. Mio figlio è con il papà, da cui sono separata, e non è in casa. Nel momento in cui apro la porta della camera e lui non c’è, proverei del panico. Certamente. Dove cercarlo? Potrei essere certa che è ancora vivo? Si, basterebbe vedere il disordine nella stanza, i vestiti sparsi, i quaderni con la data di ieri. Ho un figlio ma non è lì. Allora dove può essere? Quanto sarei in grado di immaginare la mia vita attuale, da separata con un figlio part-time?

C’è uno strumento che contiene al giorno d’oggi buona parte della nostra vita. E’ lo smartphone. Il mio è sul comodino. L’ho spento quando ha suonato la sveglia. Ma se non posso ricordare nulla non posso nemmeno sapere che importanza esso abbia. Decine di contatti, numeri di telefono, chat su whatsapp che rivelano la natura dei rapporti, fotografie nella memoria del telefono, condivisioni sui social con commenti e luoghi visitati. Peccato che io non sappia quanto scoprirei accedendovi e che se anche poi lo immaginassi non saprei il codice blocca schermo o il pin.. Ad ogni modo suppongo che prima o poi ci si possa arrivare. Per forza. E’ lì, attaccato ad un filo, in carica. Ad un metro. Deve servire a qualcosa.

Non mi dilungo oltre. Le azioni che si potrebbero mettere in atto sono molteplici e magari anche inaspettate. Una cosa è certa, se tutta l’umanità perdesse la memoria saremmo in grado di sopravvivere? Sarebbe persa la memoria di ogni lavoro acquisito. Ogni scoperta scientifica, ogni capacità di compiere manutenzione a tutte le strutture che ci permettono di avere acqua, luce, gas. sarebbe il caos. Forse con il tempo solo i libri potrebbero aiutarci, ma saremmo in grado di riscoprire tutto il nostro sapere attraverso i libri? E soprattutto in tempo utile?

Sarebbe persa la memoria delle gerarchie, dei padroni, degli operai, dei ricchi che non saprebbero perché sono ricchi e dei poveri che non saprebbero perché sono poveri. Quanto l’intelligenza artificiale potrebbe supplire alla carenza di memoria? Se ognuno di noi non sapesse chi è, l’unica cosa che potrebbe fare sarebbe ricostruire la propria vita, partendo da quello che sente di essere.

Ecco, questo era il focus del mio pensiero. Se ci sbarazzassimo di ogni impalcatura e ogni sovrastruttura saremmo in grado di riprendere in mano la nostra vita? Mi domando se le azioni di ciascuno sarebbero guidate dal vero Io. Non credo che il mondo si divida in bravi e cattivi, ma di sicuro alcune persone hanno maggior propensione di altre ad aiutare e a collaborare. Anche in un caso così estremo ci sarebbe chi si mette a disposizione per aiutare, chi invece ne approfitterebbe per proprio tornaconto.

Mi piacerebbe sapere il vostro pensiero. Secondo voi ci estingueremmo? Oppure l’umanità sarebbe in grado di far fronte a una crisi globale così profonda?

I libri sapere antico

 

 

 

 

 

 

RUMORE

Rumore

Nella vita di tutti i giorni siamo circondati da tanti rumori. Sono rumori fastidiosi, spesso irritanti. Gente che urla o che parla a voce alta, i clacson della auto, i motori, le sirene delle ambulanze, le suonerie dei telefoni, il vociare di certe sale d’aspetto, il fischio di un treno che fa sussultare al binario, un aereo che infrange la barriera del suono… La stampante in ufficio che resta in standby otto ore su otto, con quel ronzio incessante e solo quando si spegne ti accorgi di quanto ti sia entrata nel cervello.
Così agogniamo il silenzio.
Ma avete mai sentito la bellezza del verso del cuculo? O vi siete seduti verso sera sulla spiaggia ad ascoltare lo sciabordio delle onde? Il frinire delle cicale… Assordante, sì. Ma non disturbante. Quasi una litania. Avete mai posto tutta la vostra attenzione al lieve rumore delle foglie degli alberi mosse dal vento? O al fragore di una cascata e al chiacchiericcio degli abitanti di un prato? Ciò che più mi colpisce del pensiero che mi è sorto stasera è la duplice bellezza delle parole e dei versi e rumori che descrivono. Sentite che bello il ticchettio dei tacchi su un selciato di notte. Il nitrito dei cavalli, nei campi sotto la luna. Il ruggito del leone, sotto il baobab nella savana. Lo sgocciolio del rivolo d’acqua che scivola dalla stalattite in una grotta buia. I gorgheggi di un neonato. L’ovattato silenzio surreale della neve. Potrei andare avanti per ore. Amo le parole. Le amo perché mi evocano immagini. Se dico barrito vedo un elefante. Se dico frusciante vedo tessuti serici, se dico ronzio vedo l’ape e vedo i fiori… Vedo i prati. E sento, sento tutti questi versi e rumori che necessitano di un po’ di silenzio attorno per essere uditi, un po’ di attenzione da parte nostra. Un po’ di evasione dall’inquinamento acustico di cui soffriamo.
Avete voglia di scrivermi versi e rumori evocativi? Vi lascio con il dolce suono di un bacio , labbra protese che si incontrano e si lasciano per inviare uno schiocco…

Dopo aver pubblicato queste righe mi sono arrivati alcuni suggerimenti di rumori soft, piacevoli ed evocativi. Eccoli.

Giulia mi scrive: il delicato rumore della pioggia autunnale nel bosco, quando ti sorprende nel bel mezzo di una camminata pomeridiana… Vero. Chiudo gli occhi e immagino: La pioggia rimbalza sulle foglie, scende attutita su muschi e licheni, le gocce si rincorrono e a volte si sfiorano; un rigolo si forma e scorre tra le pietre, forse zittisce gli animali del bosco e l’atmosfera cambia. Massimo ha aggiunto: e il ticchettio suadente compone melodie profumate, tra i rami…

Che meraviglia!

Anche Angela mi suggerisce, in abbinamento al ricordo olfattivo del ragù della mamma, il rumore della macchina della pasta, l’Imperia, che tira la sfoglia. E’ un rumore ritmico, confortante. Casalingo. Quello che forse anche oggi che siamo grandi e donne fatte ci piacerebbe sentire per sapere che c’è qualcuno che si occupa di noi e che ci ama.

Impariamo a stare un po’ in silenzio. Per ascoltare il nostro respiro, il nostro cuore che batte e i sospiri del mondo attorno a noi. Siamo abituati ad affidarci alla vista e siamo sovraccaricati di stimoli.

Silenzio, per favore.

Ruomre

 

Il presepe di Manarola

Benvenuti in Paradiso

La gita

Era tanto tempo che volevo portare mio figlio a vedere le Cinque Terre, così ho unito l’occasione di poter vedere il Presepe di Manarola, unico nel suo genere, con una gita in una meta a lui ancora sconosciuta.

Posso però dire che non sarà l’ultima perché le Cinque Terre meritano di essere viste tutte e noi in questa giornata ci siamo concentrati solo su Manarola, a un solo chilometro da Riomaggiore, l’ultima venendo da Genova. Le altre sono: Monterosso, Vernazza e Corniglia.

Per raggiungerla ho deciso di lasciare l’auto a Sesti Levante e proseguire con il treno. Ognuna delle Cinque Terre ha la sua stazione e ci sposta velocemente da una all’altra. Noi siamo scesi alla stazione di Manarola e un lungo tunnel ci ha portato nel centro del paese. Ci siamo diretti subito verso il Presepe. Avevo letto che è il più grande presepe al mondo ma non sapevo bene cosa aspettarmi. Non ho voluto vedere foto o descrizioni. Così quando ho iniziato a scorgere le prime grandi sagome bianche tra i filari di vite, nella collina di fronte, sono rimasta un pochino delusa. Però era già l’ora di pranzo e Marco reclamava da mangiare, così mi sono soffermata nel primo posto che ho incontrato e per mia fortuna si è rivelato eccezionale!

Il pranzo

In via Riccobaldi 1, poco prima della piazza della Chiesa di San Lorenzo (stile gotico, 1338, uno dei monumenti del terriotorio)  ho visto un’insegna allettante ‘Cappun Magro’ che si presenta come Vini&Cucina Artigianale Ligure, all’esterno una lavagna con alcuni piatti tra cui ovviamente il Cappon Magro. Io adoro questo piatto. E’ tipico della cucina ligure delle feste ed è un misto di pesce, verdure e crema di prezzemolo. Una mattonella sapientemente impilata, una fusioni di sapori unica.

Se volete leggere la ricetta o cimentarvi nella preparazione vi metto il LINK della ricetta della mia amica Luisa, dal suo blog Allacciate il grembiule.

Intanto vi mostro l’aspetto del mio meraviglioso piatto, decorato con cozze e ostrica al vapore, giardiniera fatta in casa e acciughe sotto sale, altro must della cucina ligure.

Cappun magro

La ragazza che mi ha servito al tavolo è stata molto cordiale e mi ha anche dato indicazioni sulla composizione del piatto. Trovo che quando si servono piatti della tradizione sia bello illustrarli e poter dire che i prodotti sono locali, come il pane posto alla base, preparato appositamente da un forno del luogo.

Il locale serve anche ‘panini marini’, per chi cerca qualcosa di meno impegnativo, anche take away.

panino marino

Ovviamente abbiamo gradito anche il dolce e non ho potuto non assaggiare una focaccia fatta con sciacchetrà, pinoli e uvetta.

focaccia con sciacchetrà, pinoli e uvetta

Lo Sciacchetrà

Lo Sciacchetrà è un nobile vino passito tipico delle Cinque Terre. Nel tempo ha avuto diversi nomi: vernaccia, amabile, roccese, rinforzato, ma solo verso la fine dell’ottocento ha assunto questo nome.

Il termine deriva da verbo «sciacàa» (schiacciare), utilizzato per indicare l’operazione di pigiatura dell’uva.

Si ottiene da uve a bacca bianca vermentino,bosco e albarola, sovra-maturate, con un metodo di produzione che ne determina l’alta gradazione alcolica, l’inconfondibile profumo e il bel colore ambrato. A causa del territorio scosceso e terrazzato tutte le lavorazioni devono essere fatte a mano e il futuro delle Cinque Terre è anche nella cura del territorio e della difesa dei suoi prodotti unici.

Vini e terrazze

Le Terrazze

Le terrazze su cui sono coltivate le vigne e tra cui sono sparse le sagome del Presepe sono frutto di un lavoro millenario.

Fin dal medioevo, con una lavoro costante e assiduo, il manto boschivo originario è stato sostituito dalle terrazze.

Le rocce furono frantumate in loco, con strumenti modesti e fornirono la base per la conseguente costruzione di muretti a secco che potessero contenere la terra per la coltivazione delle viti. La costruzione dei muretti a secco con arenaria e pietrisco, senza materiali di coesione, è alla base della buona riuscita delle coltivazioni e della tenuta del territorio che è costantemente controllato e mantenuto. La costruzione dei muretti è un arte antica e sapiente e va salvaguardata e tramandata.

Terrazze, viti e presepe di giorno

In questa immagine si può vedere il terrazzamento della Collina delle Tre Croci e la disposizione delle sagome del Presepe.

Il Presepe di Manarola

Quando sono arrivata non sapevo cosa aspettarmi, dalla collina opposta ho visto le grandi sagome bianche e alcune persone vi camminavano in mezzo. Le sagome sono a grandezza d’uomo e rappresentano persone e animali, imbarcazioni e case. Di giorno se ne coglie la grandiosità ma nulla di più.

Ogni 8 dicembre viene inaugurato e dura fino all’incirca alla fine di gennaio, perciò se dopo aver letto l’articolo vi venisse voglia di visitarlo sareste ancora in tempo e forse anche fuori dal maggior afflusso di turisti del periodo natalizio.

L’ideatore del presepe è Mario Andreoli, oggi pensionato, e vi si dedicava dal 1976. In trent’anni ha coperto tutta la collina e nel 2007 è stato inaugurato e subito inserito nel Guinnes dei Primati.

Il presepe è composto da trecento forme, costruite con materiale di riciclo, 8 km di cavi elettrici e 17.000 lampadine alimentate da un impianto fotovoltaico.

Vi rimando alla fine dell’articolo per il presepe illuminato. Inutile dire che è uno spettacolo mozzafiato. Quello che di giorno mi era parso solo grande alla sera, dopo il tramonto, al buio, l’ho trovato stupefacente e anche emozionante. Peccato io non disponga di una buona macchina da fotografare. In mancanza di una buona immagine seguite il mio consiglio: andate a vederlo.

Passeggiando per il paese

Manarola come tutte le cinque terre è aggrappata su una roccia e parte delle sue vie si snodano lungo una montagna.

Manarola, le sue vie

Il borgo si sviluppa lungo un torrente oggi ricoperto, ma prestando attenzione lo si sente scrosciare ovunque e in alcuni punti lo si può scorgere.

Manarola e il suo torrente

Un’altra parte di borgo si posa in un terreno come fosse un anfiteatro naturale che porta fino al mare e le colline sembrano abbracciarlo.

Manarola e il mare

Proseguendo oltre il locale dove abbiamo mangiato si possono imboccare le vie che attraversano tutto il paese in salite, discese e scalette. Ogni tanto la vista sarà sorpresa da una piazzetta, un arco o da un elemento inaspettato.

Manarola e i suoi segreti
Rosa dei venti, piazza Montale

Camminando per le vie scopro targhe dedicate a pittori e scrittori che hanno amato Manarola e le Cinque Terre.

Dicono di lei…

Il pittore Antonio Discovolo, toscano di nascita approda nel 1905 a Manarola e ne dipinge la luce e i colori del mare. Trova a Manarola l’amore e finirà la sua vita a Bonassola.

Dipinto di Discovolo Antonio

Eugenio Montale, poeta e scrittore, Nobel per la letteratura nel 1975 dedica questi versi alle cinque terre:

Riviere

Da: Ossi di seppia, 1925

Riviere,
bastano pochi stocchi d’erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare…

Giovanni Pascoli, XX secolo, poeta

ho nell’anima una gran sementa ideale che non aspetta se non la rugiada delle Cinque Terre per germogliare e poi fruttificare. Sii dunque benefico a questa ricchezza latente. La rugiada puoi mandarla per ferrovia a Borgo a Mozzano per Barga. Io l’aspetto a bocca aperta,

Gerolamo Guidoni, XIX secolo, studioso naturalista

per quanto sterile e incolta sembra questa contrada all’occhio indifferente del viaggiatore, s’egli vorrà però più da vicino considerarla, non mancherà di vedere con maraviglia, quanto l’industria dell’uomo sino da’ più antichi tempi, abbia reso fruttifero di un’immensa quantità di viti e ulivi, quel terreno che abbandonato alla sola natura, non presenterebbe ora che rupi inaccessibili e disabitate.

da’ Nuovo dizionario universale e ragionato di agricoltura, economia’ 

Renato Birolli, XX secolo, pittore, Compie lunghi soggiorni in provincia della Spezia, alle Cinque Terre, località tutte che ispireranno precisi esiti alla sua produzione artistica (Gli incendi)

L’uva è ovunque e pare una faccenda antica

che male venir via quando poi sarà il vino,

fresco e aromatico. giovane come il nostro spirito.

La donna dell’uva, scultura di Antonio Puja, a Punta Bonfiglio

Giacomo Bracelli, XV secolo, storico, diplomatico, intellettuale umanista.

E’ uno spettacolo davvero veder monti non solo scoscesi, ma veri dirupi faticano a passarli a volo, sassosi da non trattenere alcuna umidità, ricoperti da viti così assetate a gracili, da apparire più simili all’edera che non alla vite. Da cui si trae un vino che imbandisce le mense dei re.

Corrado Alvaro, XX secolo, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore.

La stessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico, e la strettezza a un armonia addirittura formale. Così è nelle Cinque Terre. Soin diversi i vini che vi si producono, uno famoso si chiama Sciacchetrà, un nome dritto come uno sparo; è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vita di questa contrada

Il mare

Dal cibo, al presepe, allo Sciacchetrà, alla passeggiata e alle citazioni la protagonista assoluta si direbbe sia la vite e la sua produzione, ma non dimentichiamo che Manarola è terra di mare. Scendiamo così verso la marina e ci avviciniamo al mare che oggi non è uno specchio e spumeggia nel suo infrangersi contro le onde; nel frattempo il cielo si è aperto, il sole ha fatto capolino e ci scalda, ci sta anche un gelato e ci godiamo i tiepidi raggi.

Manarola, onde
Manarola, la marina
Manarola, gozzi

Dalla piazzetta della Marina partono due sentieri, uno si dirige verso Punta Bonfiglio, da dove potrete godere di una bellissima vista su Manarola,

Manarola, panorama

osservare attrezzatura destinata all’uso delle barche

Argano

e il volo dei gabbiani

gabbiano a Manarola

Il sole è ancora alto, ma so dove andare ad aspettare il tramonto. In piazzetta Montale c’è una vista bellissima.

Marco non fa che chiedermi se sono felice perché secondo lui si vede e io davvero mi rendo conto di stare davvero bene. Sì, sono felice.

Tramonto a Manarola, Piazzetta Montale

E quando cala la sera…

Poi alle 17 cala il sole. Si inabissa nel mare in tripudio di colori, in parte mascherati dalle nubi all’orizzonte ma l’emozione è grande. Lo spettacolo della natura mi fa sempre quest’effetto. Il cielo si scurisce e ci dirigiamo verso le terrazzine poste di fronte alla collina Tre Croci per aspettare il buio e vedere finalmente il presepe illuminarsi.

Marco è un po’impaziente, inizia ad essere stanco e si lamenta del fatto che perderemo il treno delle 17.30, ma io come sempre cerco di farlo pazientare e alla fine mi da’ ragione; ne vale la pena. Nono si aspettava che fosse così bello.

Il presepe si accende un po’ per volta a partire dal basso, le sagome sono tutte colorate e si distinguono bene. Brillano nel buio, contro il nero della notte circostante. Finalmente, eccolo, in tutto il suo splendore.

Manarola, presepe

Lo so, così non rende,ma ho voluto mettere la foto solo per dirvi di guardare bene in basso, a destra. Il grande Andreoli ha voluto aggiungere una parola e un simbolo per ricordare la grande tragedia che ha colpito quest’anno la mia città: Genova e un cuore.

Mi sono commossa e tutta la felicità che ho provato durante la giornata si è sciolta in una lacrima.

Vi saluto con un dipinto di Renato Birolli, Incendio alle Cinque Terre, che ricorda le luci del presepe più grande del Mondo.

Incendio alle cinque terre, Birolli